Due anni di guerra, il 19 marzo si protesta

Il 19 marzo del 2003 gli Stati uniti invadevano l’Iraq. Tra pochi giorni sarà il secondo anniversario: un tempo lunghissimo per quello che doveva essere un intervento chirurgico rapido e [quasi] indolore. Il 19 marzo sarà una giornata di mobilitazione globale: l’appuntamento era stato fissato lo scorso gennaio a Porto Alegre, al Forum sociale mondiale, e nelle piazze d’Europa e del mondo sono molte le iniziative in programma. Negli Usa, il movimento pacifista, assieme alle associazioni dei genitori dei soldati in Iraq, stanno organizzando una manifestazione alla quale prenderanno parte anche alcune associazioni di veterani; una cosa che non si vedeva dai tempi del Vietnam.
In Italia, uno degli appuntamenti è la manifestazione di Roma, promossa da associazioni e sindacati di base per chiedere il ritiro delle truppe dall’Iraq. Ora, dopo la liberazione di Giuliana e la morte del funzionario del sismi Nicola Calipari, il ritiro del contingente italiano è una necessità sempre più stringente.
Enrico Testino, dell’Arci nazionale, che ha partecipato ai funerali di Calipari, commenta così la sua morte di: «Nessuno poteva pensare che la liberazione dell’ostaggio italiano, Giuliana Sgrena, potesse essere funestato da un episodio tanto assurdo come la morte inutile di un uomo che aveva lavorato alla sua salvezza. Questo episodio ci mostra come quotidianamente si muore nella terra liberata dalla illegale e assurda guerra statunitense che, se porta vantaggi, li porta con un percorso di morte e violenza. Prima di discutere dei torti e delle ragioni degli eserciti io esorterei tutti, ma proprio tutti gli italiani a chiamare la nostra avventura in Iraq ‘guerra’. Solo così potremo incominciare a sintonizzarci sulla portata dei drammi e degli avvenimenti in atto».
Restando in Italia, una manifestazione particolarmente importante sarà quella di Cagliari. «Abbiamo pensato di fare della giornata del 19 una giornata anche regionale, per la Sardegna che vive una situazione intollerabile: ben 24 mila ettari di territorio sardo sono demanio militare, mentre tutta la penisola ne conta ‘appena’ 16 mila». A parlare è Franco Uda, presidente dell’Arci Sardegna, che aggiunge: «La Tavola sarda della pace, che raccoglie cinquantadue associazioni, sta lavorando da tempo su questi temi, legati alla forte presenza di basi militari americane sull’isola e alla questione delle scorie. Abbiamo portato avanti molte battaglie assieme ai movimenti indipendentisti, ottenendo dei risultati. Anche il presidente della regione Soru, una volta eletto, ha chiesto la dismissione della base della Maddalena. Ma sono molti i luoghi compromessi dalla presenza dei militari: basti pensare a Capo Teulada, dove le maestranze locali, composte principalmente da pescatori, vedono erosa la loro libertà di usare il proprio territorio per lasciare spazio alla esercitazioni».
A Bruxelles si prepara, il 19 marzo, un insieme di mobilitazioni di portata europea. Marco Bersani di Attac Italia, sottolinea l’importanza di questo appuntamento: «Il 19 è una giornata importante nelle sue varie articolazioni: noi saremo a Roma contro la guerra, ma guardiamo soprattutto all’appuntamento di Bruxelles. Perché si tratta di un evento in cui la portata europea ci permette di mettere in pratica lo spirito transazionale che pratichiamo nei forum. E poi perché per uscire fuori dallo stato di guerra significa uscire dal sistema di guerra, che è quello portato dal neoliberismo».
La manifestazione di Bruxelles, infatti, è stata indetta anche per protestare contro la direttiva Bolkestein: «È una direttiva – spiega Bersani – che va contro il principio di armonizzazione tra le normative nazionali che ha sempre animato le decisioni europee. Liberalizza i servizi, e prevede il cosiddetto principio del paese d’origine, per cui un’impresa è sottoposta soltanto alla legislazione del paese dove ha la sua sede legale. Questo provocherebbe una compressione dei diritti del lavoro: le imprese tenderebbero a trasferirsi nei paesi con normative più flessibili, mettendo a rischio anche i diritti già acquisiti negli altri paesi».
A Bruxelles il 19 ci saranno più manifestazioni: quella dei movimenti, «contro la guerra e per un’Europa sociale», e quella del sindacato europeo, la Ces, contro la direttiva Bolkestein. «Questo è un fatto importante – dice Titti di Salvo, responsabile dell’Ufficio internazionale della Cgil – ci sono diverse manifestazioni con piattaforme diverse ma simili, che si riconoscono reciprocamente. I cortei partiranno separati, ma confluiranno poi all’arrivo. È un fatto importante, perché il no alla guerra e la domanda di un’Europa sociale sono problematiche contigue. Oltretutto, pochi giorni dopo a Bruxelles si terrà il vertice dei capi di stato dell’Unione, a cui questi due imperativi devono arrivare».

[da Carta n°10/2005]

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