La lucidità della società civile

saramago-saggio-luciditaIn una giornata di pioggia battente si svolgono le elezioni amministrative di un imprecisato paese democratico del nord del mondo. Il tempo è pessimo e i rappresentanti dei tre partiti in competizione – il partito di destra al governo, il partito di centro e il piccolo partito di sinistra – scommettono sull’astensione in aumento. Invece, un po’ alla volta, gli elettori si riversano disciplinatamente nelle sezioni elettorali. Ma il risultato delle elezioni lascia di stucco politici e amministratori pubblici: nella capitale del paese ben il settanta per cento dei cittadini votano scheda bianca. Non si astengono, semplicemente decidono di non scegliere. Un caso? Una provocazione ben orchestrata da qualche gruppo estremista per minare le fondamenta dello stato democratico? I media si sbizzarriscono, aizzati dal governo, nell’immaginare complotti sovversivi e congiure anarchiche, biasimando un simile comportamento da parte degli elettori della capitale. Si decide di far ripetere le elezioni, ma questa volta la percentuale delle schede bianche sale all’ottanta per cento.

Inizia così «Saggio sulla lucidità» [Einaudi, 290 pagine, 17,50 euro], l’ultimo romanzo di José Saramago, premio nobel portoghese, che prosegue nella direzione presa dai suoi ultimi, più spiccatamente attenti ai temi politico-sociali della contemporaneità, senza però tralasciare quel gusto per una narrazione che forza le logiche razionali condivise. «Saggio sulla lucidità» è la descrizione paradossale [ma fino a quanto?] e delle sue conseguenze, in cui il potere viene dipinto come un pachiderma incastrato tra autoritarismo e incapacità di capire le aspirazioni della gente cosiddetta comune.

Saramago è uno scrittore [e prima ancora un giornalista] da sempre schierato, che con la politica ha dialogato costantemente [recentemente è stato candidato dal partito comunista portoghese alle elezioni europee]. Ma quella che esce da questo libro è una condanna senza appello del sistema democratico così come lo conosciamo. Il governo di questo paese imprecisato è un concentrato di personalismi, con un presidente e un primo ministro che cercano di scavalcarsi a vicenda, e un ministro degli interni autoritario in conflitto con il primo ministro. Le istituzioni democratiche non sono che un teatrino al servizio di ben altri poteri.

In questa democrazia logora, che potrebbe essere una qualunque delle democrazie che conosciamo, l’unica “istituzione” che si salva è la società civile, che alla decisione del governo di spostare la sua sede in un’altra città e di assediare la capitale e i suoi abitanti, risponde con compostezza e senso di responsabilità. Una risposta inaspettata per il governo, che non sa come reagire. Le mezze voci si rincorrono, finché una bomba scoppia in una fermata di metropolitana, e quello che doveva essere un tentativo di destabilizzare diventa una strage. Ma anche in questo caso la risposta dei cittadini della capitale è spiazzante: dopo il funerale laico per le vittime della strage, sfilano in un silenzio irreale fino al palazzo presidenziale vuoto, sempre in silenzio si fermano lì davanti e alla fine si disperdono. Un atto estremo di dignità. O di lucidità, se vogliamo, come quella a cui allude Saramago nel titolo di questo «saggio» (che rimanda a un altro suo saggio precedente, «Cecità» – in portoghese «Saggio sulla cecità» – di cui in questo romanzo ritroviamo i protagonisti], che si contrappone a quella cinica – e in fin dei conti tutt’altro che lucide, della ragion di stato.

[da Carta n°44/2004]

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