Dux in scatola. Intervista a Daniele Timpano

dux-in-scatola1Daniele Timpano, autore, regista e attore di Amnesia Vivace, gruppo dell’underground teatrale romano, forse non è un nome noto ai più. Ma il suo ultimo spettacolo, «Dux in scatola», autobiografia postuma del cadavere di Mussolini, sta facendo parlare di sé. Lo spettacolo debutta il 14 gennaio alla Città del teatro di Cascina [Pisa]. Poi sarà al Florian di Pescara, e ancora a Bologna e a Roma, all’India, per il progetto Short theatre di Area 06, e al Rialto che lo ha coprodotto. Timpano, autore-attore dal piglio fortemente surreale, ci ha raccontato “Dux” nei panni di Dux.

Perché un’autobiografia postuma?

Ho scelto di raccontarmi così perché, nel momento in cui sono declassato a cadavere, sono materia decomposta e riplasmabile apposta per voi che mi state a sentire durante lo spettacolo.

Ma perché oggi, nell’Italia democratica del 2005?

È un’operazione che ha tutto il senso di un’inopportunità politica. L’autobiografia di Mussolini morto è anche un telo non neutro su cui proiettare l’autobiografia di un giovane trentenne del 2005, che è Daniele Timpano. Ma la proiezione vale anche per gli spettatori. L’italia del 2005 non è certo democratica come vuole credere di se stessa. Ma non solo a causa di Berlusconi. L’italia non è democratica da 150 anni, cioè da quando è stata fatta. Da Garibaldi in poi. La stessa impresa dei mille non è un’impresa altamente democratica: basta pensare ai risvolti militari sulle popolazioni di Sicilia e Calabria. Nello spettacolo lo dico chiaramente. Quando racconto la mia autopsia, parlo di un aneddoto certamente falso che raccontò Curzio Malaparte, secondo cui gli infermieri giocarono a ping pong con le mie budella. E la gente ride. No, non ridete – gli urlo. Questa connivenza tra scena e platea è una vergogna. Io e voi siamo d’accordo, no? Non siamo mica come quei fascisti là fuori? Beh, troppo comodo. Dio, patria, famiglia, Dante, Leopardi, D’Annunzio, Alfieri, Goldoni, Carducci, e l’enciclopedia Treccani, e le targhe commemorative, e l’altare della Patria, e il Milite ignoto, e il risorgimento, e Garibaldi… Siamo circondati da secoli di cultura reazionaria, papalina, paternale, aristocratica, retorica, destrofila e sessista. Ogni italiano dovrebbe gettare la maschera e dichiararsi francamente fascista. Cioè vale a dire reazionario, papalino, paternale, aristocratico, retorico, destrofilo e sessista.

Anche sul trafugamento ci furono strani aneddoti.

Su tutti i giornali fioccarono le ipotesi più improbabili. C’è chi scrisse che ero nella navicella di un aerostato spinta dal vento chissà dove, o a Genova, nella stiva di una motonave diretta in Inghilterra, o già in un traghetto sulla Manica, o ancora in provincia di Cuneo. Addirittura Milano Sera riportò il tentativo goffo e documentatissimo della polizia di rivolgersi ad uno “scienziato” – in realtà una sorta di veggente – che partendo dalle onde elettromagnetiche emanate da una fotografia di me morto credette di poter scoprire l’ubicazione del mio cadavere. Insomma, era chiaro che la libertà di stampa appena riconquistata già veniva spesa male.

Che rapporto hai con Timpano?

Siamo molto distanti come visione del mondo. Timpano è un antiautoritario, tendenzialmente iconoclasta. In comune abbiamo forse giusto un fondo di ateismo e una tendenza al narcisimo. Lui mi mette in scena, irrispettosamente, con fattezze ebraiche. Ma secondo me nella distanza delle fattezze emerge la mia immensa statura fisica e morale. Guardando Timpano in scena lo spettatore non può fare una sovrapposizione, come accade nel film di Lizzani, dove l’attore che mi interpreta mi somiglia abbastanza. Invece nella distanza emerge chiaramente, paradossalmente senza ambiguità, tutta la distanza che sempara me, il mio profilo romano e i miei lineamenti quiriti, da quello sporco ebreo di Timpano (fisiognomicamente parlando).

Ci parli dello spettacolo?

Parte dalla fucilazione e arriva alla mia sepoltura al cimitero di San Cassiano di Predappio, in Emilia Romagna, dove sono nato. Una storia di circa 12 anni, che passa per la mia esposizione a piazzale Loreto, una prima sepoltura, il trafugamento della mia salma, il mio corpo ripiegato in un baule – io sono in scena con un baule – che viene sballonzolato da una parte all’altra della Lombardia per più di tre mesi. Il mio corpo viene infine recuperato dalla polizia, e la Dc – che nel frattempo è al governo – decide di tenermi nascosto 11 anni in un convento cappuccino. Dopo 11 anni la mia salma viene restituita alla famiglia, ma non per generosità, ma per un compromesso elettorale abbastanza squallido tra Dc e Msi, che promise un po’ di voti in cambio della restituzione del mio corpo. Evidentemente la maggioranza di governo valeva bene un Mussolini morto restituito. Lo spettacolo si chiude con questa restituzione e con alcune impressioni autobiografiche di Timpano sulla sua gita di documentazione a Predappio, del gennaio 2005. È il momento in cui Timpano e Mussolini in qualche modo si incontrano nella realtà.

Come si riposa, oggi, a Predappio?

Dipende dai periodi dell’anno. Il 28 ottobre, che è l’anniversario della marcia su Roma, c’è sempre molta gente. Anche per gli anniversari di nascita e morte e per particolari ricorrenze. Io come Daniele Timpano ci sono stato in un giorno qualunque, e c’era comunque un po’ di gente in visita. C’erano due giovanotti palesemente fascisti con le braccia conserte, molto pensierosi e virili, che esprimevano cordoglio affettato. C’era il libro degli ospiti, con una serie di frasi molto interessanti, tipo “Duce ti amo”, “Duce sei un mito”, “Torna da noi”, “Ti porto sempre nel mio cuore”… cose così. Insomma, non ci si sente affatto soli.

Ci sono state critiche?

Rispondo come Daniale: sì. Già al premio Scenario, dove ha vinto il premio della giuria ombra – premio importante perché esprime il giudizio del pubblico, che per metà era di operatori teatrali -ma non ha ricevuto segnalazioni ufficiali proprio perché la giuria si è spaccata. C’è chi ha detto che non si può parlare di queste cose in modo così leggero: nella commissione c’era la paura che il modo in cui mescolo le carte possa creare degli equivoci, specie in un momento come questo. Il pubblico invece ha apprezzato l’operazione che faccio con «Dux», che non è uno spettacolo manicheo, in cui è da subito chiaro chi è buono e chi cattivo. Altri criticano proprio questo: c’è chi è arrivato a dire che lo spettacolo sfiora l’apologia di fascismo, che non è assolutamente vero. Cerco di stare in equilibrio non per dare un colpo al cerchio e uno alla botte, ma per illuminare delle zone d’ombra. Creo un cortocircuito, anche per capire perché ancora oggi Mussolini possa suscitare in alcuni giovani un “appeal” tanto forte. Dobbiamo chiedercelo, perché il cortocircuito è sotto gli occhi di tutti: dal revisionismo (strumentalizzato) di De Felice si arriva oggi al nuovo libro di Vespa. E poi il pubblico teatrale è in larga parte di sinistra: se ce la suoniamo e ce la cantiamo tra di noi che senso ha?

Ma l’idea com’è nata?

È stato un tentativo di riappropriarmi di una materia da cui mi sento generazionalmente escluso. Il ventennio e la resistenza io li ho conosciuti da piccolo guardando i documentari in tv, negli stessi anni in cui guardavo i cartoni animati. Da un punto di vista emotivo, non razionale, devo ammettere con grande senso di colpa che per me non c’è differenza tra il fascismo e una puntata del Grande Mazinga: gli alieni cattivi o i robot nazistoidi di Kyashan per me erano sullo stesso piano dei fascisti. Il male assoluto, ma che tutto sommato non esiste. Due cose che fanno parte entrambe dell’immaginario. Il fatto è che siamo tutti malati di immaginario. Il mio è stato un tentativo di squarciare il velo di irrealtà che copriva il fascismo – come cosa che è accaduta sessant’anni fa ma poteva anche essere al tempo dei Sumeri – e di farne riaffiorare drammaticamente la realtà.

[da Carta n°44/2005]

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