Scenari di sviluppo

di_modicaIn tempi di occupazione “quasi militare” dei mezzi di comunicazione di massa, dove la maggioranza delle informazioni che vengono passate risultano legate a questo o quell’interesse forte, un “luogo” nel quale è ancora possibile raccontare storie ed esprime opinioni fuori da quella logica, è il teatro. In risposta alle ingozzate di fiction e di realtà edulcorata che quasi monopolizzano grandi e piccoli schermi, si sta risvegliando l’interesse per generi come il film documentario o il teatro di racconto.
Un esempio di come il teatro si faccia “memoria del presente” ce lo ha dato Marco Paolini, che con i suoi spettacoli sul Vajont e su Porto Marghera ha messo in luce gli effetti che la politica di sviluppo industriale ha avuto sulla vita delle persone che vivono a ridosso di petrolchimici, complessi industriali o si trovano sulla strade delle “grandi opere” [come sta accadendo in questi giorni in Val di Susa]. Anche Beppe Grillo, in molti suoi spettacoli, ha raccontato i tanti modi in cui l’Italia si sta ammalando di sviluppo. Ma non sono casi isolati. Il tema dello sviluppo, è al centro del lavoro che diverse compagnie teatrali hanno svolto in questi anni a stretto contatto con il territorio.

Di una di queste, i siciliani Mandara Ke, abbiamo parlato da poco [vedi Carta n.45 del 2005]. Il loro spettacolo «La miglior vendetta è il successo» racconta di Augusta, la loro città, che da paese poco conosciuto del siracusano guadagna la ribalta convertendosi in uno dei maggiori poli industriali della regione. Ma dalle promesse di benessere e occupazione, nel segno di uno sviluppo che dovrebbe piombare nel Mezzogiorno per risvegliarlo magicamente dal suo letargo di arretratezza [rispetto a chi?], si arriva presto a una realtà ben diversa: inquinamento, pericolo di incidenti agli impianti e infine perfino disoccupazione. Ne «La miglior vendetta è il successo» – titolo emblematico, ripreso da una scritta apparsa su un muro di Augusta – i Mandara Ke, passano dal racconto quasi fiabesco [la fabbrica trasportata dall’America, smontata pezzo per pezzo da Moratti padre e rimontata ad Augusta] a quello di denuncia senza mai scordarsi di fare teatro.

langiu-25milaAnche il pugliese Alessandro Langiu, pur con un linguaggio differente, compie un’operazione simile. Nel suo spettacolo «25.000 granelli di sabbia», sceglie di usare il dialetto per raccontare la storia della polvere rossa che dall’Italsider di Taranto giunge alle case popolari adiacenti, dove abitano gli operai con le loro famiglie. Una storia che potrebbe essere quella di un qualunque gruppo di ragazzi del sud, fatta di spacconaggine e disoccupazione, se non fosse per il fatto che avviene a ridosso di un grande complesso industriale, che da speranza di lavoro, di vita, diventa minaccia di morte. Le malattie aumentano tra gli abitanti delle case popolari, e tra una partita a pallone e l’altra il nonno di uno dei ragazzi, pescatore, decide di portare il nipote in alto mare con la barca di tanto in tanto, per fargli prendere aria buona. Storie di vita qualunque che si intersecano con storie di morte niente affatto qualunque, restituite alla scena con grande sensibilità. Alessandro Langiu è attualmente impegnato nella realizzazione di un altro spettacolo sull’Italsider, che stavolta parla dei lavoratori durante la dismissione, scritto dopo un lungo lavoro di ricerca.

ulderico-pesce-scorieLa narrazione si fonde con la musica in un altro lavoro di grande spessore, «Storie di scorie» di Ulderico Pesce, che racconta l’odissea della piccola cittadina di Scanzano Ionico, destinatata dal governo Berlusconi a diventare il deposito unico delle scorie nucleari in Italia. Le proteste organizzate nella piccola cittadina della Basilicata sono viste attraverso la lente di ingrandimento di un ragazzo di Scanzano impiegato come uomo delle pulizie in un impianto nucleare. È lui a raccontare qual è l’utilizzo che si fa e si vorrebbe fare del nucleare non solo a Scanzano, ma anche nel resto del paese, e quali pericoli comporta. È una materia che conosce bene, che sta sperimentando sulla propria pelle, perché ha prestato servizio militare nell’ex Jugoslavia dove è stato usato l’uranio impoverito che lo ha fatto ammalare.

Il lavoro di queste e altre realtà teatrali sta creando una narrazione diversa del processo di industrializzazione che ha investito il paese da cinquant’anni. Lo fa arrivando a un pubblico diverso da quello della televisione, ma lo fa in modo sostanziale, raccontando sensazioni, aspirazioni, persino mescolando – come accade nella vita vera – leggenda e realtà. Con storie che diventano memoria.

[da Carta n°01/2006]

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