Americani al contrario. Intervista ad Alli Spector

insides_buildingbloc“Building Bloc” è un collettivo di artisti di San Francisco, composto dalla danzatrice Alli Spector e dai musicisti Jesse Olsen e Marko Muir, che lavora a stretto contatto con i movimenti e le associazioni cittadine. Ora sono in giro per l’Europa con lo spettacolo di teatro danza “In-sides”, sulla condizione dei detenuti nordamericani [www.in-sides.net]. Una performance intensa, che fonde testimonianze dirette, immagini e coreografie. Dopo l’Italia, la Repubblica Ceca, la Germania e l’Olanda – che hanno toccato tra giugno e luglio – saranno in Francia, Slovenia, Bosnia e Serbia. Durante il loro soggiorno romano abbiamo parlato del progetto con Alli.

Come è nato In-sides?

Volevamo esprimere i nostri dubbi, le nostre paure. Quando pensavamo a problemi sociali come la condizione dei detenuti, o gli sfratti, sentivamo di vivere un conflitto interiore. L’arte serve a mettersi in dicussione, ad approfondire le esperienze, a creare ponti con le associazioni e le campagne già in corso, guidate dagli ex detenuti o dagli sfrattati, ovvero dalle persone più povere degli Stati uniti.

Collaborate con molte associazioni…

Veniamo da una formazione anarchica, ma lavoriamo con diversi gruppi impegnati nelle lotte sociali. Volevamo capire come l’arte può contribuire. Molte persone vedono l’arte come un lusso, ma l’arte è anche una necessità. Ci sono stati momenti della mia vita in cui dovevo mantenere me stessa e altre persone: lavoravo 15 ore al giorno, andavo a casa, mangiavo e dormivo. Non avevo tempo per l’arte. Perciò sentiamo di esserci presi una responsabilità: dedichiamo tempo ed energie all’arte, ma dobbiamo chiederci come creare legami rispettosi e onesti con persone che non hanno questo privilegio e che lottano per i loro bisogni primari. Per risolvere questa contraddizione abbiamo stretto relazioni con alcune associazioni, come Critical Resistance, che si occupa dei diritti dei detenuti. Abbiamo cercato anche modi per sostenerli, ad esempio organizzando concerti. Con il ricavato, abbiamo comprato un videoproiettore che prestiamo a varie associazioni.

I movimenti hanno sede nelle grandi città, tradizionalmente liberal. E il resto degli Stati uniti?

In alcune città i movimenti hanno una storia lunga, eppure a San Francisco sappiamo poco di quello che succede a New York. Ci sono rapporti tra le singole associazioni o tra associazioni con un’impostazione politica comune che lavorano insieme. Quando è scoppiata la guerra inIraq ci sono state tantissime proteste. Molte erano organizzate in zone periferiche o provinciali, dove non esistono movimenti organizzati. Però, finito quel momento, non c’è stato più nulla.

I temi principali dei movimenti di San Francisco quali sono?

Quelli che hai visto nel nostro spettacolo sono tra i temi principali, ma non gli unici. Un tema molto importante a San Francisco, o meglio a Oackland, la città confinante, è quello dei diritti dei migranti e del lavoro. Siamo partiti dal carcere, ma quando cominci a lavorare sui temi sociali, scopri che sono tutti connessi: povertà, razzismo, disparità sessuale… per non parlare dei gruppi che si occupano di temi internazionali come il sostegno degli zapatisti in Chiapas o alla Palestina.

E il movimento nato a Seattle?

C’è una divisione tra movimento altermondialista, composto in prevalenza da giovani, studenti, anarchici e punk, e il movimento impegnato su alcuni temi specifici, composto da associazioni di persone di colore, migranti, homeless. Purtroppo, queste due componenti non dialogano quasi tra loro. C’è un bell’articolo di Bettita Martinez – scaricabile dalla rete – che ne parla, dicendo che dovrebbero essere due braccia di uno stesso organismo. Ultimamente, si sta cercando di connettere tutti i punti. Perché alcuni temi sono talmente inscritti nel nostro modo di vivere da essere “invisibili”. Spesso chi dice di non essere razzista è più razzista di altri, perché non ammette che quelli che per lui sono comportamenti ovvi, che ha assimilato, possano essere razzisti. Perché non ammette che ha il compito di cambiare le cose. Finché non c’è un vero dialogo non possono esserci cambiamenti profondi. È un processo molto difficile. Il movimento di Seattle adesso si sta interrogando su quali siano le lotte che vanno portate avanti qui e ora, nei posti dove tutti vivono. Prima di montare su un aereo si interrogano su altri problemi. Quest’anno sono andate a Porto Alegre solo una quindicina di persone da San Francisco, in buona parte afroamericani e migranti. Prima non sarebbe successo: sarebbero partiti in massa, e in maggioranza studenti.
C’è un’associazione che ha svolto un lavoro molto importante: “The cathalist project”, un gruppo che si occupa di antirazzismo. Fanno laboratori per gli attivisti di altre associazioni, aiutando gruppi che vanno in crisi su questi temi, e succede spesso. Io stessa ho fatto parte di tre associazioni, molto forti e strutturate, che si sono sciolte per problemi di razzismo. Da noi è una cosa molto forte. Loro fanno da moderatori nelle discussioni, aiutano le persone a capire il modo di pensare dell’altro, creando un ponte reale tra etnie diverse. Anche per noi sono stati fondamentali: non sapevamo come scrivere una lettera a una detenuta nera, che è dentro da 16 anni e odia i bianchi. Ecco, fanno anche questo tipo di consulenze.

Perché fare una tournée europea?

Per far conoscere queste realtà. Organizzando la tournée abbiamo chiesto alle associazioni: vi interessa creare relazioni fuori dagli Usa? Che informazioni volete che diffondiamo? Ci hanno detto: questa immagine è importante, questi dati sono fondamentali, questa testimonianza rappresenta il nocciolo del problema del lavoro ed è giusto che il mondo la conosca. Così è nata la mostra che portiamo in giro. Ci hanno chiesto soprattutto di far sapere che esistono. I media diffondono solo una certa immagine degli Stati uniti, quella della forza, della guerra. Non si sa nulla delle campagne che i movimenti portano avanti. Ciò crea una barriera psicologica, ci fa sentire isolati, mentre è importante creare reti e scambiarsi esperienze. Poi abbiamo chiesto a molti detenuti, ex detenuti e migranti cosa vorrebbero dagli europei. Quasi tutti hanno risposto che vorrebbero essere riconosciuti per quello che sono, per la cultura che hanno. È qualcosa che la nostra società, i media e le istituzioni, negano costantemente. Anche per le persone afroamericane, ad esempio, i film fanno vedere solo gangster e rappers, ma mai cosa sono veramente. La prima vera forma di solidarietà è ascoltare e capire.

[da Carta n°27/2005]

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