Ascanio va da Ikea

celestiniAscanio Celestini è ormai una voce inconfondibile del teatro di narrazione. Da tempo i suoi lavori vengono presentati anche all’estero, dal Belgio alla Romania al Portogallo [a luglio sarà al Festival di Almada, Lisbona]. Il 4 giugno scorso era negli studi di Radio Rai di via Asiago, per raccontare in diretta a Radio 3 la storia del 4 giugno di sessantuno anni prima, la liberazione di Roma. Lo spettacolo ora è anche un libro, pubblicato da Einaudi e intitolato «Storie di uno scemo di guerra». Lunedì 20 giugno Celestini sarà al Cotonificio Olcese Veneziano di Borgomeduna, vicino Pordenone, dove esordirà con «Storie di Cotone».

Com’è nato «Scemo di guerra»?

Non mi è mai passato per la testa di fare Shakespeare o Pirandello. Se arrivi a fare un classico è perché hai enormi motivazioni. Sennò non ha senso. Quindi ho deciso di lavorare sulla storia dell’entrata degli americani a Roma perché è una di quelle che ho sentito di più in vita mia. Mio padre la raccontava perché era proprio la sua storia. E il motivo è che quando vado in scena a raccontare una storia la racconto come Ascanio Celestini. In Romania un critico mi ha detto: «Questo non è teatro, non ci sono i personaggi». Gli ho risposto: «I miei spettacoli sono pieni di personaggi». Certo, non c’è la dinamica dell’interpretazione. I personaggi se li immagina lo spettatore quando ascolta la storia, così come un lettore se li immagina leggendo un libro.
Non credo che quella che viviamo sia la società dell’immagine. Lo è nel senso dell’immagine come oggetto: noi le immagini ce le abbiamo davanti alla lettera. Parlano del caffè in televisione e ti fanno vedere il caffè in tutte le salse. Questa non è immagine, è un oggetto.

Oggi la racconti alla radio. All’epoca era il mezzo di comunicazione per eccellenza…

La radio è senza equivoci. La dimensione temporale della radio è del tutto soggettiva. Difficilmente, oggi, ci si mette seduti ad ascoltarla. La ascolti quando fai altre cose. Per questo dico che la radio è senza equivoci, perché non si guarda, né devi starci per forza con l’orecchio incollato. Da questo punto di vista, la radio è più moderna della televisione. Non lo dico per parlare male della tv, che in sé sarebbe uno strumento straordinario, se fosse calata nella realtà. Invece molto spesso distoglie dalla realtà. La rappresenta, come faceva il teatro nell’Ottocento.
Oggi in teatro non si fa più. Se vado a vedere un attore che mi dice «Sono Amleto», io penso «Tu sei matto». Forse Albertazzi ci crede ancora, ma tra cent’anni non ci crederà più nessuno. In tv, invece, è ancora così. Vedi uno che beve il caffè, ti dice che è buono, e tutto sommato ti arriva quest’idea che il caffè sia buono.

Quindi la radio buona e la tv cattiva?

Di un discorso del genere non me ne frega niente. Ti faccio un esempio. Ero in un supermercato a Bolzano quando ho sentito della liberazione di Giuliana Sgrena. Ero davanti agli scaffali: da una parte c’erano le marmellate, dall’altra la liberazione di Giuliana. Allora che ho fatto? Sono corso in albergo e – da cretino – ho acceso la tv. Al Tg1 un giornalista diceva: «Siamo felici della liberazione di Giuliana Sgrena». Ma mentre leggeva ha detto anche che era morto Calipari. Ero con Claudia Cannella di Hystrio [rivista di teatro, ndr.]. Ci guardiamo increduli: «Ma è morta una persona?». Non lo avevamo capito, anche se il giornalista lo aveva detto in italiano, perché lo aveva detto senza nessun senso. Eravamo confusi dall’immagine della tv.
La radio, invece, non ti toglie lo sguardo dagli oggetti. Anzi, ti sprona a guardarti attorno. Paradossalmente, quando avevamo davanti agli occhi la marmellata, era tutto molto più chiaro. Perché? Perché è in questa realtà che è stata sequestrata Giuliana. Non è stata sequestrata in un mondo lontano, ma in questo, che ormai è un unico pezzo confuso di realtà. Eppure in questa confusione io riesco a vedere la marmellata come una cosa distinta rispetto a Giuliana Sgrena. Invece davanti alla tv non so distinguere quello che vedo da quello che immagino io.

Il 20 giugno sarai a Pordenone con «Storie di cotone»

Due anni fa l’associazione per la prosa di Pordenone mi ha chiesto di lavorare sulla storia del loro cotonificio. Ho pensato che non fosse sensato condurre io stesso la ricerca. L’ho fatto sulla Piaggio di Pontedera, sulle miniere del Monte Amiata e del Valdarno, ma ora credo sia più interessante che sia qualcuno di Pordenone a fare una ricerca su Pordenone. Tant’è vero che hanno fatto un lavoro splendido, tantissime registrazioni, decine di persone che hanno raccontato la «loro» storia. Io adesso, ri-raccontando queste storie, non faccio mica finta di essere di Pordenone. Non ci riuscirei mai, anche per via della lingua: non riesco a parlare italiano, figuriamoci friulano.
Quello che racconto è una storia su Pordenone, mischiata alle suggestioni che ho avuto leggendo le interviste. Racconto la storia del cotonificio mescolandola con due storie che già conoscevo. Sono due fiabe che raccontano il lavoro. Una è una fiaba di ambiente contadino che ho trasformato in una fiaba legata alla fabbrica. L’altra è sempre una fiaba di tradizione popolare, e più che il lavoro racconta la fatica, la stanchezza fisica. E alla fine c’è la fabbrica – cioè il cotonificio – che si smonta. Altre volte ho raccontato storie dove il mondo che alla fine si smonta – cioè va in crisi – era quello contadino.

La tradizione fiabesco-popolare ti aiuta a non fare della memoria un museo?

Se dovessi farmi io questa domanda sarei ancora più diretto: «Signor Celestini, non esagera a parlare sempre della seconda guerra mondiale? Non crede che tutto questo parlare della memoria sia un modo per non parlare del presente?». Risponderei: «Sì, è vero. Forse è ora di smettere di parlare sempre della seconda guerra mondiale. È ora di essere più espliciti e parlare direttamente di altre guerre che viviamo adesso». Però replicherei: «Come faccio a parlare dell’Iraq? Io parlo della seconda guerra mondiale perché mio padre me l’ha raccontata, c’è dietro la concretezza dell’esperienza con cui sono venuto a contatto. Che racconto, di concreto, dell’Iraq, se so dove sta solo perché me lo dice la tv?». Allora mi direi: «Signor Celestini, allora perché non va in Iraq? Oppure, perché non parla di quello che le succede dietro casa?».
Credo sia importante e persino urgente pensare alla memoria come qualcosa di legato molto di più al presente che al passato. E dico questo in contraddizione con molte cose che ho fatto. Ma credo veramente che serva di più parlare del supermercato che della seconda guerra mondiale. Lo sguardo magico-rituale è fondamentale nelle storie che racconto, motivo per cui i miei spettacoli sono pieni di morti che risorgono e l’ambiente è così fiabesco. Mi chiedo se non è possibile guardare anche al supermercato in questo modo. Il supermercato è un luogo di fiaba.
Ikea, come la letteratura orale, è un luogo dove c’è uno spazio per tutti. Invece le fiabe dei Grimm – cioè la loro riscrittura fatta dalla Disney – sono una letteratura che va bene per tutti, dai 5 ai 105 anni. Nella tradizione popolare c’erano fiabe per l’infanzia, quelle sconce per gli uomini… Anche Ikea è così: c’è lo spazio per i bambini che vanno a rotolarsi nelle palline, alla cassa chi paga sono i grandi, possibilmente gli uomini… è un mondo più chiaro. Per questo è più interessante dei film Disney. È senz’altro da vedere in chiave magico-rituale.

[da Carta n°22/2005]

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