Barcellona discute di reddito di cittadinanza

Il primo maggio è solo un giorno, noi stiamo innescando un processo». Questa era la parola d’ordine della MayDay dello scorso anno a Barcellona. A guardarla oggi, alla vigilia dell’edizione 2005 che vede coinvolte ben quattordici città europee, la previsione dei movimenti catalani andava ben oltre il loro contesto territoriale.
Barcellona è stata la prima città a dare risalto al carattere europeo della manifestazione nata a Milano nel 2001, rilanciandone i linguaggi e il carattere innovativo. Più di diecimila persone hanno dato vita ad una sfilata «multicolore» non soltanto esteriormente, ma anche dal punto di vista dell’appartenenza sociale e politica. «L’effetto straordinario della MayDay 2004 – ci racconta Gemma dell’Assemblea per la comunicaciò social – è stata la ricomposizione delle componenti più radicali del movimento, che avevano subito una forte frammentazione. Dopo le vaste mobilitazioni del 2003 contro la guerra, una simile coesione non c’era più stata. La MayDay è stato un deciso passo in avanti. Cose diverse, con alle spalle storie e pratiche differenti, si sono ritrovate su un tema comune e un problema oggettivo: l’espansione della precarietà che, da condizione lavorativa, si trasforma sempre più rapidamente in una condizione esistenziale».
Dopo l’appuntamento del 2004, infatti, i temi della precarietà e del reddito garantito sono balzati di colpo in primo piano nell’orizzonte dei movimenti sociali catalani e spagnoli. Il prossimo passo sarà il coinvolgimento degli altri settori della società civile. «Se lo scorso anno abbiamo messo in moto un processo – continua Gemma – quest’anno stiamo cercando di concentrarci sull’allargamento del movimento che affronta i temi della precarietà. È un passaggio naturale, in un certo senso, perché la precarietà sta diventando una condizione sempre più pervasiva e generalizzata».

Sportelli di assistenza

I primi a rispondere positivamente sono stati i migranti. Per loro un primo banco di prova è stata la mobilitazione del 2 aprile, giornata europea per il diritto alla cittadinanza e alla libertà di movimento, che ha visto un corteo di migranti e una serie di azioni contro i Centro di permanenza temporanea.
«I migranti saranno una presenza forte nella MayDay di quest’anno – dice Gemma – Molti, dopo il 2 aprile, stanno già collaborando con diverse anime del movimento, dai centri sociali alle ong, con l’aiuto delle quali stanno portando avanti – in questi giorni – uno sciopero della fame contro i Cpt». Ma a scendere in piazza domenica prossima non ci saranno soltanto loro. «Sono tante le voci dei movimenti che si sono ritrovate sul tema della precarietà – spiega Gemma – il che conferma la trasversalità e l’urgenza. Dagli studenti alle associazioni di donne che si battono per i diritti delle prostitute, fino ai sindacati di base più tradizionali. Tutti hanno dimostrato un forte interesse e un entusiasmo che non ci aspettavamo».
Un riflesso concreto di questo entusiasmo sono le proposte che si stanno definendo. La prima, e più facilmente realizzabile, è quella di istituire a Barcellona degli sportelli di assistenza per i lavoratori precari, organizzati territorialmente. «Si tratta di strutture che dovrebbero nascere in ogni quartiere – spiega Gemma – gestite direttamente da reti di associazioni dei singoli territori. Per ora si tratta soltanto di un’ipotesi, ma ne stiamo discutendo già da parecchio. Dopo l’appuntamento del primo maggio proveremo a farli funzionare».
Un altro riflesso riguarda la discussione sul reddito di cittadinanza, che in Spagna è legato alle forme di reddito minimo di inserimento, gestite direttamente da ogni regione. «Tutte le regioni autonome hanno dato vita a una qualche forma di reddito minimo di inserimento, ma spesso si tratta di una sorta di contributo poco più che simbolico. Gli unici due casi davvero avanzati sono i Paesi Baschi e la Navarra. Lì il reddito di inserimento è praticamente pari al salario minimo, e quindi si avvicina a ciò che voi in Italia chiamate reddito di cittadinanza. Ma sono gli unici due casi. In Catalogna, ad esempio, si tratta di una cosa puramente simbolica, che praticamente non incide sulle reali condizioni di vita di un giovane precario».
Fino a poco tempo fa, l’idea di trasformare queste iniziative delle regioni autonome in un intervento concreto contro la precarietà non era mai stata contemplata dai movimenti. Il reddito di cittadinanza non era, in Spagna, un terreno concreto di iniziativa politica. «Lo spirito della MayDay ha spinto in senso opposto – chiarisce Gemma – Oggi sono nate diverse reti di associazioni che individuano nel reddito di cittadinanza l’elemento più importante di una politica per contrastare la precarietà. Per questo, stanno spingendo affinché le esperienze più avanzate di reddito d’inserimento vengano prese a modello, e quindi trasformate in un vero e proprio reddito di cittadinanza. Si tratta di un’iniziativa che, dal punto di vista del movimento, rientra a pieno titolo in una più ampia lotta contro l’esclusione sociale».
Nel frattempo, da parte del governo di Madrid non sono arrivati segnali particolarmente incoraggianti. Una strategia contro la precarietà è ancora molto lontana dall’agenda politica di Zapatero.
«E non c’è da stupirsene – conclude Gemma – Il governo Zapatero si è orientato verso politiche simboliche che hanno un forte impatto di immagine ma non mutano la sostanza del tessuto sociale spagnolo. Faccio un esempio: i matrimoni gay, il ritiro delle truppe dall’Iraq, sono tutte iniziative importantissime, non c’è dubbio. Ma dal punto di vista delle politiche socioeconomiche, così come per quanto riguarda il sistema giudiziario, Zapatero non è diverso da Aznar. D’altronde, a ben vedere, lo stato attuale delle cose ha radici ben più profonde, che prescindono dal colore dei governi: molti dei provvedimenti che hanno portato allo stato attuale delle cose sono stati varati da governi socialisti prima di Aznar».

[da Carta n°16/2005]

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