La fine della solitudine. L’opinione dei sindacati di base

I sindacati di base hanno cominciato a guardare ai movimenti fin dagli esordi. Le mobilitazioni internazionali contro il neoliberismo, da Seattle in poi, furono percepite come la testimonianza concreta che in tanti contestavano un modello di sviluppo che in quegli anni sembrava non avere ostacoli davanti a sé.
«Per noi è stato un fatto davvero positivo – racconta Piero Bernocchi dei Cobas – Non ci aspettavamo che a dieci anni dal crollo del socialismo reale fosse già possibile che tante realtà che chiedevano un’alternativa si coagulassero e dialogassero tra loro. Questo ha aperto la strada anche al superamento delle categorie politiche novecentesche, che tenevano separate tematiche che oggi sono trasversali».
Il passaggio da Seattle a Porto Alegre è stato quindi naturale, e lo stesso vale per il Genoa social forum e poi per le giornate del G8, nel luglio del 2001, cui hanno partecipato, in vari modi, molte organizzazioni sindacali di base.
Un percorso parallelo è stato compiuto infatti dai Sincobas e dalla Cub [Comitati uniteri di base], che, a partire dalle mobilitazioni su scala europea, hanno assunto l’approccio, tipicamente altermondialista, che guarda alla trasversalità delle tematiche e alla dimensione internazionale come premesse irrinunciabili.
«Era qualcosa di cui tutti sentivamo il bisogno – dice Angelo Pedrini della Cub – ma che non avevamo ancora trovato il modo di tradurre in pratica. Già a partire da Maastricht, era più che evidente che non si poteva guardare solo al proprio specifico nazionale, che certi confini erano saltati. Da questo punto di vista, dialogare con altre realtà era inevitabile, sia a livello internazionale che a livello dei temi affrontati. Era un’evoluzione dello stesso modo di fare sindacato: basti pensare che, proprio a partire dal Forum sociale europeo di Firenze siamo riusci a organizzare uno sciopero transnazionale, i cui dettagli, nel concreto, sono poi stati discussi al forum di Parigi».
Un’evoluzione – secondo Luciano Muhlbauer dei Sincobas – che ha portato a posizioni difficili da immaginare, fino a pochi anni fa: «La pace – dice – come obiettivo primario per un sindacato, ad esempio, è qualcosa di inedito, anche se il valore della pace appartiene da sempre al movimento dei lavoratori». Lo stesso vale per temi come la cultura o lla critica dello sviluppo, che cominciano ad avere nei sindacati diritto di cittadinanza, non più soltanto come tematiche secondarie.


«Ma sul sociale ci sentiamo soli»

I sindacati di base concordano sulla reciproca influenza che si è creata tra le reti del movimento. E anche il loro modo di concepire il sindacato è cambiato.
«Affrontare una realtà sociale profondamente mutata dal neoliberismo – dice Pedrini – è possibile proprio grazie a questo scambio con altri. Temi come il precariato, i migranti, o i contratti delle multinazionali pongono problematiche diverse dal passato».
L’organizzarsi a rete, per fare un altro esempio, è una acquisizione importante, «perché – sostiene Muhlbauer – si è diffusa una consapevolezza nuova, per il sindacato, tradizionalmente attento ad ambiti molto circostanziati. Ora invece si opera a tutto campo».
Ma, nonostante le grandi novità che l’esperienza nel movimento ha provocato, secondo i sindacati di base vi sono limiti sostanziali nell’approccio alla questione sociale. Dice Pedrini: «Sui temi sociali, il movimento non è mai maturato. Sicuramente si è diffusa una coscienza più approfondita di certe tematiche, ma è rimasta una presa di coscienza e basta, un fatto positivo ma insufficiente. Questo è un aspetto che ci rallenta».
Secondo Mulhbauer, il movimento dovrebbe ragionare sui problemi complessi, e non agire solo nelle occasioni più clamorose, come la guerra in Iraq.
«La formula del Forum è insufficiente – dice Bernocchi – a causa dei problemi di democrazia interna. Il dialogo resta una potenzialità: quando ci marginalizzavano, una certa acredine nelle prese di posizione era inevitabile; oggi invece parliamo con alcuni soggetti con cui sarebbe stato impensabile farlo solo pochi anni fa. Ora, però, bisogna di diventare operativi, creare un’agenda di mobilitazioni comune, vedersi più volte l’anno e prendere decisioni concrete».

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