La Resistenza delle facce

facce-de-marcoAbitavo in un paese sulla sponda piemontese del Lago Maggiore e provavo ammirazione e invidia per quelli un poco più grandi che andavano in montagna a fare i partigiani. Ricordo che si facevano i nomi di Moscatelli che comandava in Valsesia o del Capitano Bruno [Albino Galletti, di Castelletto Ticino] che operava nel Novarese tra il Lago Maggiore e il Lago d’Orta e in Val d’Ossola. Nel mio villaggio erano arrivati i soldati tedeschi e nelle scuole si faceva il sabato fascista. […] Ma sui banchi delle scuole elementari e medie le simpatie andavano in gran parte per i partigiani». Così scrive Ettore Mo in uno dei contributi raccolti in «R/esistenze», il catalogo della mostra di Danilo De Marco e Gianluigi Colin, fotografo e pittore friulani che hanno voluto in questo modo fare un lavoro di testimonianza di una  storia, quella della resistenza partigiana in Friuli, e allo stesso tempo tracciare una linea immaginaria che collega questa vicenda alle migliaia di resistenze in corso oggi in tutto il mondo.
Una storia che si intreccia con la volontà forte di cambiare il mondo, come spiega bene Claudio Magris, nel racconto che fa dei duemila operai di Monfalcone, che volontariamente si trasferirono nella Jugoslavia di Tito: «Cooperare alla costruzione del socialismo era più importante dell’appartenenza a uno stato o a una nazione, del disagio di lasciare la propria terra e affrontare dure difficoltà; la causa del socialismo ossia dell’umanità valeva il sacrificio di tante realtà e sentimenti particolari». I «monfalconesi» sarebbero poi finiti nei campi di Goli Otok e Sveti Grgur perché filosovietici.
La mostra, che si è svolta a Villa Manin tra il 16 aprile e il 12 giugno di quest’anno, si articolava su tre livelli. Il primo raccoglieva il lavoro di rilettura e manipolazione di opere pilastro della storia dell’arte internazionale fatto da Gianluigi Colin – da Goya a Mantegna, a Delacroix – e suddiviso in due sezioni: «Presente storico» e «I disastri della guerra». Gli altri livelli ospitavano due lavori di Danilo De Marco: le resistenze nel mondo [da cui sono tratti gli scatti del calendario 2006 di Carta] e i ritratti dei partigiani oggi, molti dei quali hanno più di novant’anni.
Una sequenza di foto molto forte, quest’ultima, che ha colpito chi visitato la mostra. «Ovviamente c’era anche un intento provocatorio – racconta De Marco – Fotografare i partigiani in questo modo, con ritratti che sembrano foto segnaletiche, vuole ricordare che il fascismo li chiamò ‘banditi’, benché combattessero in base al diritto sacrosanto che ha ogni popolo alla resistenza. La provocazione è tanto più importante oggi, che si cerca di criminalizzare molte resistenze confondendole nel calderone del terrorismo».
Le foto dei partigiani, accompagnate da didascalie con i soli nomi di battaglia, sono state stampate su tele di 2 per 2,80 metri. Una dimensione monumentale, che mette in risalto le rughe e i segni del tempo che hanno scavato quei volti. «Un atto persino feroce – spiega De Marco – ma necessario, perché la memoria non ha età e va al di là del ciclo naturale della vita e della morte delle persone. E poi, dal loro punto di vista, è stato un ulteriore atto di resistenza: resistenza al senso estetico comune. Ed è stato un atto creativo, così come la Resistenza fu un atto di altissima creatività, un atto artistico: solo un atto artistico può pensare di liberare l’umanità».
Al momento non si prevede – cosa che ci auguriamo possa avvenire in breve – un nuovo allestimento della mostra in un’altra città. Nonostante il contributo della Regione Friuli, la realizzazione di questa mostra è stata quasi un miracolo, è il caso di dire, di resistenza alle leggi di mercato, avvenuto grazie alla cooperazione di tante persone che l’hanno voluta fortemente.
Questa resistenza si somma alle resistenze plurali rappresentate da Colin e De Marco, che la penna di Ettore Mo cerca sua volta di recuperare, evocandole dalla sua personale esperienza: «Ho riempito centinaia di taccuini raccontando le storie dei Kmer Rossi e dei mujaheddin afghani, dei monaci tibetani e dei guerriglieri di Sendero Luminoso, dei Tamil e dei cetnici di Sarajevo, delle lotte armate a Belfat o a Timisoara. Storie che andavano scritte intingendo il pennino nel sangue: ettolitri di sangue. È difficile fare una scelta tra tante Resistenze e, soprattutto, disporle in ordine di importanza. Sono tutte egualmente importanti».

[da Carta n°44/2005]

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