«La Scimia» di Emma Dante

scimiaIl nuovo spettacolo della regista siciliana Emma Dante è sicuramente bell’esempio di scrittura scenica. Un atto unico di 50 minuti circa – una scelta di brevità e che si sposa bene con il tratto grottesco e claustrofobico della storia – che sembra annullare il tempo (si ha l’impressione che duri molto meno) e condensarsi in una serie di quadri di forte impatto.
«La scimia», tratto da «Le due zittelle» di Tommaso Landolfi, qui riadattato dalla scrittrice Elena Stancanelli, racconta la storia di Nena e Lilla (Manuela Lo Sicco e Valentina Picello), due sorelle bigotte che non hanno mai preso marito, e passano la loro esistenza mummuficata in una chiesa vuota, parlando in russo tra loro, in compagnia di due preti (Savino Civilleri e Marco Fubini). L’irruzione di Tombo, una scimmia dispettosa e incontrollabile, all’interno del loro universo immobile di repressione, rende evidente le dinamiche di sessualità malata che le due sorelle nascondono dietro la preghiera. Tombo (magistralmente interpretato da Gaetano Bruno) è l’unico ricordo che hanno di loro fratello, di cui probabilmente (almeno per Lilla) sostituisce la figura maschile dalle dinamiche pascoliane.
Ma Tombo è una bestia carica di energia e del tutto inconsapevole della simbologia religiosa che lo circonda: irrompe nella chiesa, insudicia l’altare, mima buffonescamente il rito dell’eucarestia. Davanti ad un simile atto di “blasfemia” Nena e padre Tostini, intransigenti, decidono di sopprimere la bestia, mentre Lilla e padre Alessio si oppongono. Quest’ultimo in particolare si fa portavoce di una concezione di sacralità che trascende dogmi e precetti religiosi, per cogliere nella vita, nella sua strabordante energia (dunque anche in una bestia come Tombo), la vera manifestazione del divino. Un’affermazione che alle orecchie bigotte dei primi due suona come una bestemmia.
Lo spettacolo si conclude con la scimmia, soggetto inconsapevole, crocefissa sulla croce. Il sacrificio definitivo delle pulsioni, dell’istinto compresso e represso da precetti religiosi ridotti a mera applicazione di ritualità svuotate di senso e, soprattutto, di divieti. La scimmia, allora, oltre a simboleggiare la trasgressione di questi divieti, è anche espressione di un modo di vivere diverso, istintivo e irrazionale, dove l’unica sacralità possibile è quella visceralmente terrena.
Come si diceva all’inizio, «La scimia» è uno spettacolo carico di toni grotteschi, piacevolmente ironico in certi passaggi e di forte impatto, nonostante la scelta di una scena scarna, composta di un tavolo-altare, due sedie e una croce. La regia di Emma Dante, inoltre, curatissima in ogni “meccanismo”, rende lo spettacolo una macchina di grandi prestazioni (fisiche). Ma si porta dietro anche i difetti di una macchina, ad esempio in una certa freddezza interpretativa delle dinamiche interpersonali, esplicitate completamente ed esasperate, rese a loro volta maschera grottesca, ingranaggio. Se pure è apprezzabile, di questi tempi, il dito puntato sul fondamentalismo religioso di casa nostra, dall’altra parte la riflessione “filosofica” di padre Alessio non trova certo il respiro sufficiente per farsi portavoce di una vera alternativa. La possibilità di una critica che va oltre la riduzione al ridicolo di un mondo mummificato (e tutto sommato ormai abbastanza lontano dalla quotidianità) resta rarefatta, sospesa in aria.

[da http://www.carta.org]

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...