“Pank” is not dead. Intervista a Roberto Perciballi

br-coverPrende il via sabato 18 febbraio «Punk-a-Roma», retrospettiva punk tra concerti, mostre, film e dibattiti, che si terrà al centro sociale romano Strike. Diversi i nomi “storici” scena punk anni ottanta, dagli inglesi GBH (avete presente Clash e Sex Pistol?, beh, dopo ci sono loro) ai romani Bloody Riot, tra i portabandier del “pank” di casa nostra. Ma il punk ha ancora qualcosa da dire nel 2006? Ne abbiamo parlato con Roberto Perciballi, cantante dei B.R.

Che effetto ti fa vedere a Roma i GBH?

Quando avevo 16 anni i Ghb erano tra i miei gruppi preferiti. Rivederli è un grande piacere. Certo, ormai sono dei signori quarantenni, ma ancora portano avanti un genere. Sarà interessante vedere se si sono rinnovati, ma credo che arriveranno con i giubotti di un tempo. Invece io esteriormente non mi sento più così, non vesto “punk”. Forse perché oggi ho uno stile di vita differente. Ma sarà interessante fare un confronto tra noi, i Bloody Riot, e i Ghb, due gruppi che hanno in comune l’approccio al punk e il periodo storico. Oltre a questo sarà un momento importante, non solo per “Punk-a-Roma”, ma anche per i concerti di venerdì 17 a La Strada e poi al Forte Prenestino. Una settimana intera di punk.

Che ha da dire oggi, nel 2006, il punk?

È un movimento che ha creato qualcosa. Molti giovani l’hanno vissuto, indossato, quasi come una divisa [anche se è brutto dirlo], e succede ancora. Come tutte le mode e le controculture non muore, si espande. Ancora oggi c’è chi ci si riconosce. È gente insoddisfatta, che ideologicamente si dichiara contraria ad uno stato di cose, e anche vestendosi in un certo modo lo manifesta. Se oggi giri per Roma ne vedi tantissimi. Certo, viene da pensare “poverini”, perché i punk, specie in età giovanile, è gente che si fa parecchio male. Anch’io l’ho fatto. Ma poi ti viene da pensare che in fondo non si distruggono peggio di altre persone che magari non lo danno a vedere, e che in fondo anche questo fa parte del gioco. Almeno manifestano la loro insofferenza.

Ma oggi il punk è anche business: ci sono parecchi gruppi commerciali in giro.

Quella è davvero robaccia. Dei gruppi stranieri tipo i Blink e simili non me ne frega niente. Fanno un sacco di soldi con della robaccia, ma non li considero nemmeno. Mi dispiace invece per i gruppi italiani, che sono davvero pezzenti. Al di là del fatto che suonano con una pulizia che li fa sembrare gruppi pop, la cosa che mi fa incazzare di più sono i testi. Di che parlano? Di niente. Mischiano tutto senza senso. Mi fanno rabbrividire: si vestono da punk ma sono esattamente come la peggio “zozzeria” commerciale. È assurdo, la spinta del punk è soprattutto politica, in negativo se vuoi, ma comunque mossa dalla rabbia. Se fai un testo inutile e lo suoni con un giro bello ripulito e ammorbidito che senso ha?

Ma c’è anche un punk diverso.

Certo. Sono gruppi che negli anni hanno maturato una professionalità e una capacità tecnica incredibili. Eppure non riescono a trovare produttori, a causa della miopia dei discografici, che pensano solo a fare roba commerciale. È una generazione che ha raggiunto un livello artistico enorme, ma viene soffocata. Sembra quasi un complotto mirato, se non politico, sicuramente commerciale. Ma è una perdita immensa, una spinta involutiva pazzesca. Anche perché le sacche di resistenza culturale, etichette indipendenti e simili, stanno sparendo o fanno sempre più fatica. Per questo ho deciso di rimasterizzare e di ripubblicare da solo il primo cd dei Bloody Riot e di estendere questo progetto ad altre realtà romane, creando una piccola etichetta indipendente per salvaguardare il punk e tutta la musica “violenta” romana, che ha una storia molto più vasta e complessa di quello che si crede. Penso di aprire un sito, una specie di negozio on-line dove chi vuole può ordinare questi cd.

Domenica c’è un incontro con te, Philopat e il Duka sulla “storia” del punk. Non è una contraddizione per un movimento “no future”?

Non più di tanto. Si creano dei “miti” come in molte altre controculture, e si raccontano le stagioni passate. Niente di più. Poi è chiaro, ci sono fazioni più radicali e altre meno, e questo più o meno su tutto. C’è chi mi ha criticato perché ho registrato delle canzoni alla Siae. L’ho fatto perché devo anche camparci con quello che faccio, e in Italia l’unico modo per farsi riconoscere i diritti è passare per la Siae. È ovvio che anche a me la Siae fa schifo e che non penso che la musica sia una proprietà privata, ma mi fa incazzare anche l’arroganza per cui tutto deve essere di tutti. L’artista, per continuare ad essere artista, deve poter guadagnare con quello che fa. Un conto sono le grandi major, un conto gli artisti indipendenti. Putroppo nei posti più radicali questa sfumatura salta.

[da Carta n°06/2006]

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