Memorie di Cinecittà. Intervista ad Ascanio Celestini

celestini-2A giugno Ascanio Celestini ci aveva anticipato che vedeva nei luoghi del consumo, come i centri commerciali, dei possibili luoghi della narrazione, perché sono posti vissuti quotidianamente. Oggi Celestini porta i suoi racconti – e quelli di molti altri artisti che lavorano sulla memoria – proprio in quei luoghi. Stiamo parlando della prima edizione di “Bella Ciao”, il festival ideato da Ascanio che si snoderà lungo gli spazi non convenzionali del X municipio, tra cui anche Ikea e altri luoghi del consumo. Il festival, che si svolgerà dal 12 al 18 settembre, è stato organizzato in collaborazione col X Municipio, con il Comune e la Provincia di Roma e con la Regione Lazio [per il programma: http://www.bella-ciao.it]. Un’occasione, per l’affabulatore romano, di confrontarsi direttamente il territorio di Cinecittà e con la sua memoria: il festival, infatti, è il primo atto di un percorso molto più ampio, che coinvolgerà il X Municipio e i suoi abitanti. Abbiamo fatto due chiacchiere con lui per farci racconta com’è nato il progetto.

Dove si svolgerà il festival?

Il Festival “invaderà” alcuni spazi del X Municipio, che è un municipio abbastanza grosso, abitato da quasi 200 mila persone, praticamente una città – anzi, rispetto al resto d’Italia è una cittadina abbastanza grande. Però è una zona dove nel passato, dal punto di vista culturale, non è stato fatto molto; è da poco tempo che le cose si stanno muovendo. E poi questa è la zona che accoglie quella grossa fabbrica che sono gli stabilimenti del cinema, che oggi rispetto a quarant’anni fa funzionano un po’ meno. Nel frattempo sono sorti una serie di centri commerciali. Ma, a parte questo, chi vive in questa zona non ha punti di riferimento che non riguardino la sussistenza fisica: dormirci, mangiare e in genere consumare, spendere soldi. Anche solo trovare spazi per fare gli spettacoli è stato complicato, perché non esistono spazi teatrali e neppure arene dove organizzare spettacoli all’aperto. Quindi noi faremo una parte del festival decentrata rispetto alla sede del Municipio. Si parte il 12 con uno spettacolo in un centro anziani, che sta nella periferia di questa periferia, e si prosegue il 13 e 14 con il mio spettacolo, “Scemo di guerra”, che verrà rappresentato nell’ex stabilimento dell’Italcable. I giorni successivi il festival si sposterà nei luoghi più “antichi” di questa periferia, come l’ex-Istituto Luce, e da lì parteciperà anche alla notte bianca con un collegamento in diretta con Radio Tre. In più ci saranno le incursioni: le incursioni non sono spettacoli veri e propri, ma tentativi di inserirsi nella vita reale della zona, portando lì le storie. E saranno tutte incursioni nei luoghi del consumo del X municipio: i due centri commerciali Anagnina e Cinecittà Due, l’Ikea, e infine un mercato che viene fatto a due passi da casa mia, nella piazza di Morena. Chiaramente sono incursioni “annunciate”, ma raggiungeranno un pubblico che probabilmente non se saprà nulla: lunedì mattina a Morena il mercato è pieno di gente che va a far la spesa, non a vedere il teatro. Alcune di queste incursioni saranno performance di teatro di strada, quindi costruite sull’interazione con le persone che si trovano lì. E poi ci sono dei racconti legati alla storia del territorio: alcuni su Cinecittà come città del cinema, altre più in generale su Roma.

Hai scelto il X municipio perché ci vivi?

Certo. Perché ho sempre lavorato sull’idea della memoria, e mi sembrava sensato portare avanti un lavoro di ricerca, sì, ma anche di azione, partendo da una memoria che è anche la mia personale. Questo è il luogo dove sono nato, dove sono nati i miei genitori.

Perché hai scelto “Bella Ciao” come titolo del festival?

Bella Ciao, in Italia, è “la” canzone popolare. Perché non è soltanto il canto partigiano, ma era prima ancora un canto delle mondine, delle donne. Poi è diventato un canto di bambini. È un canto che ha attraversato storie, luoghi, culture anche molto diverse tra loro. E poi, come canzone popolare, è uscita fuori dal suo ambito orale e subalterno per diventare anche una canzone registrata centinaia di volte da artisti diversi in modi diversi. Da Yves Montand ai Modena City Ramblers. Ha trasceso i confini italiani. Questa estate sono stato in vacanza in Corsica e mi sono imbattuto in un gruppo di lì, che cantava in corso, ma che aveva nel suo repertorio Bella Ciao. E poi è una canzone che viene cantata spessissimo nelle manifestazioni, in ogni tipo di manifestazione: a me è capitato di cantarla sotto al Campidoglio in una manifestazione per la casa. Perché cantare Bella Ciao in quel caso? Perché in qualche modo quella canzone è diventata sorta di inno nazionale. E lo è diventata non perché è stata scelta da qualcuno o perché è stato fatto un referendum, ma in modo spontaneo, perché è un canto in grado di attraversare ambiti e culture di appartenenza. E anche l’idea del festival è questa. Innanzitutto quella di non tenere separati gli ambiti tra cultura “subalterna” e cultura “egemone” [come una volta venivano definite].

Oltre la memoria, hai seguito un altro criterio nella scelta degli spettacoli?

Più che altro ho cercato di privilegiare un certo tipo di approccio, quello che guarda alla memoria non come a un mezzo per conservare il passato, ma come spunto di riflessione per guardare al presente. Infatti la storia che torna più indietro nel tempo è quella che racconto io in “Scemo di guerra”, che risale al 1944. E comunque si tratta di una storia che è legata a questo territorio, perché è la storia del rastrellamento del Quadraro ed è anche la storia di mio padre, che viveva qui.
Poi ci sono due racconti di Mario Perrotta, “Italiani Cincali” parte prima e seconda [la seconda debutta qui al festival], che racconta l’emigrazione italiana all’estero. C’è un altro debutto, quello di Veronica Cruciani che porta in scena uno spettacolo basato su “Il mondo salvato dai ragazzini” di Elsa Morante; “Sexmachine” di Giuliana Musso che affronta il tema della prostituzione; e poi c’è la Compagnia della Fortezza dei detenuti del carcere di Volterra… Si tratta di un tentativo di raccontare una memoria che non c’è ancora, che poi è quella di cui abbiamo bisogno, perché spesso ci dimentichiamo quello che succede ieri e l’altro ieri, non prestiamo attenzione ai fatti nella loro dimensione temporale. Di questo tipo di memoria abbiamo bisogno, una memoria che prima ancora che ricordare il passato sia un tentativo di non dimenticare il presente.

Da questo punto di vista è interessante che tu abbia coinvolto la Fortezza. La condizione di detenzione è una di quelle cose presenti che tendiamo a dimenticare, a rimuovere…

È lo stesso discorso che facevamo l’altra volta sui centri commerciali [vedi Carta 21 del 2005, ndr]. Lo stesso si può dire dei detenuti. Noi abbiamo il terrore di maneggiare le parole. E non solo perché abbiamo paura di confrontarci coi i significati che hanno queste parole, ma perché le parole stesse ci mettono paura. Per quanto riguarda i prodotti, ci spaventiamo di pronunciare Coca-Cola, Pepsi-Cola o Nestlè, perché si tratta di marchi, avvertiamo il copy-right anche nel pronunciare la parola. Poi vogliamo anche evitare di fare pubblicità a un prodotto. Però in questo in modo è come se qualcuno ci vietasse di utilizzare una termine che sentiamo e utilizziamo tutti i giorni. E invece sarebbe proprio il caso di iniziare ad impedire alla pubblicità di rubarci le parole che ci appartengono, e con loro l’immaginario che ad esse è legato.
Sull’altra faccia della medaglia, nell’uso che facciamo delle parole e del senso, c’è il mondo impronunciabile, quello della galera, dell’ospedale psichiatrico, dell’emarginazione. Lì non sappiamo come metterci le mani, non sappiamo come maneggiare quelle parole perché ci risulta troppo complicato, troppo difficile. Invece Armando Punzo [il regista della Compagnia della Fortezza, ndr] è riuscito a fare proprio questo: lui ti fa vedere un lavoro dicendoti “questo è uno spettacolo di teatro”. Il valore artistico di quello che fa non è nel fatto che chi mette in scena lo spettacolo è un detenuto. Si tratta di attori. Attori che stanno in carcere, certo, ed è quindi naturale che portino la propria identità sulla scena. Un attore che ha fatto il minatore porterebbe la miniera sulla scena. Una cosa simile è successa con un mio spettacolo, “Fabbrica”. In Belgio è stato messo in scena da un attore che ha lavorato in fabbrica come anche suo padre, che in fabbrica ci era morto. È chiaro che lui porta la sua identità in scena, e con quella la sua storia; però lui resta un attore, così come “Fabbrica” resta uno spettacolo. Lo stesso vale per Punzo e la sua compagnia: sono detenuti, certo, ma sono anche attori che vanno in scena con la propria identità, senza la paura di maneggiare una storia che è difficilmente dicibile.

Il festival si articola su più spazi, quasi sempre non convenzionali. Qual è stato il rapporto con il territorio?

Come organizzazione, abbiamo scelto di fare questo festival proprio per iniziare una collaborazione con la gente del territorio. Questo non è il risultato di un lavoro, perché a partire dall’esperienza del festival cominceremo a fare monitoraggi, interviste, laboratori. Si tratta di un punto di partenza.
Quando faccio i lavori di intervista, in giro, e parlo con la gente, la prima cosa che cerco di fare è di farli venire a vedere i miei spettacoli, perché voglio fargli capire che tipo di lavoro faccio. Solo dopo questo passaggio comincio a registrare le storie. Il festival è concepito un po’ allo stesso modo.
Quando abbiamo cominciato a pensarlo abbiamo dovuto chiederci dove farlo. Dovevamo trovare la modalità per entrare nel territorio – io qui ci vivo, certo, ma un conto è abitarci e un altro e cercare di animarlo con un festival. Il Festival è un po’ il modo di farci conoscere, e da lì cominceremo con il vero lavoro sul territorio. Sarà un lavoro che durerà circa tre anni, e che si articolerà più come laboratorio che come produzione di eventi.
Dall’altra parte c’è un problema tecnico: è stato molto complicato trovare luoghi per fare gli spettacoli, e ancora adesso abbiamo parecchi problemi per allestirli. Perché non ci sono luoghi pensati per questo. Persino le piazze sono poche. Se decidi di usare una strada, non è possibile chiuderla o non ci arriva l’elettricità o se ci arriva non è abbastanza. Persino uno spettacolo semplice come il mio – che ha bisogno di quattro lampadine – alla fine è difficile portarlo in un territorio come questo, anche se il X municipio è vastissimo. Perché si tratta di una zona che non è stata pensata per accogliere eventi come questo: non ha altre funzioni, al di là di farci dormire la gente e accogliere i luoghi dove si possa consumare.

[da http://www.carta.org]

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