«Otto mesi in Residence» di Alessandro Langiu

langiu-otto-mesiRinchiusi in una palazzina fatiscente, senza poter lavorare, sospesi in un limbo che di giorno in giorno erode sicurezze, amicizie, affetti. È quanto è accaduto veramente a 79 dipendenti dello stabilimento siderurgico Ilva di Taranto, nel 1998. Alessandro Langiu, nel suo nuovo spettacolo «Otto mesi in residence», ricostruisce questa vicenda e le conseguenze che ha avuto, sul piano umano e lavorativo, sui suoi protagonisti. Attraverso gli occhi di Cataldino “Sancio” Parise, questa storia di mobbing estremo prende vita a poco a poco, popolandosi di personaggi e delle loro vicende umane.
Cataldino è un ragazzo di trent’anni. Per lui il lavoro è tutto. Per questo mal sopporta il periodo di cassa integrazione imposto dall’azienda a lui ed ad altri suoi colleghi. Si mette a pitturare la casa dove vive con la madre, ma dopo qualche giorno è di nuovo con le mani in mano. Così, quando viene richiamato in servizio, Cataldino è contento. Ma al ritorno trova una sorpresa: l’azienda non ha intenzione di reintegrarlo al suo posto. Gli offre di essere retrocesso ad operaio. Come lui, diverse decine di dipendenti, tutti concentrati nella vecchia e fatiscente Palazzina Laf (laminati a freddo). Un corridoio vuoto e tante stanze, ma niente per lavorare. La gente è schiva, parla poco. Ogni tanto arriva un dirigente incravattato, con gli scagnozzi della sicurezza al seguito. Lo firmi o no il contratto? Io veramente, scusi dottò, avevo un posto di impiegato. Lo firmi o no?
Cataldino non firma. Come lui tanti altri, tra cui Skatt a Contrasto, una sorta di “mito” dello stabilimento. Skatt deve il suo nome al pallone: da giovane stava per diventare un calciatore professionista, ora allena una squadra di bambini e ancora ci sa fare. Per questo gira di reparto in reparto, le cui squadre si sfidano in un torneo interno. Ma ora è lì anche lui, e come gli altri guadagna sempre meno. Non lavorare significa stipendio al minimo. Stipendio al minimo significa liti in casa. Finché la moglie torna a casa con un vestito nuovo e gli mente sulle telefonate. Skatt torna a lavoro da Cataldino per sbattere la testa la muro, “sbatterci le corna”.
La vita per i dipendenti che resistono si fa dura. Non possono uscire, perché le norme di sicurezza non lo consentono. Possono solo ciondolarsi e chiacchierare. Tra di loro. Perché quando vanno a mensa i vecchi colleghi li evitano. Hanno paura di finire anche loro alla Laf. Tanto che, alla fine, decidono di non andarci più. Qualcuno porta un fornello e due cose da mangiare, la mensa si improvvisa in una stanza. Quando arriva il dirigente gli urla contro: il regolamento non lo consente. Non lo consente? E consente invece di tenere sequestrati i dipendenti in una struttura fatiscente? Cataldino da di matto, fa la voce grossa. E il dirigente se ne va con la coda tra le gambe.
È l’inizio della protesta. I lavoratori si organizzano, chiamano la stampa. La faccenda diventa di dominio pubblico e arriva alle orecchie della magistratura. Che sequestra la palazzina. È una vittoria, ma non è una vittoria senza conseguenze. Nel frattempo delle famiglie si sono sfasciate, delle amicizie rotte, qualcuno è finito al centro di igiene mentale. Come Cataldino, che a forza di stare la dentro non ce la fa più, da di matto, stavolta sul serio. Sente un groppo, lì, alla bocca dello stomaco. Una palla da golf che gli blocca il respiro e non va né su né giù. Deve curarsi Cataldino, perché non riesce più a viverla questa situazione. Ci vogliono dei farmaci. E piano piano la pallina si sente sempre meno. Cataldino torna in tempo per vedere la vittoria sua e dei suoi compagni sull’azienda. Ma qualcosa è cambiato.
Con grande maestria nel racconto, e soprattutto con una estrema delicatezza, Alessandro Langiu sceglie di restituire soprattutto il lato umano di questa vicenda, al di là del suo aspetto politico e sindacale. Il racconto di Langiu si dipana per digressioni e immagini: ora scoppia gioiosamente appresso a una partita di pallone, ora è un fiume in piena di storia orale, ora si fa cupo e incerto, e le parole escono a forza, cariche di emozione, mentre risuonano di pugni battuti sul petto. A sottolineare con eleganza e bravura le atmosfere della storia, il musicista Matteo Nahum, alla chitarra e al buzuki.
Il giovane narratore tarantino giunge con «Otto mesi in residence» al suo terzo testo di impegno civile, il secondo dedicato all’Ilva: lo spettacolo precedente, «25.000 granelli di sabbia», raccontava delle polveri rosse esalate dall’impianto e portate dal vento nei quartieri circostanti. Ma se in quel caso la narrazione era più ruvida e compatta, mossa da un’ansia di realismo che spingeva Langiu ad utilizzare una forma dialettale piuttosto stretta e di non facile comprensione, in “Otto mesi in Residence” l’approccio cambia. Il registro si fa più aperto e vario, la struttura è più matura, ricca di salti narrativi, e la lingua utilizzata è più simile a un italiano “sporcato”. Il teatro di Langiu prende in questo modo una piega decisamente “comunicativa”, rafforzata dalla scelta dell’accompagnamento musicale. Ma a guadagnarci non è soltanto il testo. Il racconto si fa ricco di immagini, e i personaggi riescono spesso a ritagliarsi un’esistenza propria all’interno della storia. In questo modo il racconto di Langiu si carica di sfumature, assumendo un cromatismo esistenziale credibile e toccante, che mancava negli spettacoli precedenti.

[da http://www.carta.org]

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