Non esistono governi amici. Intervista a Paolo Beni

arci-logo«L’anno prossimo l’Arci compie 50 anni», così Paolo Beni, presidente dell’Arci, presenta il congresso nazionale dell’Arci: «Ma il valore simbolico del congresso è legato ai tempi che stiamo vivendo. Sarà il bilancio degli ultimi quattro anni. L’ultimo congresso ordinario è stato quello di Napoli, nel 2002, dopo le giornate di Genova e con la destra al governo. Sembra passata una vita, e l’Arci in questi anni è stata al centro di un grosso sforzo di elaborazione culturale e mobilitazione sociale. Lo ha fatto animando quella che, semplificando, definiamo la stagione dei movimenti. Ora si tratta di mettere a fuoco gli obiettivi di un’associazione diffusa in tutto il paese. Siamo consapevoli di poter svolgere un ruolo importante nella prossima fase per il cambiamento e il rinnovamento civile e morale».

Sono stati gli anni del rapporto coi movimenti.

C’è una lettura di questo fenomeno, legato agli ultimi anni della vita dell’Arci e riconducibile al ruolo di Tom Benetollo, all’indicazione di merito che ci ha dato: l’Arci ha provato a far incontrare la tradizione e la cultura di questo grande movimento associativo radicato nel paese, che ha una storia antica che va ben oltre i cinquant’anni, perché la nostra è la storia dell’associazionismo popolare e democratico legato al movimento operaio, con i temi e gli stimoli dei nuovi movimenti, in particolare al movimento di critica alla globalizzazione neoliberista e del nuovo pacifismo. Quest’incontro ha fatto dell’Arci un laboratorio di nuova cittadinanza. Non credo a quello che da più parti si dice, che i movimenti avrebbero esaurito la loro spinta propulsiva e propositiva: la Val di Susa in questi giorni ce lo sta dimostrando.

Probabilmente alle prossime elezioni vincerà il centrosinistra. Cosa cambia?

Questo paese ha bisogno di un cambiamento radicale. Le forze politiche questo cambiamento non sono in grado di produrlo. C’è bisogno di una mobilitazione straordinaria di tutte le energie che nella società italiana ci sono, che in questi anni si sono espresse e valorizzate nei grandi movimenti. Le forze politiche devono capire e accettare come una ricchezza la parzialità del proprio ruolo e la necessità di mobilitare un campo di forze plurale. Esperienze come la nostra, e tante altre, devono mobilitarsi per mantenere vivo e tutelare uno spazio autonomo di iniziativa sociale.
Non possiamo avere “governi amici”. Un progetto riformatore credibile ha bisogno di un’interlocuzione critica costante, ha bisogno della spinta e del controllo dei cittadini. Che si può fare solo se esiste uno spazio autonomo dell’iniziativa sociale. La mobilitazione non deve andare in letargo con un governo “amico”: è un errore grandissimo già fatto nell’ultima legislatura guidata dal centrosinistra. I movimenti devono spingere per un’alternativa soprattutto culturale, che cambi la cultura liberista, che c’è  sia a destra che a sinistra, ed è sostenitrice di un tipo di sviluppo e di rapporti sociali disastrosi.

«Mobilitare la società», il titolo del congresso, è dunque la strada per questa alternativa?

Sì. Devono essere un cambiamento e una mobilitazione che coinvolgono sia il mondo della cultura, della politica, delle istituzioni, sia soprattutto la società. È una ricchezza di cui lo spazio pubblico non può fare a meno.

[da Carta n°07/2006]

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