I ricercatori partono in blocco

Si avvicina l’apertura dell’anno accademico universitario, e in tutta Italia monta la protesta contro la riforma Moratti. Da nord a sud, si rincorrono le iniziative contro il disegno di legge, che, tra le altre cose, peggiorerà la condizione dei ricercatori, che già da anni vivono di precarietà.
I casi più eclatanti sono l’ateneo della Basiliciata – dove è stato deciso il blocco della didattica a oltranza – e quello di Padova, dove si comincerà con una settimana di ritardo. Ma anche le università romane, quelle di Napoli, di Torino, di Firenze e di molte altre città sono in agitazione. «Non si parte da zero», racconta Michele, del nodo bolognese della rete nazionale dei ricercatori precari, «il lavoro della scorsa primavera ci ha permesso di mettere in piedi una serie di contatti molto utili. Ad esempio con le aree sindacali autonome del corpo docente. Il nostro obbiettivo principale è regolamentare la selva di contratti precari. Solo nel nostro ateneo ci sono otto tipi diversi di contratto, e dialogare con le componenti sindacali è molto utile. Un altro passo importante sarà – chiarisce Michele – cercare di ottenere una rappresentanza, senza la quale resteremo sempre invisibili».
Il problema della rappresentanza è un punto importante, specie se si dà un occhio alle cifre: secondo i dati della rete precari, in molti atenei il rapporto tra personale precario e personale fisso è di due a uno. «Qui a Bologna siamo in una situazione particolare – prosegue Michele – perché siamo forse l’unico ateneo in attivo. Questo ci dà margini di speranza per ottenere qualcosa. Se otterremo un risultato, lo si potrà esportare anche nelle altre università. Per questo nei prossimi giorni si discuterà di come mantenere alta la mobilitazione».
Anche a Roma il clima è caldo, ma secondo Andrea Capocci, della rete nazionale ricercatori precari, nella capitale c’è un calo d’attenzione. «Non siamo ai livelli della scorsa primavera, ma alla mobilitazione del 7 ottobre c’erano diverse centinaia di persone. Il senato accademico della Sapienza ha preso posizione contro la riforma Moratti, e non è il solo. Buona parte dei docenti ha aderito, ma molti di loro hanno una posizione vaga, che assomiglia più a una difesa corporativa dell’università e del proprio ruolo. Non va neppure escluso il calcolo elettoralistico che alcuni docenti in quota Ds stanno facendo nel prendere parte alla protesta».
La mobilitazione degli studenti nasce invece dalla modifica al sistema del «tre più due» introdotta dal ministro, per cui già dopo il primo anno si dovrà decidere se proseguire con la laurea triennale o con quella di secondo livello. «C’è una grande differenza tra chi, come me, ha fatto l’università cinque o più anni fa e gli studenti di oggi – spiega Andrea – per molti di loro la precarietà è già un dato di fatto, non sentono la necessità di mobilitarsi». Ciononostante, la partecipazione al presidio è stata notevole.
Carmen, del nodo napoletano della rete, spiega che «c’è un notevole dislivello tra l’adesione formale e quella sostanziale. Formalmente tutti sono favorevoli alla protesta. Anche il senato accademico si è espresso in tal senso, anche se in modo più blando che non in primavera. Nel concreto, però, l’appoggio alla protesta è vago e generico. Stiamo prendendo contatti con i docenti associati e ordinari, affinché il blocco della didattica che proporremo abbia un peso effettivo». Siamo solo alle prime mosse di una partita molto lunga.

[da Carta n°38/2004]

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