«Ezln vs Inter». Accade in Chiapas

«A un anno di distanza la situazione è ancora tesa, forse anche più di prima. Ma nonostante questo i piani per l’autonomia vanno avanti». Fabio Bianchi è appena tornato dal Chiapas, dove era stato lo scorso anno per il gemellaggio tra il comune di Campobasso e alcune delle municipalità autonome zapatiste. Quest’anno ci è tornato con la carovana promossa da Cantieri sociali e Giovani comunisti, a cui hanno partecipato l’Abruzzo social forum, Less, la Rete di sostegno al Chiapas ribelle e «ScanZiamo le scorie», ma anche tanti altri a titolo personale. Oltre, ovviamente, ai rappresentati dei municipi di Pescara e Roma V, venuti per il gemellaggio con i municipi di San Andrés Sakamch’en de los pobres e di Olga Isabel.
I principali progetti per l’autonomia riguardano la salute, l’educazione e la produzione. La sanità autonoma, ad esempio, viene realizzata grazie ad un modello diffuso e reticolare, i cui pilastri sono la rete di «promodores de salud», medici «scalzi» che girano per i villaggi, le microcliniche, le case e i comitati di salute. Si tratta di «un modello di sviluppo dal basso che si fonda sull’impegno diretto delle comunità, l’educazione sanitaria ed il recupero della medicina tradizionale», dice Fabio. Il tutto si scontra con la scarsezza delle risorse: «Molti bambini sono stati vaccinati – spiega Fabio – ma non tutti, perché non c’era vaccino a sufficienza. Tuttavia si sta diffondendo la coscienza che alcune malattie si possono prevenire: ad esempio, si sta studiando un modo per purificare l’acqua».
Anche i progetti educativi mettono in pratica un’idea della cultura come bene collettivo. «L’aspetto più interessante dell’educazione zapatista è che è fondata sulla storia e la cultura indigene, e sul bilinguismo, che permette l’inserimento sociale, e la conservazione dell’identità e della lingua». Ad esempio, si sta cercando di realizzare libri di testo che siano espressione della cultura indigena.
La produzione e il commercio agricoli, infine, costituiscono il nodo principale, tanto per l’autonomia quanto per un diverso modello di società. «Contro la miseria provocata dal neoliberismo – spiega Fabio – il lavoro collettivo è una forma di difesa comune. Dalla produzione passa anche un altro tipo di autonomia, quella femminile, attraverso le cooperative promosse da donne.

Un aiuto ai «desplazados» di Polhó

«Ma ragionare sui problemi dei municipi autonomi e delle giunte di buon governo – continua Fabio – significa soprattutto capire la specificità di ogni territorio. Nel territorio Oventic, sugli Altos, le montagne, il problema più grosso è Polhó». San Pedro Polhó ospita oltre cinquemila «desplazados», i profughi che otto anni fa hanno dovuto abbandonare le loro case per sfuggire ai gruppi paramilitari, è in una situazione di grave emergenza. La giunta di buon governo non ha più fondi per l’acquisto di cibo. L’emergenza ha spinto i nuovi membri del consiglio municipale autonomo a lanciare un appello alla società civile messicana e internazionale [Carta e Cantieri sociali – assieme Mani Tese, Giovani comunisti e altri comitati di sostegno al Chiapas – hanno organizzato una raccolta fondi: per informazioni e adesioni potete scrivere a martinelli@manitese.it, telefonare al 347 4625438, o consultare http://www.carta.org].
Il problema dei «desplazados» comincia dopo la strage di Acteal del 22 dicembre 1997. Oltre diecimila persone di venti comunità de Los Altos furono costrette a scappare da una guerra che – secondo i governi dei presidenti Zedillo e Fox – non è mai esistita. Oltre cinquemila vivono ancora in accampamenti, altri tremila non sono riusciti a ritornare nelle loro terre. Gloria Muñoz Ramirez, in un reportage apparso su «Ojarasca», supplemento mensile del quotidiano La Jornada, descrive la situazione: «Passando per Polhó, Acteal, Poconichim e Xoyep, le quattro comunità che ospitano gli sfollati, ci si imbatte in piccole capanne con tetti di nylon e cartone, pareti improvvisate con insegne commerciali di lamiera, senza condutture d’acqua né luce elettrica: le stesse casette di fortuna che le telecamere della principale tv del paese ripresero nel ’97». Dice Fabio Bianchi. «A Polhó è soprattutto la situazione dei bambini ad essere grave: si è passati dal 15 per cento di bambini denutriti e malnutriti al 40 per cento».
Ma il clima di tensione non riguarda solo Oventic e Polhó: la ripresa delle attività dei gruppi paramilitari è più che una supposizione, e l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali del 2006 fa temere per la sicurezza delle comunità zapatiste. «Fox se ne andrà, è stato un presidente fallimentare. Ma la sua presenza aveva indebolito l’appoggio diretto dell’esercito ai gruppi paramilitari. Se il Pri tornasse al potere, questo appoggio riprenderebbe. C’è Andrés Manuel López Obrador, il sindaco di Città del Messico, che forse ha il carisma per affermarsi come presidente, ma anche lui è stato molto ambiguo sulla presenza dell’esercito in Chiapas. L’esercito si trova lì per garantire una serie di interessi economici legati alla terra, dal petrolio alla biodiversità».

[da Carta n°19/2005]

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