Consigli per gli acquisti. Intervista a Roberto Latini

Una scena di «Per Ecuba»
Una scena di «Per Ecuba»

La pubblicità interrompe lo spettacolo. Come se fossimo in televisione. Ma ci troviamo a teatro. È l’idea della compagnia Fortebraccio Teatro, che ha deciso di far capire al pubblico quali sono gli effetti dei tagli del governo al teatro inserendo spot al’interno della propria rappresentazione.
Ne abbiamo parlato con Roberto Latini, regista e attore della compagnia. «Si tratta di una provocazione, la più clamorosa che mi è venuta in mente – spiega Roberto – Anche perché abbiamo un’impellenza: abbiamo date fino al 23 aprile, dopo di che non so se potremo andare avanti. Abbiamo sospeso la programmazione dello spettacolo in attesa che qualcosa si muova. Si tratta del secondo spettacolo del progetto ‘Radiovisioni’, che ha per obiettivo il suono. ‘Come suona lo spettacolo’ è il punto di partenza. Si è cominciato l’anno scorso con ‘Buio Re’, dove oltre alla mia, c’erano altre voci. Tre più uno. Stavolta sono da solo in scena, ma ci sono delle registrazioni che interagiscono con me. C’è un uso maggiore del reverbero: tendenzialmente posso giocare sulla mia voce che torna. Posso rilanciare e ricostruire una trama sonora, anche a prescindere dal testo. Questo mi da una grande possibilità di sperimentazione durante lo spettacolo».

Sia in «Buio Re» che in «Per Ecuba», oltre al suono, c’è una potente componente visuale. È un lavoro che sviluppate dopo?

No, durante. Prima di iniziare le prove sappiamo dove siamo. Con «Per Ecuba» ho capito abbastanza presto qual era il contenitore. Da lì ho cercato di lavorare sul concetto di confine: quello che tu dai per assunto diventa funzionale per indirizzarti verso quello che non conosci ancora. Io non so mai come uno spettacolo andrà a finire, so solo come può cominciare. È chiaro però che cominciamo a lavorare io e Gianluca [che compone le musiche] e Pierpaolo e Max [che curano rispettivamente scene e luci] si aggiungono dopo. Ma nessuno lavora singolarmente: ci relazioniamo in quanto gruppo. Se sei d’accordo sul dove stai andando, anche se non sai davvero dove arriverai, il lavoro procede speditamente. Soprattutto impari a capire subito dove non andare. E poi sono anni che lavoriamo insieme, e questo è fondamentale. È così che arriviamo da qualche parte, tutti insieme.

Il passaggio da più attori a uno solo è stata un’evoluzione meditata?

«Buio Re» è partito con la necessità di quattro persone in scena. «Per Ecuba» non è diventato necessario per altri. Chiaramente, con le produzioni che abbiamo, non possiamo certo pagare dieci attori. Ma lo spettacolo deve assomigliare alle idee che abbiamo avuto.

C’è in cantiere una terza tappa?

Sì, sempre che riusciamo a farla. Ci troviamo in una situazione di precarietà totale. Penso, che quello di «precarietà» sia un concetto centrale in questa epoca che viviamo, quasi un paradigma. Ovviamente vogliamo portare avanti il nostro progetto, ma per noi è importante proporre un progetto serio alle persone che vogliamo coinvolgere. Questo oggi non è possibile. E non è giusto, non è sano. Non è più possibile fare le bandiere al vento di una società culturale che ti nega a priori. Che nega la tua esistenza. Perché la mia capacità artistica, se ne ho una, deve essere mortificata dalla mia capacità di sopravvivenza? Questo gioca sulla paura delle persone. Che poi, più che paura, è «non coraggio» dettato dalla precarietà del tuo piccolo metro quadro che riesci a tener in piedi. Nessuno fa più del parametro minimo che ti viene dettato dal ministero. Nessuno si sbilancia più in progetti innovativi. Forse qualcuno lo fa. Troppo pochi. Il resto è una popolazione culturalmente stanca. Il precariato artistico è troppo spesso ancorato a questo «non coraggio» che porta all’immobilismo, a gente che fa esclusivamente cose in cui si riconosce chiaramente, e non cose che possono diventare interessanti. Ci sono realtà artistiche che finiscono per somigliare all’idea che danno all’esterno, non a ciò che sono loro realmente all’interno. Il ministero ci sta trasformando in artisti da regolamento. È una confessione. Io mi trovo a pensare le cose in base ai parametri minimi.

Quali sono?

Per il teatro di sperimentazione devi fare 70 giornate recitative l’anno, più 20 di laboratorio, e pagare mille giornate lavorative l’anno. Come minimo. Tra Inps, Enpals e Inails spendi circa 25mila euro l’anno. Ma servono anche i soldi per andare a lavorare. Gli spettacoli girano. Se la compagnia deve stare una settimana a Milano, viene da Bologna e poi va a Torino, servono soldi per spostarsi. All’albergo o al casello autostradale non puoi dire «ti pago tra sessanta giorni». Ma il ministero ti paga un anno dopo. I soldi li devi anticipare. E per anticiparli devi farteli prestare dalle banche. Alle quali, per il disturbo, paghi gli interessi. È scandaloso, se non fosse che oggi il concetto di scandaloso si è relativizzato. Tutto ciò ha un ritorno negativo sul livello artistico degli spettacoli, perché le condizioni determinano l’ambiente. Io sarei persino d’accordo sui parametri. Sarebbe possibile rispettarli se esistesse un mercato teatrale, ma non è così. C’è solo un meccanismo di scambi, e molte altre situazioni e realtà non vengono neppure conosciute. È in questo modo che lo scandaloso diventa relativo: viene attutito dall’ignoranza rispetto alla condizione generale in cui i lavoratori dell’arte si trovano ad operare. Se poi non sei finanziato è davvero complesso girare, perché per regolamento molti teatri devo prende una quota ampia di realtà finanziate. A parte un paio di casi non conosco nessuno che riesce a fare teatro senza finanziamento. Ma anche con il finanziamento, spesso non ce la fai. Non c’è una legge, in Italia, che tuteli la cultura nel suo complesso. Siamo in balia del Fus [fondo unico per lo spettacolo] che quest’anno ha subito un taglio del 20 per cento.

Più che sviluppare le arti, il Fus ha una funzione «museale»…

Sì, in pratica elargisce pensioni. Basta vedere le programmazioni: non credo si riesca a trovare anche un solo spettacolo all’anno per ogni teatro che sia da ricordare. Uno per teatro già sarebbe tanto. Il resto può essere di contorno, ma un buon spettacolo a stagione è il minimo che un teatro dovrebbe garantire.

Tu hai avuto un taglio del 40 per cento.

Sì, sui soldi che ho già speso l’anno scorso. È questo il paradosso: io mi ero già indebitato. I tagli hanno un effetto retroattivo. E la cosa assurda è che l’ho saputo a fine ottobre, solo perché ho telefonato io stesso al ministero. All’oggi ancora non è arrivata una comunicazione ufficiale. Se io non avessi fatto la telefonata avrei potuto continuare a indebitarmi.
Sarebbe stato meglio non ottenere i finanziamenti, così non ci saremmo indebitati. Ad aprile arrivano i soldi per l’anno prima, ma l’Enpals per darti l’agibilità vuole i soldi tutti i mesi. E sono circa quaranta le compagnie tagliate, in diverse percentuali, alcune sono state azzerate del tutto. Ci sono strutture che prendevano 500 mila euro e ora ne prendono 520 mila, mentre noi che ne prendevamo 31mila ce ne danno 18 mila. Da qui capisci che c’è una strategia: sono state tagliate compagnie piccole, di ricerca, per le quali i tagli sono letali. C’è qualcuno che ha deciso di tagliare proprio queste realtà, spesso piccole, capaci di una voce piccola con cui protestare.

E perciò hai deciso di protestare…

Ho deciso di inserire della pubblicità, che interrompe lo spettacolo come fossimo in televisione. E lo fa giusto al sessanta per cento della piéce. È perché non c’è solo il lavoro mio, ma quello di tutti i tecnici: siamo una decina di persone, che alle spalle hanno altrettante famiglie. Inoltre, con 18 mila euro mi mettono in condizioni di scegliere tra lavorare in nero e fare bancarotta. Ma non siamo certo gli unici a fare proteste estreme: una compagnia di Trento ha abbinato il biglietto del proprio spettacolo a una salumeria, dove si può ritirare un etto di prosciutto. Non c’è morte più tragica del silenzio, dello scomparire e basta. Questo non ce lo faranno. Se dobbiamo morire, ci sentiranno urlare.

Avete stampato nelle magliette della compagnia il nome mutilato: «Fortebrac… Teat…».

Se le cose continuano così magari apriremo un un ferramenta. «Ferramenta Fortebraccio»: suona bene.

[da Carta n°05/2005]

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