La guerra in scatola. Intervista a Patrizio Esposito

Con «Monitor Iraq» Patrizio Esposito riflette sulle immagini di guerra trasmesse dai notiziari televisivi. La mostra – di cui il fotografo ha scritto su Carta [vedi il n°7 del 2004] – è ora al festival Santarcangelo dei Teatri, fino al 10 luglio.

Come sono esposte le foto di «Monitor Iraq»?

Quando c’è una proposta, faccio dei sopralluoghi per cercare gli spazi. Si trovano ambienti interessanti in luoghi inaspettati. A Napoli, nel 2003, per l’anteprima di «Monitor Iraq», ho lavorato nel coro di una chiesa del ‘700. Nel 2004, sempre a Napoli per il progetto «Petrolio» di Martone, ho lavorato in una casa contadina. È la natura dello spazio a determinare il destino delle immagini, la loro disposizione e la capacità di racconto. A Santarcangelo «Monitor Iraq» è ordinato in due ambienti distanti e diversi: le tinaie di Villa Torlonia, a San Mauro Pascoli, e una stanza nell’abitazione della famiglia Fiori-Bartolucci. Lì sono esposte, su un tavolo, le fotografie scattate a Baghdad nel dicembre 1999.

«Mal visto mal detto» è il titolo dell’incontro che si terrà con Luca Lenzini del Centro studi Franco Fortini. A cosa si riferisce?

Le fotografie, scattate nel 1991 e nel 2003, riguardano i filmati trasmessi prima e durante le due aggressioni statunitensi all’Iraq. Le versioni dei media sulle «ragioni» e gli sviluppi della guerra hanno segnato un punto di non ritorno nel sistema dell’informazione. «La chiamo una ‘non-guerra’, è un segno di mutamento di tutto o di quasi tutto; ed è difficile penetrarne il senso e reggerne l’orrore», scriveva Fortini nel 1992. La nostra attenzione alla guerra e alla sua rappresentazione è insufficiente e discontinua. Nelle nostre case giungono parole che non dicono, immagini che non mostrano. Veniamo colti senza difese da un numero insostenibile di dati che non portano conoscenza. Nel tempo non sapremo più vedere e sentire.

Cosa può fare la fotografia?

Poco. Dovremmo lavorare, in molti campi, all’interruzione del ritmo imperiale dell’informazione. Sottrarci alle regole di quel mondo, non «funzionare» come ci viene chiesto. Fortini suggeriva di «produrre meno immagini, meno musica, meno tutto». Occorre ragionare sull’efficacia della semplicità. Ai combattenti o ai civili fatti prigionieri, in Iraq, in Afghanistan o in Palestina, viene impedita la vista e cancellato il volto con un cappuccio di plastica. Togliere a un uomo la possibilità di vedere è sottrarlo all’esperienza del mondo. In futuro le file degli incappucciati arriveranno nelle nostre città. La «cecità» predetta da Saramago è dietro l’angolo. Ma, per fortuna, anche gli ex ciechi ribelli del «Saggio sulla lucidità» possono, improvvisamente, comparire tra noi.

[da Carta n°24/2005]

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