Parole di carne. Intervista a Vinicio Capossela

capossela_2Vinicio Capossela è in giro per l’Italia con il suo nuovo tour – partito il 12 marzo con l’anteprima in Sardegna, a Lanusei – per presentare i brani del suo ultimo lavoro «Ovunque proteggi», disco di riti, carne, meduse e minotauri. Il cantautore, che è una delle voci più originali del panorama italiano, ci ha raccontato le suggestioni che l’hanno portato a questa nuova avventura.

Come è andata l’anteprima?

Ho voluto partire da qui perché questa avventura è iniziata da un “viaggio nella carne”, la commistione tra mondo animale e mondo umano arcaico, che ancora si trova in alcuni arcaici carnevali di queste parti. Terra, spiriti, un posto arcaico, a contatto con gli elementi. Siccome questo è un disco di pietra, siamo venuti nella zona della pietra, dove c’è un vento da sciamani. Qui giocavo facile, perché avevo la parola magica: “bufa! bufa!”, che vuol dire “bevi! bevi!”. In questi giorni di carnevale capitava sempre che qualcuno ti metteva sotto mano un bicchiere ricavato dal corno di qualche animale e ti diceva: bufa!

Se in «Canzoni a manovella» c’era un immaginario ben preciso, qui si spazia molto di più… pare un viaggio dell’anima.

È vero. È la Terra nell’attualità dei suoi ottomila anni. In questo disco non c’è un mondo definito. È come hai detto tu, un viaggio nell’anima.

C’è un’attenzione al sacro. Che rapporto hai con le fedi, oggi che rischiano di diventare l’alibi dei disastri umani?

Io non sono un mistico, né ho avuto un’illuminazione. Ma c’è una poesia molto forte nelle scritture. Leggere l’Ecclesiaste è un’esperienza poetica di grande forza. A prescindere da questo, sono affascinato da tutto quello che ha a che fare con il rito. Qualsiasi tipo di rito. La ritualità è spesso legata al sacro. E il sacro è in qualsiasi cosa. Comunque sia il rito, la sua forma e quindi la sua poetica, è il territorio su cui io mi fermo. Non vado oltre.
Solo un brano è esplicitamente ispirato alle scritture. Mi avevano colpito le parole, che vengono da lontano e sono come pietre, violentemente attuali. In televisione hanno passato questi video messaggi dei “martiri” che si fanno esplodere. Recitano formule tratte penso dalla preghiera, dal Corano. Sono di una bellezza incredibile. Non c’è nulla da fare, le religioni – almeno le monoteiste – sono così: partono dal principio che non avrai altro dio all’infuori di me. Ma hanno dei testi di una forza incredibile, carichi di violenza. Non ammazzare se non nel mio nome. Basta leggere qualunque salmo di Davide, dove Dio è invocato non tanto per aver cura di chi prega, ma come “braccio” per annientare i nemici. Distruggi i miei nemici come loro distruggono me.

Il sacro di cui parli ricorda quello di Pasolini. Per questo il ringraziamento e la citazione nel cd?

Se inizi a occuparti di certe cose, finisce che Pasolini che ti viene magicamente in aiuto. È bellissimo come ha trattato il sacro. La sua riflessione sul sacro, e anche sull’arcaico, ci mette a disposizione le parole di un “profeta” quasi, di un vero intellettuale che è molto vicino a noi. Io, personalmente, ho dovuto andare sempre molto più lontano per trovare delle voci che mi parlassero. Sentire una voce che ti parla così vicina nella geografia e nel tempo, e con questa forza, è veramente bellissimo. Quello che ci ha reso Pasolini è un servizio meraviglioso. Di lui mi ha sempre colpito l’urlo di dolore che ha levato per quello che definiva un genocidio: la fine della società contadina, depositaria dell’arcaico che giunge fino a noi.

Che tipo di musica serve per accompagnare questo viaggio nell’immaginario?

Ci sono motivi arabeggianti, tradizionali messicani, valzer, cha-cha-cha e tenores sardi. Ogni canzone ha avuto un percorso a sé. In “Moskavalza” c’è anche l’elettronica. Una specie di turbofolk, dove si inseguono immagini del crollo dell’Unione sovietica, della Russia di ieri e quella di oggi. È l’immagine di Mosca come megalopoli. In quella vicenda c’era qualcosa che ricordava, in un certo modo, l’impero romano e il suo crollo.

L’esperienza del tuo libro e delle letture pubbliche che lo hanno accompagnato ti ha influenzato?

Tra l’ultimo disco e questo ho fatto molte cose che non era esattamente scrivere canzoni. C’è stato anche il libro e i reading. È stato un periodo in cui ho lavorato sulla sonorizzazione dei racconti, sulle potenzialità della voce, attingendo alle suggestioni del teatro d’ombre. Lavorando così ho conosciuto molte delle persone che hanno costituito il nucleo principale di “Ovunque proteggi”. In queste sonorizzazioni inseguivamo l’idea di farle abitare dai “fantasmi delle voci”, così come erano rimaste impigliate nei supporti, nei nastri. Oppure di suonare il già suonato, usando il campionatore, o andando a pesca di suoni. In questo lavoro la voce era sempre al centro, non come mezzo per veicolare un contenuto, ma come strumento in sé. Questo concerto e questo disco sono un po’ la conseguenza di quel lavoro. Certo, ci sono anche dei personaggi del libro che si riaffacciano nel cd, come in “Dove siamo rimasti a terra Nutless”: alcune canzoni sono un allargamento dei temi di certi racconti. Ma l’influenza maggiore parte dal lavoro sulla voce.

È un disco pieno di carne e sangue. Perché?

L’anno scorso è stato un anno straordinario a livello mediatico. C’è stato un avvenimento come i funerali papali: un momento collettivo incredibile, dove al centro era la carne. Tra l’altro è caduto subito dopo la pasqua. E poi c’era questa macelleria in forma mediatica che ci arriva tutti i giorni in casa. Hanno cominciato a circolare questi video di sgozzamenti su internet, dove la carne torna ad essere violentemente protagonista. Contemporaneamente mi imbattevo in altre situazioni legate alla carne, suggestive per tutt’altro motivo.
Ero in Sicilia per la settimana dei riti, e a Scicli ho assistito alla processione dell'”uomo vivo”. Mi ha molto colpito questa messinscena: quanta umanità in questo Cristo che muore da Dio ma risorge da uomo, ed è così ebbro di gioia, perché se l’è scampata. Quelli che portavano questo Cristo erano principalmente dei macellai, gente che ha a che fare con la carne. In seguito ci sono tornato sopra anche grazie al lavoro di Mauro Zanetti, che ha realizzato un documentario e un libro sulle processioni basate sul tema della carne. Ma c’era anche “L’erotismo di Bataille, che è un bel carnaio. E anche il tentativo di avvicinarsi alla poetica del nuovo testamento, anch’esso pieno di carne. La carne, in questa modernità che tende a nasconderla come materia biologica, destinata a disfarsi, è l’ultimo tabù rimasto.

In questa “cartografia dei sentimenti” si va dalla gioia di cui parlavi, alla disperazione di «S.S. dei naufragati», all’incanto sospeso di «Ovunque proteggi».

Ci sono tante gradazioni. Siamo noi come corpo, come esseri corporali nella nostra sospensione sull’abisso della morte e del cammino della polvere. Una dimensione che ha molte tonalità: la carne in sé, il soprannaturale. Sono diverse gradazioni di quello che è il soggetto di questo disco, cioè l’uomo, visto nel suo ferocissimo e minuscolo passaggio sulla crosta della terra. Si va dallo spirito al corpo. Come si dice: padre, figlio e spirito santo. Ecco, lo spirito santo è una dimensione interessante. Perché lo spirito santo è la grazia. E la grazia è lo stato che ci monda, è quella specie di miracolo per cui la membrana che è tra noi e le cose che ci circondano e a cui ci opponiamo diventa sottilissima. Sono tutte materie, queste, che offrono delle potenzialità estetiche enormi, slegate dalla soggettività del momento. È questa la cosa che mi ha attratto.

A gennaio hai suonato all’Angelo Mai, centro sociale romano. Quegli spazi oggi sono un po’ come le “cantine” di quarant’anni fa. Che effetto ti ha fatto suonare lì?

A prescindere dalle considerazioni di carattere sociale, ti racconto la mia esperienza personale. Lì ho incontrato delle persone speciali. E poi trovo che sia davvero un posto bellissimo. Io sono un po’ animista: penso che i luoghi, le case, quando cessano di essere abitate acquistano tutta una loro suggestione. E quando qualcuno le riutilizza, le riempie anche di sensazioni. Quando le cose si fanno con amore questa cosa si sente. C’è una sorta di artigianato umano che ti dà una soddisfazione particolare. Anche semplicemente nell’idea di riutilizzare le cose, piuttosto che farle nuove. Ci vuole dell’amore, della “riparazione”. E quello diventa un luogo speciale. Quella sera andando lì ho sentito come lo spirito santo. Cioè la grazia. Quella, che come dici tu è come una “cantina”, è diventata una specie di catacomba dei primi cristiani.

[da Carta n°08/2006]

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