L’ipercorpo contemporaneo

ipercorpo«Spaesamenti nella creazione contemporanea» recita il sottotitolo di un’interessante volume da poco uscito per Editoria & Spettacolo, una delle poche case editrici italiane che racconta la scena teatrale contemporanea e i suoi protagonisti. Il libro, curato da Paolo Ruffini, si intitola «Ipercorpo» [328 pagine, 12 euro] e raccoglie riflessioni di artisti, critici, antropologi e sociologi che da anni si interrogano sull’idea di corpo e sulle sue declinazioni nel contemporaneo. Proprio come il suo oggetto di indagine – un corpo che sempre più si vuole multiplo e fluido, impossibile da rinchiudere nei vecchi schemi est-etici – il libro non segue un andamento lineare, ma si sviluppa per flussi di pensiero: a volte testimonianze del proprio pensare e performare il corpo, altre volte veri e propri saggi, infine persino poesia. Dal «dress-code» del corpo spaziato dell’antropologo Massimo Canevacci alla lettera poetica al teatro strafinito – allo stesso tempo tenera e tagliente – di Roberto Latini, passando per le riflessioni di Daria Deflorian sulla necessità dell’arte come gesto rituale senza profitto né clienti, ma che comunque si auspica gesto richiesto e voluto, quella che si disegna è la mappa «a rizoma» di un corpo debordante: un ipercorpo, che nella sua carne accoglie e fa vivere la lucidità visionaria della creazione artitica, caricandola della propria verità di corpo, della sua «fatticità». Una verità che è tanto più attuale se, come scrive la storica dell’arte Viviana Gravano, «In tempi di guerra non si può che aprire un testo sul corpo con la frase, con il grido, ‘il corpo è carne’».

[da Carta n°43/2005]

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