Petrolio. Intervista a Mario Martone

pierpaolo_pasoliniMario Martone, regista di teatro e cinema, ha realizzato lo scorso anno un progetto basato sul romanzo incompiuto di Pasolini, «Petrolio». Decine di gruppi teatrali si sono confrontati con i materiali multiformi del libro e con la figura complessa del suo autore. Molti di quegli spettacoli sono oggi in giro per l’Italia, in varie iniziative che ricordano Pasolini a trent’anni dalla scomparsa. Martone ha raccontato a Carta questo percorso.

Come parla al presente la figura di Pasolini, poeta, cineasta, saggista e scrittore?

Quello che me lo fa amare è proprio il suo aspetto di non chiusura in una forma o in un codice. Pasolini è stato un uomo che veramente ha travalicato e aperto i confini tra le discipline, soprattutto rispetto alla propria vita. Nel senso che c’è stato un continuo spostare, rispetto alla propria esperienza, il territorio artistico. Quindi non l’arte come codice entro cui muoversi secondo delle regole, ma come esperienza viva, che di volta in volta ha radice e senso nella vita, nell’osservazione della vita altrui e nell’esposizione spudorata della propria. Questo fa di Pasolini qualcosa di unico: è limitato dire che è un intellettuale ed è limitato dire che è un artista. È stato tutte queste cose, ma nell’insieme qualcosa di più. Questa è anche la ragione per cui la sua esperienza continua ad essere vitale oggi. Quello che impressiona in Pasolini è la sua disposizione fraterna, mentre di solito i maestri sono dei padri. Tutto si può dire di Pasolini, meno che sia un padre. Questo suo muoversi incessante, questa sua disperata vitalità e l’inquieta ricerca della verità fanno di lui una figura fraterna. Problematicamente fraterna, ma mai paterna. Questa è già di per sé una cosa enorme, perché Pasolini ha saputo spezzare la linea padre-figlio, cioè una linea autoritaria, per creare invece un rapporto responsabile e rigoroso. Questo fa sì che con Pasolini si continui a dialogare, anche a tanti anni dalla sua morte.

In Pasolini hanno coabitato elementi di forte modernità e antimodernità…

Questa sua caratteristica ci dice come in realtà i concetti di moderno e antimoderno siano categorie vecchie. Chi si è arenato in questa specie di spartiacque alla fine è stato messo alle corde. Il luogo di Pasolini è il luogo del pensiero, quindi non un luogo di appartenenza per schemi. Noi sappiamo benissimo tutto ciò che c’è di straordinario nella modernità, e Pasolini ad esempio è andato incontro a un linguaggio moderno come era il cinema negli anni sessanta. Gli è andato incontro con una forza, con un entusiasmo e una capacità di rapporto che dimostra quanto lui fosse profondamente moderno. Mentre, invece, era perfettamente antimoderno nel momento in cui parlava di omologazione, anche lì anticipando però molti temi della globalizzazione. Questo dimostra che il luogo di Pasolini era oltre gli steccati. Ciò che manca oggi non è la sua posizione, ma il suo coraggio, la sua capacità di mettersi in gioco completamente, col corpo, con l’anima e con la mente, rischiando tutto. Pasolini veniva sempre accusato di essere un dilettante: glielo dicevano i letterati per la sua poesia, glielo dicevano i critici di cinema per i suoi film, e così via. Perché non corrispondeva all’accademia. E invece lui sbaragliava tutto.

Cosa ti ha suggestionato tanto in «Petrolio», da prenderlo come spunto per il tuo progetto teatrale su Pasolini?

«Petrolio» è un libro capitale da tanti punti di vista. Ci vorrebbe moltissimo tempo per parlarne seriamente, anche solo ad esempio per l’aspetto di analisi della politica italiana – cosa che probabilmente non è estranea alla sua stessa morte, se sono vere le ipotesi del giudice Calia. Ma, al di là di questo, «Petrolio» è un libro incompiuto, composto di diversissimi materiali, che è del tutto impensabile affrontare nel suo insieme. Meglio affrontarlo, a me è sembrato, come un territorio da attraversare. E come un dispositivo di dialogo: provare a fare con Pasolini esattamente quello a cui lui ti chiama, cioè a dialogare, a esporsi con lui con i propri gesti, i propri pensieri. Per questo ho pensato ad un lavoro collettivo, a un modo per cui tutta una serie di artisti, anche diversissimi tra loro, affrontassero da diversi punti di vista i temi e gli spunti che sono presenti in «Petrolio». Questo ha dato luogo ad alcuni mesi molto intensi, che si sono svolti a Napoli e che sono stati qualcosa come un fluire di esperienza: non c’era tanto l’idea di andare a teatro per vedere degli spettacoli, quanto piuttosto per mettere in moto il pensiero e l’esperienza. E dopo questa fase napoletana – questa è una cosa che mi ha dato grandissima soddisfazione – moltissimi di questi lavori hanno continuato a vivere e a girare per l’Italia. Segno che c’era qualcosa di vitale, nel progetto.

[da Carta n°39/2005]

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