Militainment. L’opinione di Alberto Abruzzese

abruzzeseI serial televisivi come «Jag» e «Ncis» sono, da alcuni anni, tra le fiction più viste, non solo negli Stati uniti. Il “militainment”, l’intrattenimento militare, in periodi di guerre infinite sembra riscuotere un successo ancora maggiore. Uno dei motivi è la capacità di inserire elementi di attualità nelle storie, descrivendo anche situazioni contraddittorie, ma che si risolvono comunque in una visione «positiva» delle forze armate. Ne abbiamo parlato con Alberto Abruzzese, docente di sociologia delle comunicazioni di massa a La Sapienza di Roma.

Questo tipo di serial televisivo instaura un nuovo modo di creare il consenso?

La tradizione della serialità americana è stata sempre quella di avere un fortissimo interesse per la formazione sociale. Questa è una costante. Però è vero il fatto che oggi, in questi serial, certe figure militari vengono viste anche nella loro contraddizione, dicendo cose che altrove non vengono dette. Il meccanismo è più complesso, le storie sono avvincenti e sembrano puntare il dito anche su ciò che non funziona. Ma, anche in questo caso, si tratta in sostanza di un rafforzamento dell’immagine dell’esercito e dell’America, che è altrettanto una tradizione della produzione americana.

Quindi, più che di creazione del consenso, si può parlare di un «rafforzamento» del consenso?

Certamente. E si può aggiungere che queste, in fondo, sono ancora le carte giocate da un sistema che può godere di mezzi di massa influenti e pervasivi. Se fosse andato più avanti il sistema delle reti, forse la possibilità di influire in questo modo sarebbe minore, anche se questa è soltanto un’ipotesi.

Dall’11 settembre, l’audience del «militainment» è notevolmente aumentata.

Questo è naturale, è un processo facilmente prevedibile.

Ma anche in Italia «Jag» è tra i serial più visti.

Anche qui vale un po’ una regola generale, e cioè che l’America ha sempre creato prodotti in cui c’erano una finalità, uno scopo, un’anima e una forma legati molto allo spirito americano e alle esigenze dell’America. Contemporaneamente però è riuscita sempre a fare questo in modo tale che il prodotto avesse l’appeal necessario a poter essere fruito anche da contesti nazionali culturalmente diversi. Questa è la grande, diabolica arma. Perché avendo l’appeal necessario ad essere fruiti, naturalmente il grande pubblico di massa della serialità americana in qualche modo ha progressivamente interiorizzato anche l’impero americano.

Anche nei forum in rete dei fan di «Jag» si discute se questi serial siano di propaganda. Ormai il meccanismo del consenso è palese?

Io credo invece che sia molto sottile. Soprattutto in questi aspetti gli americani sono molto bravi. Sì, a volte si tradiscono, ma esattamente come per i più funziona ancora il concetto americano di democrazia, così funziona la figura del militare all’interno di un certo contesto. In quel contesto ben delineato, il militare incarna qualcosa magari di problematico, ma che in ultima istanza rappresenta una garanzia, un baluardo. D’altra parte, alle culture che possono non essere convinte di questo, non viene lasciata la possibilità di offrire valori alternativi. Il problema qual è? È che tu puoi anche parlare male delle forze armate, ma se poi pensi a tutte le funzioni che le forze armate possono assolvere, il parlar male delle forze armate improvvisamente si riduce a qualcosa di velleitario e ideologico. Subito scattano domande come “e se il paese ha bisogno di essere difeso?”.
Come sempre, il nodo della questione sono le cornici in cui le cose sono collocate. Questo tipo di serialità è all’interno di una cornice che rende dominanti i vecchi valori come la patria, la famiglia, la democrazia nel mondo, la civilizzazione.

[da Carta n°09/2005 – con il titolo «Quando l’impero diventa svago»]

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