Il cinema della strada. Intervista a Tekla Taidelli

fuori-vena-manifTekla Taidelli è autrice, regista e interprete di “Fuori vena”, lungometraggio che racconta la strada e la dipendenza dall’eroina. Il film, interamente autoprodotto, sta riuscendo a superare gli ostacoli della distribuzione “underground” e far parlare di sé. Tekla ci ha raccontato come.

Come si autoproduce un lungometraggio?

Io sono la prova vivente del fatto che i film possono essere fatti non solo con grandi produzioni: anche chi ha un messaggio da dire può farlo. Chiaramente ci vuole più tempo. C’è voluto un anno per scriverlo. Poi ho organizzato una troupe nel giro dell’underground milanese. Ho avuto la fortuna di trovare delle sinergie incredibili: Marco Philopat della Shake, Francesco Scalpelli, autore di “Fame chimica”… Poi ho coinvolto gente della strada e amici. Chiaramente, lavorando con tossici veri c’erano problemi di tempi, ma ce l’abbiamo fatta. La collaborazione più importante è stata con Manuel Doninelli, il motatore, che ha dato un apporto decisivo.

E la distribuzione?

La conquista più grossa è stata che il film è arrivato al festival di Locarno questo agosto. Ho avuto molte critiche positive, il film è piaciuto. Qualcuno addirittura parlava di ritorno al neorealismo del cinema italiano. Ma poi alla fine nessuno l’ha distribuito. Finché ho incontrato la Mir, una casa di distribuzione appena nata. Il bello di questa situazione è che contrattiamo direttamente con le sale cinematografiche. Se il film va bene resta anche più di una settimana.

Il 9 dicembre sarà presentato a Roma allo Strike.

Un aspetto importante di questo film è che nasce dalla strada e racconta la strada così come l’ho vissuta io. Per questo ho scelto di presentarlo nei centri sociali: è una mia scelta etica. A Bologna è stato presentato prima al Livello 57 e poi al cinema Lumiere; a Milano è stato proiettato sul Castello sforzesco alla MayDay del primo maggio e poi al cinema Mexico; ora a Roma sarà prima allo Strike il 9 [il giorno del mio compleanno] e poi uscirà all’Apollo 11 e al cinema Eden.

Come regista ti sei ispirata a qualche autore in particolare?

C’è chi mi ha chiesto se mi fossi ispirata a Pasolini o al neorealismo. In realtà la mia voglia di esprimermi è legata alla voglia che ho di dire la mia. I libri oggi non li legge più nessuno, perciò ho scelto il video perché è il mezzo più cattivo, più deciso per comunicare un messaggio e scuotere le coscienze. Oggi, per comunicare contenuti forti, bisogna ricorrere alle immagini, che tutti possono guardare e capire. C’è poi il riferimento ad “Amore tossico”: non lo avevo visto prima, ma quando l’ho visto mi ci sono ritrovata, anche per la scelta di far parlare la strada. Non c’è migliore attore di chi interpreta se stesso. Penso che la vita è un gran film dell’orrore, nel senso che non ha un lieto fine. Di storie così è pieno il mondo, e la mia idea di cinema è filmare la vita.

Che ruolo ha il tuo film oggi, con un governo particolarmente repressivo in fatto di droghe?

Il mio è un messaggio chiaro: c’è molta differenza tra sostanza e sostanza e nel modo in cui la si assume. Trovo assurdo che nel 2005 si dica ancora che una canna è uguale a una pera. Io legalizzerei tutto: bisognerebbe poter comprare le sostanze in farmacia, proprio come si acquistano gli psicofarmaci per dimagrire. Così si potrebbe assumere sostanze con più consapevolezza. Il proibizionismo alimenta la voglia di proibito e finanzia i giri di soldi sporchi. In Olanda la percentuale di consumatori è molto bassa.

Il prossimo film?

Ho in mente di lavorare con i bambini di una favela di Salvador de Bahia, in Brasile. Si chiamerà “Il piccolo principe”. Argomento: i bambini che non hanno infanzia.

[da Carta n°44/2005]

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