Ardecore de Roma. Intervista a Giampaolo Felici

ardecore_sxPerché un gruppo di musicisti tra il post rock e la sperimentazione si mettono insieme per suonare stornelli romaneschi? Ne abbiamo parlato con Giampaolo Felici, cantante di Ardecore [manifesto cd], progetto nato un po’ per caso che oltre a Giampaolo coinvolge gli Zu, il chitarrista dei Karate Geoff Farina e il polistrumentista Luca Venitucci.

Come vi siete incontrati?

Eravamo in tour nella primavera del 2002. Io – con il mio progetto one man band “Blind loving power” – accompagnavo gli Zu per parte delle date europee. Insieme siamo entrati nel tour dei Karate. Iniziavamo e chiudevamo i concerti con dischi di musica popolare romana. È nato tutto un po’ per gioco. Poi abbiamo deciso di registrare. Geoff Farina ha spinto molto per farlo: gli piaceva l’idea di suonare in un contesto completamente diverso da Karate, affrontando la musica popolare italiana (lui ha origini abruzzesi). Ma tra pensarlo e farlo è passato del tempo: abbiamo registrato dei pezzi nell’estate 2004, senza avere un’idea di produzione. Poi il manifesto si è entusiasmato molto per il progetto.

Com’è fare dischi con il manifesto?

Con il manifesto c’è un’affinità su tutti i fronti. Sono stati molto carini, hanno seguito in toto la produzione, ma ci hanno dato la possibilità di fare tutto quello che volevamo, dalle scelte in studio, alla masterizzazione al lavoro grafico. È molto semplice lavorare con loro, perché hanno un approccio molto artigianale, seguendo un progetto per volta. Poi, come etichetta, hanno una radicalità su Roma che ci sembrava perfetta per noi. E, inoltre, il disco esce ad un prezzo giusto, 8 euro, che permette anche di vendere di più.

Perché “Ardecore”?

Dovevamo trovare un titolo e Ardecore ci divertiva. Hard Core detto alla romana (anche se la musica non è affatto hard core). È stato un gioco. E poi suggerisce un’ibridazione, che è quello che è avvenuto tra noi – musicisti che fanno musica completamente diversa dal folk e tra di loro. La musica popolare è stata il terreno neutro dove incontrarci.

Avete proposto versioni tradizionali delle canzoni romanesche, ma inserendo suggetioni di musica “colta”, con fiati e chitarre elettriche…

La presenza degli Zu, che è un gruppo molto dinamico e non acustico, ha creato questo mix. Nell’impianto acustico del progetto abbiamo finito per mantenere queste suggestioni personali. E poi c’è anche Geoff che suona in elettrico. C’è chiaramente un elemento anche provocatorio nell’accostare simili realtà musicali per fare folk nostrano. Quando lo abbiamo proposto in giro è stato accolto con sorpresa, anche perché il risultato è molto distante dal “folkloristico strapaesano” che avvolge un po’ la canzone romana, a differenza ad esempio della pizzica che è stata rivalutata per le sue radici etniche.

Andrete in tour?

Sì, la seconda metà di novembre, con tutti e sette gli elementi. Le date le stiamo ancora definendo, ma toccheremo i capoluoghi principali, un po’ perché è un tour promozionale, un po’ perché vogliamo vedere come viene accolto il disco fuori Roma. Il progetto è sì incentrato sulla musica tradizionale romanesca, ma è anche un lavoro che vuole evidenziare un certo tipo di fare musica, certi arrangiamenti, che possono essere una risposta alla musica internazionale. La musica romana è un pretesto per riprendere strutture musicali dimenticate e riscoprirle. Anche in America molte nuove proposte stanno riattingendo dal folk rurale. Ardecore è un po’ un contraltare italiano, con formule innovative.

Suonerete nei teatri o nei club?

All’inizio pensavamo nei teatri, ma abbiamo costatato una certa difficoltà. Così abbiamo deciso di portare Ardecore negli spazi dove abitualmente ci esibiamo, club, locali e centri sociali che accolgono la musica sperimentale, il più delle volte di origine anglosassone. Anche questo è interessante: portare il folk romanesco al Leoncavallo. Credo che faccia parte dell’idea di sperimentazione insita nel progetto, che oggi come oggi è più “radicale” che non fare noise: certe tendenze alla destrutturazione della canzone e del suono hanno ormai raggiunto un alto grado di diffusione, hanno un loro linguaggio, sono un genere (a volte anche un po’ “datato”) e perciò la loro carica sperimenatle è affievolita. Paradossalmente Ardecore è più “innovativo”, perché è un salto più che generazionale, torna all’albore della canzonetta e dello stornello, ad opera di chi – come noi – ha un back ground molto più americano che non italiano: siamo cresciuti con strutture musicali rock, punk e metal, che vengono dal blues e quindi dall’america. Ne abbiamo assorbito in pieno le sonorità. E anche tutto il pop italiano ha dimenticato le radici della propria musica e ha guardato alla musica anglosassone. Il fatto che questo recupero sia fatto dalla nostra generazione è già un salto interessante.

Come prosegue un progetto “nato per scherzo”?

Sempre per scherzo, ovviamente. Andiamo avanti scherzando fino a dove si arriva. Anche se di fatto si è creato un interesse notevole. Per cui vedremo come va il tour e poi decideremo. C’è anche l’idea di bissare, fare un secondo capitolo. Non per forza restando legati in maniera esclusiva alla forma romanesca, né alla semplice interpretazione (o reinterpretazione) di brani già esistenti, come abbiamo fatto ora. Quello che ci inetressa è recuperare certe strutture di arrangiamento tipicamente italiane che sono andate perdute dal dopoguerra in poi. Invece all’estero accade il contrario: ad esempio Tom Waits ha fatto ampio uso di arrangiamenti ripresi da Morricone, che a sua volta imitava il suono ipotetico del vecchio west, riproponendolo alla sua maniera. È un ping pong tra tradizioni italina e statunitense piuttosto particolare. Anche noi, con Geoff nel gruppo, viviamo una cosa simile.

[da Carta n°36/2005]

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