La cosmogonia di Vinicio

ovunque-proteggiUn’attesa lunga per quella che è probabilmente la voce più interessante del panorama musicale italiano, che a partire dalle indiscrezioni sulle collaborazioni – tutte di altissimo livello – aveva dato vita ad una serie di ipotesi sulla strada che avrebbe imboccato Vinicio dopo la svolta di «Canzoni a Manovella», uscito nel 2000. Ebbene, «Ovunque proteggi» non delude: è un lavoro complesso, a volte perfino difficile e introverso, che conferma la svolta “teatrale” di Capossela (nel booklet si legge «scritto e diretto da Vinicio Capossela»; il riferimento è solo orchestrale? mah…).
L’uscita dell’album è stata anticipata di un paio di settimane dalla presentazione del primo estratto, «Dalla parte di Spessotto» (dalla parte finita di sotto), una marcetta che ricorda molto nello stile e nei temi il cantore dei “rancorosi” che era Capossela qualche tempo fa, ma senza la stessa cattiveria. Più interessante (e persino estraniante) la sperimentazione musicale portata avanti nella prima metà del disco, di cui pure l’estratto fa parte. Canzoni come «Non trattare» e «Brucia Troia» (registrato in una grotta carsica nel cagliaritano con tre tenores sardi di Mamoiada), brani di apertura dell’album, tracciano un percorso che sfiora il misticismo tanto nei testi quanto nell’esecuzione, ossessiva e quasi implorante. Mitologia classica, biblica e immagini dell’antichità greco-romana si rincorrono più volte nel disco, ma se in «Al colosseo» prevale la citazione di Tom Waits, in «Medusa cha cha cha» ritroviamo un Capossela scanzonato che trasforma la caccia alla gorgone dallo sguar-do che pietrifica nel ballo di una Medusa che non riesce a trovare l’uomo giusto (quello che le farà perdere la testa).
In «Moskavalza» Capossela sperimenta anche l’elettronica: in una sorta di turbofolk elettrificato si rincorrono le frattaglie dell’ex Unione sovietica, un patchwork di mitologia bolscevica e della Russia di oggi. Altra novità, per lo meno in un album da studio, è l’inserimento di veri e propri reading come «S.S. dei naufragati», in cui si riflette l’esperienza di «Non si muore tutte le mattine», il libro da cui erano tratte le letture che Capossela ha presentato lo scorso anno accompagnato da Mario Brunello, presente anche in questo disco (tra gli ospiti più interessanti, oltre alla tromba di Roy Paci e al theremin di Gak Sato, che da anni sperimenta questo strumento di effetti sonori come uno strumento in sé).
Nel resto del cd si rincorrono le atmosfere da tardo impero, con valzer e orchestre,  e anche una citazione da «C’era una volta in america», dove tornano aggiornate certe sfumature del vecchio Caposse- la, alle prese con l’alcool – «gettarsi a piedi pari nella vasca del Campari» – e la sensazione di sentir sfuggire leggerezza e gioventù. Fa capolino il Sudamerica, non quello del mambo, ma quello dei corridos messicani come in «Pena de l’alma». Chiude la canzone che dà il titolo al cd, una sorta di preghiera laica, sospesa tra dispersione e incanto della vita.
«Ho deciso di intendere i brani come ognuno a se stante, a ognuno un luogo, a ognuno i suoi musicisti», dichiarava Vinicio qualche tempo fa. In effetti l’impressione è quella della frammentazione, rappresentata dall’inquietante immagine di copertina, con un Capossela-minotauro dal volto sdoppiato. Un volto nascosto (come già in due dischi precedenti), sintomo di un cercare furioso, che non ha ancora trovato, o non vuole trovare, una sintesi.

[da Carta n°03/2006]

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