Poesia dalle ceneri del rock

thurston-moore-coverNon è certo una novità che gli autori di canzoni, a un certo punto della loro carriera, sentano l’esigenza di mettere da parte almeno per un po’ la musica e decidano di confrontarsi direttamente con la pagina bianca, dove a riempire i vuoti non ci sono arrangiamenti e postproduzioni di grande livello, ma la forza delle immagini create dalle parole.
Ma ci sarà un qualche nesso se contemporaneamente escono i libri di due autori che hanno influenzato non poco la medesima «era» musicale, quegli anni Novanta un po’ cupi e aggressivi forse, forse neanche così innovativi come sembravano sul momento, ma che comunque hanno segnato il ritorno a un’idea di ricerca musicale che non era necessariamente colorata di nuovo e moderno. Stiamo parlando di Thurstone Moore, cantante dei Sonic Youth, del quale Leconte ha pubblicato «Alabama Wildman» [157 pagine, 15 euro], e del cantante dei Smashing Pumpkins Billy Korgan, di cui esce per Fazi la prima raccolta di poesie «Pugni e battiti di ciglia» [154 pagine, 13,50 euro].
Due artisti molto diversi tra loro, più sperimentale e destrutturante il primo, assai più «pop» e legato alla forma canzone il secondo. Una differenza che si rispecchia, ad anni di distanza, anche in questi due libri che hanno come comun denominatore la poesia, il verso, la trasposizione dell’immediatezza della poetica rock sulla carta. Il libro di Korgan raccoglie, una di seguito all’altra e per fortuna col testo a fronte, una cinquantina di poesie che ricordano la forza ruvida della sua voce. Protagonista prepotente è l’evocazione, delle immagini di un passato paramitologico, ma anche dell’osservazione sensoriale di un io che cerca di travalicare la propria visuale.
Thurstone Moore invece, getta qua è là manciate di versi, di racconti, di immagini [anche fotografiche], che sembrano passare in fretta sopra la pelle, ma che appena svaniscono da sotto l’occhio lasciano una sensazione di profondo straniamento, pur parlando della New York di oggi, dei suoi locali e delle sue strade, delle storie che la attraversano [o forse proprio per questo]. Una vera improvvisazione di jazz letterario che scuote più per i lampi di dolcezza sotterranea, che non per l’irruenza.
Dov’è allora il nesso tra questi due libri? Nella crescita [in primo luogo biologica] dei due autori, nell’evoluzione del loro percorso, nell’esigenza di provare linguaggi diversi. O forse nella traslazione delle loro poetiche da un mezzo espressivo all’altro, sul solco di un’estetica del crossover che gli anni Novanta hanno consacrato.

[da Carta n°43/2005]

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