L’ebreo migrante. Intervista a Moni Ovadia

moniovadiaMoni Ovadia cantastorie, è direttore artistico del Mittelfest [dal 16 al 24 luglio a Cividale del Friuli], festival dedicato alla creatività mitteleuropea. Abbiamo parlato con lui di confini, di identità e del suo ultimo spettacolo “Es iz Amerike”, sull’influenza che la musica ebraica ha esercitato nel Novecento su quella americana: verrà presentato domenica 24.

Il tema del festival è l’identità di confine…

È qualcosa che mi appartiene. Vengo da una famiglia di profughi, che a sua volta affonda le sue radici in un esilio durato 2000 anni. Il mio è un nome biblico: Ovadia vuol dire “servo di Dio” in ebraico, il corrispondente dell’arabo Abdallhà. So che vengo da altrove, da un popolo di schiavi che ha attuato il primo processo di liberazione rivoluzionaria, perlomeno della storia dell’occidente. Questa consapevolezza mi rende molto agevole stare nelle zone di confine. Zone di travaglio, perché la Mitteleuropa è stata terra di spaventosi nazionalismi. Ma anche di grandi sognatori: ci hanno fatto capire che anche stando nella tua città – e la Mitteleuropa è una condizione dello spirito – puoi vivere il mondo-universo, se hai la mente aperta e un’anima disposta all’esilio. Sennò umìli te stesso in una condizione di evirazione dello spirito della conoscenza che è il nazionalismo.

A volte, l’incontro tra culture può avvenire con difficoltà…

Non sono le diversità a confliggere. Croati e serbi parlano la stessa lingua, e sono cristiani. Gli idioti che starnazzano di guerre di civiltà dimenticano che in Europa cristianissimi Serbi e cattolicissimi Croati si sono scannati tra di loro. E insieme hanno macellato i musulmani più inermi della terra. La causa non sono le differenze, come Islam e Occidente. Sono i deliri di potere e le strumentalizzazioni del confine. Il confine dovrebbe essere luogo di incontro, di gemmazione di vita. Nello spettacolo “La bottiglia vuota” dico che la vita germina proprio su due confini che si accolgono reciprocamente, i confini corpo di donna e corpo di uomo. Due nazioni individuali che nell’amplesso amoroso cedono reciprocamente. È da quella relazione che nasce la vita. Chi va verso la vita non può andare che verso un confine morbido, luogo dell’accoglienza e non luogo di rigidità.

Per noi i confini materiali scompaiono, si trasformano in confini “mentali”. Per i migranti, però, i confini sono un’esperienza materiale brutale.

Abbiamo un problema fondamentale con il migrante: il migrante patisce di quella prigione che gli costruiamo attorno, che in realtà abbiamo costruito prima attorno ai nostri sentimenti. La psicanalista bulgara Julia Kristeva diceva che “lo straniero ci abita”. È il lato oscuro della nostra identità, la parte ribelle e insofferente che vorrebbe rimettere le cose in discussione, e che noi teniamo a bada con quella parte di noi stessi che ha paura. L’inquietudine che noi delle aree del benessere abbiamo nei confronti dello straniero è la paura che abbiamo di rimetterci in discussione e di attivare la parte migliore di noi, quella non conformista. Allora costruiamo prigioni. E le prigioni che costruiamo intorno a loro sono prigioni che ingabbiano i nostri sentimenti.

Avete puntato a linguaggi artistici ibridi, che vogliono rappresentare l’incontro.

Lo scopo di un festival è creare risonanze, incontri, percorsi. Gli spettacoli non mancano, nei teatri. Anzi, da lì esce la coscienza civile del paese. Basta pensare a Paolini, Celestini o Baliani, senza dimenticarsi di Dario Fo. Il teatro diventa luogo dell’elaborazione del pensiero critico, luogo possibile dell’Europa non del mercato e della finanza, ma l’Europa delle lingue e dei linguaggi. I teatranti sono già europei. L’anno scorso c’era Panduru, uno sloveno, con una compagnia di serbi, croati, tedeschi e russi. Panduru ha cominciato a ritessere quel che è stato infranto della ex Jugoslavia nella sua piccola scena: la tenda del viandante che accoglie l’altro come parte del proprio percorso. È una grande sfida, perché la cultura è lo strumento migliore per costruire nuove identità. Il teatro lo fa con la capacità di pensarsi ubiqui dal punto di vista identitario.

“Es iz Amerike” parla di un’America terreno di incontro. Tra quella e gli Usa dell’Iraq sembra esserci un forte scollamento.

Perché in America ha preso forza la cultura più reazionaria. Oggi, a causa di Sharon, della sua politica militarista, e del fatto che alcuni “neocons” come Wolfowitz sono ebrei, vengono fuori cose molto tristi anche nell’ambito della sinistra, tipo la guerra di Bush è la guerra degli ebrei. Ma a ben guardare, oltre il 50 per cento di protestanti, cattolici e persino latini hanno votato per Bush, mentre solo neri ed ebrei hanno fatto argine. E poi potrei rispondere ai Wolfowitz citando Naomi Klein, Noam Chomsky e Howard Zinn, tre punte di diamante del pacifismo americano, che sono ebrei. Ma è un gioco stupido. Finché quella ebraica è stata una cultura di esilio, il suo contributo alla cultura statunitense è stato enorme. Durante il maccartismo [che è stata una caccia alle streghe anche per gli ebrei] gli elementi si spicco del movimento progressista americano, ma anche del partito comunista e del movimento anarchico, erano spesso ebrei. Poi c’erano intellettuali, scrittori… Perché gli ebrei erano migliori? No, perché erano esiliati e perseguitati. Oggi gli eccellenti negli Usa non sono più ebrei, ma pakistani, indiani e coreani. Nello spettacolo racconto la migrazione ebraica che determinò il fenomeno della “jewish american culture”. Racconto questa storia proprio per far capire quanto sia idiota oggi non accogliere i migranti con spirito di fratellanza, riconoscendoli come la parte migliore di noi, perché sicuramente i nostri futuri Dante e i futuri premi Nobel, sia italiani che europei, saranno migranti e figli di migranti.

Che valore ha oggi il racconto?

Il racconto è la struttura primaria attraverso cui l’uomo si riconosce. È antico quanto la sua consapevolezza. Naturalmente il racconto deve essere coniugato con il pensiero critico, perché anche i racconti possono creare stereotipi. Oggi i media dicono il totale falso. O, peggio ancora, raccontano un vero autoreferenziale. Vediamo tutti i giorni immagini di Baghdad, ma non ascoltiamo mai racconti fatti dalla gente che ci vive. Ecco perché il teatro diventa luogo di eccellenza. Il teatro si affida alla finzione, e questo gli conferisce la libertà di raccontare verità più profonde della verità “embebbed” che caratterizza il mondo di oggi. Certo, ci sono eccezioni di informazione libera. Ma ai grandi numeri ci arriva solo chi dispone di mezzi massivi. Il teatro, invece, costruisce la verità delle emozioni, dei sentimenti. Nulla ci dice di un uomo più del racconto che fa, pur con tutte le sue dilatazioni, censure e ellissi, perché sulla faccia e nelle parole cogliamo le emozioni.

[da Carta n°25/2005]

cover-05-25

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...