Tanti artisti ma pochi luoghi. Intervista a Giorgio Barberio Corsetti

corsetti-2Giorgio Barberio Corsetti, regista teatrale, lavora a Roma da trent’anni nonostante una fama internazionale che avrebbe potuto aprirgli le porte ovunque. Una città, Roma, che Corsetti ci racconta anche attraverso il suo rapporto con le grandi istituzioni come l’Auditorium, con il mutato clima culturale e con ciò che, secondo lui, ancora manca per non restare imprigionati nella logica delle “vetrine” e dei grandi eventi.

Come è cambiata Roma in questi ultimi anni, dal tuo punto di vista?

Come artista, credo che il problema di fondo di Roma – che in realtà permane – che è non so dove lavorare. Facendo teatro a Roma dal 1975, trent’anni, se devo far le prove devo ancora arrabattarmi per trovare un posto dove provare. Nello stesso tempo ho degli interlocutori interessanti. Per quello che mi rigurda, ad esempio, con l’Auditorium la situazione è cambiata notevolmente. Se vuoi, il problema che c’è è strutturale, legato di fatto alla caratteristica delle istituzioni con cui ci si trova a lavorare. Da una parte c’è una mancanza di spazi come laboratorio, come luogo dove elaborare e sviluppare gli spettacoli: anche perché i teatri hanno giustamente una loro vita, una loro attività continua – e questo quindi è un problema che rimane. Dall’altra parte, per quello che riguarda le possibilità di lavoro, quelle si sono moltiplicate. In tempi recenti è cambiata anche la qualità della possibilità di far spettacolo. Personalmente, dopo il fallimento di un mio possibile lavoro al teatro India, ho trovato nell’Auditorium un luogo interessante, perché ha dei tempi assolutamente non teatrali, non convenzionali. Da una parte è un limite: non si può pensare ad una permanenza di uno spettacolo per più di Cinque o sei giorni. Però – questa è la sua novità – permette di inserirsi in un flusso di eventi di alta qualità che determinano un ricambio fortissimo del pubblico che viene a vederti. Che è una cosa che corrisponde al tipo di lavoro che io faccio, che non è esclusivamente teatrale, ma ha interessi in altri campi dell’arte, che non è legato ad un’idea convenzionale del teatro – quindi in qualche modo assomiglia al pubblico dell’Auditorium. Allo stesso tempo ci si può confrontare con un’idea della cultura che è molto mobile, rutilante, e quindi in qualche modo ti investe rispetto a un flusso, anziché rispetto a una cosa statica, e questo per me è molto interessante. E tutto questo si svolge in una città in cu si sente che c’è un grande movimento, una grande potenzialità. Anche troppa forse, sembra quasi che ci sia un eccesso d’offerta. Ma la città risponde bene, il pubblico c’è, la gente si muove, esce, non rimane bloccata in casa di fronte alla televisione. C’è una risposta molto bella. Cito due episodi: il mio lavoro fatto all’auditorium sia come artista che come programmazione, che sta andando molto bene; e poi un monologo di Filippo Timi a cui ho lavorato, che è andato in scena ad India, dove c’è stato un grandissimo movimento di gente. Per esempio, per provare con Filippo siamo stati molto nomadi: un po’ a casa mia, un po’ in un centro sociale… Io credo che, al punto in cui è Roma, dovrebbero esistere dei luoghi di elaborazione, di studio, di sperimentazione nel senso più profondo del termine. Come dei laboratori scientifici, dove si studia, dove si lavora, dove c’è scambio. In genere questi luoghi sono annessi alle istituzioni: i grandi teatri hanno spazi per le compagnie residenti. L’auditorium invece non ce le ha, anche perché non vuole essere questo: vuole essere uno spazio dove succedono delle cose.

E allora dove si sviluppa la sperimentazione?

A Roma c’è tutta una storia legata ai centri sociali che va in questo senso. Penso al Rialto, che fa un da anni fa un lavoro straordinario, o all’Angelo mai, dove abbiamo provato, che è più recente ma ha una situazione bellissima. Allora ti rendi conto che i luoghi aperti sono quelli, dove sai che puoi trovare una sponda. Dall’altra parte c’è una grande novità, che è una specie di turbina, che è l’Auditorium. Sono due esempi estremi, se vogliamo, ma che funzionano grazie alla qualità delle persone che ci sono dietro.

La soluzione è investire in strutture come l’Auditorium?

L’Auditorium, per quello che è, funziona e bene. Se vogliamo, è anche giusto che sia così, perché è fatto per essere ciò che è. Quello che manca sono le cose intermedie, un ruolo che altre istituzioni non assolvono. Luoghi importanti, non solo dove presentare un lavoro, ma luoghi dove gli artisti possano lavorare, incontrarsi… magari inventarsi delle situazioni dove esista lo scambio, magari anche con artisti che vengono dall’estero. Se si dovesse pensare a un investimento e a un mutamento ulteriore di Roma, io andrei in questa direzione, piuttosto che fare ancora grandi istituzioni. Basta considerare che ciò che rende interessante l’Auditorium non è il suo ruolo primario: l’Auditorium nasce per la musica, ma le altre arti che vi si esprimono si trovano in una situazione nuova, non convenzionale. È uno spazio, ad esempio, dove stanno passando tutte le nuove esperienze europee, che non sono convenzionali, sono a cavallo tra danza e teatro, o teatro e circo e così via. Cose che prima avevano difficoltà a trovare un posto a Roma.

L’amministrazione capitolina è tra le più evolute in Italia sul piano culturale. Il Comune di Roma produce esso stesso anche molti eventi. Questa confusione tra amministrazione e organizzazione per te è un limite o un vantaggio?

È una questione delicata. Se facciamo un paragone anche con le altre città europee, dove spesso lavoro, Roma ha un livello ottimale. Sia come investimento che come qualità. Questo comporta che il Comune entri pesantemente in gioco. In alcuni casi questo significa apertura di nuovi spazi e di occasioni di visibilità: penso ad esempio alla notte bianca. Secondo me, a differenza di quello che dicono molti, è un momento interessante, perché ci si riappropria della notte: si crea un flusso che investe tante situazioni grandi e piccole, e un contenitore del genere permette a un pubblico vasto di scoprire cose che magari non scoprirebbe in una situazione normale. Tuttavia, da lì bisognerebbe passare a una fase in cui anche le situazioni più piccole abbiano una loro autonomia, una loro dignità che vuol dire possibilità concreta di esprimersi. È questo equilibrio tra il grande evento e la piccola situazione che manca: perché poi è la piccola situazione, concretamente, che permette di creare un ecosistema culturale sano e stimolante. Molte di quelle realtà potrebbero crescere e passare più facilmente in spazi e situazioni più ufficiali. E poi c’è tutta quella galassia di realtà che lavorano a stretto contatto con il territorio in cui operano. Si tratta di una dimensione importantissima. Io vengo dalla Francia dove biblioteche e teatri sono stati dati alle fiamme: questi episodi dovrebbero suscitare anche da noi una riflessione profonda e molto seria, sulle periferie, su cosa sono e cosa rischiano di diventare. È un discorso che si allarga alla qualità della vita. Una riflessione sui luoghi – che non è certo quella vecchia del teatro politico – è importantissima e urgente. Bisogna interrogarsi, ad esempio, perché tanta gente si muove da tutta Roma fino all’Auditorium. Interrogarsi anche sulla politica dei prezzi. C’è un mio amico che ha fatto un ragionamento simile: ha seconda dei teatri dove andava e della politica dei prezzi adottata, si trovava davanti a un pubblico diverso. Al teatro di Mosca, che costa 3 euro, c’era un pubblico molto popolare, tutto il contrario di quello che trovava nei teatri dove un biglietto costa 40 o 50 euro. Spesso il pubblico che più ci interessa è anche quello che non può permettersi di pagare un biglietto alto. L’Auditorium, ad esempio, fa un politica dei prezzi interessante sugli eventi meno convenzionali, e magari non lo fa sulla musica, che è il suo obiettivo primario.

L’accesso agli spazi è anche un problema di democrazia. Roma che spazio dà al nuovo, ai giovani, o a chi lavora da basso?

Io credo molto in situazioni come i centri sociali. Dall’esterno può sembrare che essi nascano spontaneamente; in realtà dietro c’è il duro lavoro di tanta gente. Nascono perché c’è una necessità, un desiderio e una voglia molto grande. È chiaro che, a un certo punto, queste situazioni debbano trovare una risposta. Perché sono situazioni preziose, che incanalano energie e potenzialità molto vitali. Al contrario ci sono situazioni grandi che non corrispondo affatto né a questo desiderio, né a questa necessità. Bisognerebbe trovare il modo per far crescere tutto questo. Il discorso avviato dal Comune in questi anni sull’assegnazione di questi spazi è stato un momento importante, ma da lì bisognerebbe passare ad una fase successiva: queste realtà le conoscenze e le capacità se le sono conquistate “sul campo”, le possiedono concretamente. Faccio l’esempio della mia compagnia – che ha delle sovvenzioni statali che forse tra un po’ non ci saranno più – si è costruita attorno ad un lavoro artistico, e si è anche inventata un modo di produrre arte abbastanza complesso, che vede passare tanti artisti e tante situazioni. È una compagnia che ho creato io, ma che ormai è di tanta gente: è qualcosa di diverso da un’istituzione, è un modo di esprimersi di una cultura. Come noi, esistono tante situazioni che per il loro stesso modo di esistere, per come funzionano o per le scelte che fanno, sono espressione di una cultura. Quindi sono espressione in se stesse di una necessità, e quindi devono trovare una possibilità di esistere e di avere un loro posto così come sono. È quello il valore che hanno. Invece la tendenza è immaginare l’istituzione come qualcosa che debba avere certe caratteristiche ben precise. L’istituzione, invece, spesso ha i mezzi ma non la necessità e il desiderio che si esprimono in queste situazioni più aperte. Quello su cui bisognerebbe orientarsi è lo scambio di flussi ed esperienze tra la dimensione ufficiale e queste realtà, dando loro modo di mantenere la loro specificità e indipendenza. Se spazi come il Rialto o l’Angelo Mai avessero modo di attrezzarsi e quindi di porsi anche loro su un piano di creazione più mirato, più scientifico, sarebbe un bene per tutti, sarebbe una crescita collettiva, non solo per gli spazi stessi o per gli artisti che ci lavorano.

[da CartaQui 45/2005]

cover-05-45

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...