«Gli uccisori del chiaro di luna» di Amnesia Vivace

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Marinetti

C’è da chiedersi, innanzitutto, perché recensire uno spettacolo in ritardo – questo di cui si va a parlare, «Gli uccisori del chiaro di luna» di amnesiA vivacE è andato in scena lo scorso aprile al Rialto Santambrogio di Roma. Uno spettacolo che neanche si sa se girerà ancora, che nasce da un laboratorio di ricerca e sperimentazione sul futurismo tenutosi all’università La Sapienza di Roma [e che di questa origine si porta appresso innegabilmente i segni, in positivo e in negativo], uno spettacolo di cui lo stesso ideatore [o uno dei, comunque animatore della compagnia] si domanda origini e fini pratici, e – oltretutto – uno spettacolo che più che uno spettacolo è una sorta di reading [perdonatemi la parola] con innesti musical-poetico-visivi-e-chi-più-me-ha-più-ne-metta.

Beh, di ragioni ce ne sono parecchie. Ne cito tre, che mi sembrano le più importanti. Primo, si tratta di un passaggio interessante compiuto da amnesiA vivacE nel percorso sconclusionato della sua personale poetica. Un passaggio, oltretutto, che è tanto più interessante in quanto riflette su un movimento come il futurismo in chiave anche celebrativa ma non leccata, e contemporaneamente in chiave critica ma non political-retorica. Insomma, un buon punto di partenza che fa giustamente slittare il significato di uno spettacolo simile – in cui l’arte [di oggi] riflette sull’arte [di ieri] – e lo candida ad essere una lente d’ingrandimento sul teatro che si fa qui ed ora, riflessione non astratta sul presente. “Oggi i poeti futuristi semplicemente non vengono più letti, ma le cose non andavano molto diversamente quand’erano in vita. I futuristi, di là dalla sempre roboante propaganda marinettiana sui continui successi del movimento, hanno dovuto fare i conti con la propria marginalità in una Italia che non li voleva”, spiegano i quattro vivaci smemorati coinvolti nel progetto [Daniele Timpano, Valentina Cannizzaro, Francesca La Scala, Natale Romolo]. Che aggiungono: “Simile ci è sembrata la nostra condizione nel teatro di cento anni dopo, specie in quello di ricerca, quello precario ed “abusivo” dei tanti gruppi autoprodotti. La marginalità del nuovo teatro in seno al sistema teatrale italiano risponde ad una più generale marginalità delle nuove generazioni in seno alla società italiana”.

Il secondo motivo è che siamo in attesa per il 2006 del nuovo spettacolo di Daniele Timpano, «Dux in scatola», il cui promo di venti minuti è stato finalista al Premio Scenario, dove ha vinto il premio della giuria ombra [cioè la giuria popolare, composta anche dagli operatori del settore]. Al di là della contiguità dei temi trattati, mi sembra interessante cercare di tracciare la linea [indubbiamente spezzata] che unisce i puntini tracciati dalla compagnia romana: seguo Daniele Timpano da tempo e sempre più continuo a considerare il suo lavoro tra i più interessanti del panorama odierno.

Terzo motivo, forse il più sensato, è che una delle poche cose concrete che può fare chi scrive di teatro di ricerca, “abusivo” e interstiziale, è proprio raccontare spettacoli come questo, indubbiamente sperimentale e “cantinaro” per vocazione, che proprio per questo motivo non uscirà mai dalla sua marginalità [lo spettacolo, ci auguriamo che invece ci riesca amnesiA vivacE], ma che comunque fa parte di diritto di quel magma di effervescenza artistica che riscalda il sottosuolo teatrale e che, alle volte, riesce persino a dare una bella scossa a chi sta in superficie.
Ma, conclusa la premessa, rimane da chiedersi come si fa a parlare di questa «cantata non intonata per F.T. Marinetti e V. Majakovskij», dove testi smangiucchiati dei due poeti si fondono con musiche disturbanti e cori altisonanti in una fanfara sgangherata, dove la poetica va rintracciata – più che nei versi – nel ritmo generale che prende attori e spettatori. Proprio lì, in quell’andamento sconclusionato, in quelle trombe che partono solenni per arrivare spernacchianti, c’è il “quid” di uno spettacolo come questo. Che prosegue per la sua direzione come una vecchia crysler scassata che perde i pezzi strada facendo, ma non per questo si spoglia della sua splendente tracotanza.

Per farmi coraggio, sono andato a caccia di appunti e impressioni eventualmente buttati giù al momento e provvidamente conservati. Tutto quello che sono riuscito a ripescare sotto le ceneri del tempo è una conversazione via mail avvenuta tra Daniele e me all’indomani del debutto. Dapprima avevo pensato di metterci le mani per farne uscire un qualcosa di compiuto. Ma poi ho pensato di riportarla così com’è, conservandone la freschezza del botta e risposta, che forse è in grado di dire qualcosa sugli “Uccisori” molto più di quanto possa fare io a posteriori. Che sarebbe come voler tradurre in parole (rigide e logiche) le sensazioni che dà una musica, un ritmo, pur stonante e sconclusionato. E la traduzione, si sa, è sempre un tradimento.
«Ti è piaciato un po’?

Io non capisco che roba è ’sto spettacolino! Sono ai suoi piedi, devoto, in attesa di guida e riscontro critico che, come sa, in questa valle di lacrime [in miglioramento?] che è il sistema teatrale underground romano, è proprio quello che più manca a chi, come me, in definitiva è solo un morto di fame…»

dt
«Come le dissi anche ieri, sì, in effetti mi piacque…
Chiaramente non ha la rotondità di uno spettacolo completo, ma mi è piaciuta la ritmicità, e soprattutto penso che tutto ciò che ho visto non mi è mai sembrato gratuito [e quando si toccano le avanguardie, dio sa se non è questo lo scivolone più frequente: adagiarsi sulle interpretazioni già date, chiuse, funzionanti e belle da leggersi, ma – ahimé – assai poco da vedere]. Lei, caro dott. Timpano, ci ha fatto vedere un futurismo un po’ stanco, un pallone gonfiato che si sgonfia, un’innovazione che si disperde nell’italianità stagnante che tutto ingoia… e questo già ci compiace. In più, che dire… trattandosi di un tributo, o di un anti-tributo, la sua dimensione drammaturgicamente sconnessa, bilanciata dal lavoro sulla musicalità, e la sua durata contenuta si adattano bene alla forma. Perciò, come sottolineavo in apertura, non avrà la rotondità di un “Caccia ’l drago” [che tra l’altro, guarda un po’, spettacolo “completo” non lo è manco per niente], ma è sicuramente interessante e contemporaneamente piacevole. Connubbio non da poco, caro il mio morto di fame… su con la vita, dunque, e non si preoccupi, che prima o poi una bella mangiata ce la faremo tutti insieme…
Distinti saluti»
gg

[Visto a Roma, Rialto Santambrogio, 14 aprile 2005]

[da http://www.carta.org]

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