«Jag». Il matrimonio felice tra esercito e tv

jag«Divenuto pilota di marina per seguire le orme del padre…». Con queste parole, dieci anni fa, prendeva il via «Jag», serial televisivo americano che racconta le avventure del capitano Harm e del maggiore Mac. «Jag»– la cui sigla sta per Judge Advocate General corps, il corpo degli avvocati militari, in questo caso della marina – è sicuramente l’esempio più riuscito di quel genere televisivo che è stato battezzato “militainment”, una fusione tra propaganda militare e intrattenimento [termine che ricalca “infotainment”, parola con cui gli esperti di media definiscono la progressiva fusione tra informazione e spettacolo]. Si tratta – secondo quanto racconta lo stesso creatore e produttore della serie, Donald Bellisario – di un tentativo di fondere la figura vincente e patriottica di «Top gun» [film culto degli anni ottanta, protagonista un giovane Tom Cruise] con il fascino delle serie avvocatesco-investigative.
Il “militainment” non è un fenomeno limitato agli Usa. In Italia, «Jag»viene programmato dalla fine degli anni novanta, ed è uno dei serial più seguiti in assoluto, secondo solo a mostri sacri come «E.R.»e «Friends». Nonostante il contesto culturale sia diverso e nel nostro paese non esista un corrispettivo del «Jag»americano.
Come nasce il fenomeno «Jag»? Siamo alla fine degli anni ottanta e Bellisario – divenuto ricco e famoso grazie al «Magnum P.I.» di Tom Selleck [1980-88 negli Usa] – sta lavorando ad una storia che ha per protagonista una pilota vittima di un’omicidio. Si imbatte nel Jag, e subito fiuta l’occasione. Nel 1995 la prima serie viene programmata dalla Nbc, l’anno successivo passa alla Cbs. Con un’audience in costante ascesa, il serial arriva alla sua decima e, sembra, ultima serie [attualmente in programmazione negli Usa], arrivando – secondo l’istituto Nielsen – al decimo posto nella graduatoria tra i programmi più seguiti nel prime-time degli ultimi trent’anni.

Donald Bellisario, la destra di Hollywood

Il successo ha basi solide. «Jag» è un prodotto sofisticato. Il suo concetto di base è nella formula «good people fighting for good things», i buoni combattono per un fine giusto. I valori su cui si fa leva sono quelli della giustizia, della patria e dell’integrità morale dei protagonisti. Partendo da quest’ultima, è persino possibile raccontare alcune contraddizioni delle forze armate, per poi rovesciarle in un giudizio comunque positivo [è la «teoria della mela marcia»]. Secondo Katharine Seelye, giornalista del New York Times, il serial riflette le posizioni militariste di Bellisario, che si autodefinisce «uno strano signore in una Hollywood molto, molto di destra». Ma lo fa mettendo in evidenza la buona volontà di personaggi ben delineati, in cui il pubblico può identificarsi.
Secondo Robert Thompson – direttore studi sulla televisione popolare all’Università di Syracuse, negli Usa – l’abilità di Bellisario è stata quella di prendere un genere vecchio e farne un solido serial televisivo. «Bellisario ha capito che quando ‘Jag’ stava uscendo stavamo vivendo un periodo molto diverso dagli anni immediatamente successivi alla guerra in Vietnam o allo scandalo Watergate. C’era stato uno spostamento del cuore degli americani verso la figura del militare, in parte dovuto alla fine della guerra fredda, in parte alla prova di muscoli ben riuscita nella prima guerra del Golfo». Infatti in «China beach», l’ultimo serial di successo di militari, la sensibilità anti-militarista era molto evidente.
Ma c’è anche un altro lato della vicenda. Quando il serial passa alla Cbs, la collaborazione con la marina diventa molto più stretta. Ufficialmente, si tratta di una collaborazione per l’utilizzo di mezzi, ambienti e quant’altro possa rendere il più possibile realistiche le storie di «Jag». Ma la cosa va ben oltre. In un’intervista al New York Times, un ufficiale del Pentagono, che chiede di restare anonimo, racconta: «Noi offriamo la nostra assistenza quando pensiamo che questa rientri negli interessi del Dipartimento per la difesa e del nostro popolo, ed è la produzione a decidere se accettarla o meno. Se ci dicono ‘no grazie, non vogliamo che i nostri personaggi siano come chiedete’, siamo molto meno inclini a sostenerli». Secondo Katharine Seelye, non ci sarebbe un diretto controllo sulle storie da parte dei militari, ma Paul Strub – l’ufficiale del Pentagono di raccordo con l’industria dell’intrattenimento – manterrebbe un rapporto molto stretto con la produzione esecutiva del serial.

Perché il Pentagono ama la fiction

Questa attenzione verso il mondo dell’intrattenimento, da parte del Pentagono, è cresciuta dopo l’11 settembre, mentre calava quella per i media di informazione: l’entertainment è un mezzo sicuro per arrivare velocemente a un pubblico vastissimo, senza il filtro critico dei giornalisti. I serial televisivi vanno diritti al cuore.
Commenta Bellisario: «È ovvio che i militari vogliano cooperare con l’industria dell’intrattenimento piuttosto che con il mondo dell’informazione. Se hai qualcuno che guarda sempre al tuo lato negativo – come fanno i media – vorresti collaborare con lui, o piuttosto con qualcuno che vede il tuo lato positivo? I media vedono il bicchiere mezzo vuoto, noi lo vediamo mezzo pieno».
Dopo gli attentati dell’11 settembre, «Jag» ha un’impennata negli ascolti, e la stagione 2001/2002 sarà una delle più seguite in assoluto. «In questa stagione – afferma Bellisario – ho dovuto fare più interviste di quante ne ho fatte durante tutte le sei serie precedenti». Una delle formule vincenti di «Jag» è l’inserimento di elementi di attualità nelle storie, così viene prodotta una puntata speciale in cui una corte militare processa dei terroristi di Al Qaeda che hanno preso parte all’11 settembre. La cosa suscita polemiche, perché in quel periodo il ministro della difesa Rumsfeld sostiene che i processi contro i terroristi devono essere affidati a tribunali militari.
Robert Lichter – presidente del «Center for media and pubblic affairs», un gruppo di ricerca indipendente con sede a Washington – afferma: «Informazione e spettacolo si sono già fusi. La questione, adesso, è capire quale dei due elementi raggiunga prima il pubblico». C’è chi fa notare che – a causa di una legge americana che non consente di fotografare o riprendere le udienze dei tribunali – la puntata speciale di «Jag» costituisce di fatto la prima volta che il pubblico americano può farsi un’idea del funzionamento di una corte militare. Martin Kaplan – direttore del Norman Lear center, che studia l’impatto dell’intrattenimento televisivo sulla società – dice infatti che la maggior parte della gente ottiene informazioni ed elabora le proprie opinioni sulla base di quello che apprende dai programmi di intrattenimento.
Ma anche gli autori di «Jag» non sono insensibili al problema. Charles D. Holland, l’autore della puntata speciale, ha affermato di essere consapevole del fatto che molte persone prendano per vero ciò che vedono nei serial televisivi, per questo si è sentito obbligato a inserire nella storia valori come l’eroismo e una visione moralizzante dell’esercito. «La guerra è terribile – dice Holland – i conflitti sono una cosa terribile, ma qualcuno deve farli. Perciò è necessario – forse non completamente onesto, ma necessario – impregnare queste cose di gloria».

[da Carta n°09/2005]

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