«Gli occhi di Andersen» del Teatro delle Apparizioni

occhi_andersenUn gioco di ombre, caldo e logicamente sconnesso. È questo che ci propone Fabrizio Pallara nel suo «Gli occhi di Andersen – primo movimento», che dopo il progetto Andersen di giugno scorso – omaggio per il bicentenario dello scrittore danese – andato in scena tra Roma, Modena e Montepulciano, approda ora al teatro Furio Camillo. Uno sguardo furtivo nei sogni di un bambino che dorme. E sogna. Sogna la sirenetta, la piccola fiammiferaia, la principessa sul pisello. Sogna i personaggi delle favole di Andersen che si rincorrono in un carosello dai toni altalenanti, da quelli magici a quelli divertiti fino a quelli più angosciosi. Senza un vero filo conduttore, come sono davvero i sogni.
E se anche di uno sguardo furtivo si tratta, non è certo uno sguardo rubato: chi guarda è lì con il bambino che sogna, è dietro i suoi occhi chiusi che ogni tanto minacciano di aprirsi. E con lui segue il dipanarsi illogico di fili di storie, che più che un intreccio vanno a formare una serie di immagini che affiorano in modo discreto o irruento dal buio. Un buio che avvolge di continuo la scena come un mare oscuro, da dove riemergono frammenti di fiabe come i resti di un mondo perduto. E il mondo perduto non può che essere quello dell’infanzia, che solo a nominarla come tale, solo a saperla individuare in mezzo al marasma del mondo moderno, vuol dire che si è già abbastanza adulti da non appartenervi più. E allora l’unica dimensione, l’unica stanza dell’animo in cui lo sguardo dell’infanzia può di nuovo appartenerci [senza doverlo nominare e quindi già di fatto concepirlo come altro da noi] non può che essere il sogno.
L’intuizione di Pallara [coadiuvato dall’artista messicana Shaday Larios] non tradisce l’aspettativa di fascino e mistero che suscitano i giochi d’acqua e di luce dell’inizio. Non stancano, non sembrano ovvi neppure quando si disvelano, ma lasciano lo spettatore – portato delicatamente per mano di fiaba in fiaba – nella perenne condizione di una coscienza fluttuante, a metà strada tra il sogno e il ricordo. Ma un ricordo, come dicevamo, non logico né storico: un ricordo sensoriale, quasi olfattivo e tattile, che ci fa ripiombare senza mediazione nella realtà rotonda della fiaba, quando la si ascolta o la si legge vibrando di emozione avvolti nel caldo della coperta.
Con questo spettacolo il Teatro delle Apparizioni tenta la carta dello spettacolo “da vedere”, con una disposizione frontale di tipo classico, ma non per questo rinuncia alla propria origine di teatro sensoriale. Un tentativo sicuramente riuscito negli spunti e nell’ambientazione, complici l’oscurità imperante, in grado di far perdere la cognizione del tempo e dello spazio, e il suggestivo lavoro musicale del messicano Amad Araujo. Complici anche le scene modulari di Stefania Frasca e i costumi di Laura Rhi-sausi, entrambi orientati alla pulizia delle linee, che ben si associa al tratto notturno dello spettacolo. Ma soprattutto grazie ai tre attori, Alessandro Cassoni, Margherita Lacchè e Giuliano Polgar in particolare, in grado di saltare da una corda all’altra della suggestione onirica senza mai lasciar spazio al dubbio dell’arbitrarietà.

[Visto a Roma, RialtoSantambrogio, 20 giugno 2005]

[da http://www.carta.org]

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