Têtes de Bois, la pace è un viaggio

tetes-e28093-pace-e-maleI Têtes de bois, oltre ad essere anici e soci di Carta, sono un gruppo musicale di successo, come si dice. Il loro ultimo disco si chiama «Pace e male», perciò abbiamo incontrato Andrea Satta, la voce: per capire come c’entra la musica con la pace.

È passato un anno dall’ultimo incontro con Carta, il concerto al parco Alessandrino di Roma.

Più passa il tempo e più me lo ricordo come una serata speciale, qualcosa d’incredibile. Vedere i fari delle macchine in processione avvicinarsi a quel luogo/nonluogo, e sapere che ogni macchina veniva non solo per il concerto, ma anche per un’idea che condivideva con tutti noi, sostenere la rivista… si avvertiva un senso di appartenenza, lo dico senza retorica. Magari prima o poi ne organizziamo un altro.

Il disco nuovo si intitola «Pace e male». Cioè?

«Pace e male» è una fotografia dinamica del nostro momento di vita. Alcune cose partono da un po’ prima di oggi, altre arrivano forse già a domani. Due cd, il primo di canzoni, il secondo forse un viaggio in un posto di campagna, dove la città è lontana e la notte è notte davvero, le luci brillano ancora molto forte e l’unica che hai a portata di mano è il display dell’autoradio… E magari viaggi a velocità ridotta, con l’aria che entra dai finestrini, e ti lasci catturare dalle onde radio che entrano nella macchina, che arrivano e vanno via. Finché il sogno ti prende, il desiderio ti cattura, e alla fine la radio passa quasi solo le cose che ti piace ritrovare, solo le cose che ti appartengono, le memorie che avevi rimosso, quelle cose che in qualche modo ti hanno emozionato, anche molto semplici, anche se sono quasi ridicole: un goal all’ultimo minuto… piccole cose che però hanno un’importanza strepitosa nel gioco della memoria. In mezzo a tutto questo appaiono e scompaiono le canzoni che stai per scrivere, i frammenti di quello che hai fatto e che non sta nel disco. Molti mi hanno chiesto perché il titolo «Pace e Male». Non è certo ai lettori di Carta che dobbiamo indicare un lettura semplificata.

Appunto: nel vostro immaginario il viaggio è incontro dell’altro. Oggi, nell’aut-aut tra guerra e terrorismo in cui si vorrebbe intrappolare le civiltà, questo immaginario subisce un attacco molto forte…

È sempre più difficile, conoscere la realtà, i fatti da cui poi riuscire a trarre almeno una verità. L’accesso alle fonti è oggi una delle cose più difficili, almeno sui grandi numeri, perché viviamo in una quotidianità che ti assale, che si approfitta del tuo tempo. In questa quotidianità c’è un’informazione parcellizzata, fatta di percorsi obbligati che alla fine formano un pensiero elementare. È la più grande sconfitta degli ultimi anni: non è che non ti dicono la verità, ma c’è un sistema che non consente di sfondare alcune barriere. E tutto viene fatto in un’apparente legalità, un’apparente tutela della tua libertà, e quindi tutto viene un po’ attenuato: non ti puoi neppure tenere addosso il virus dell’incazzatura, perché tutto è inscritto in un formale rispetto delle parti. A quel punto sei fregato. Da qui si arriva all’aut-aut: o terrorismo o guerra. Come alle medie, quando ti fanno squadrare il foglio per il disegno geometrico, e c’è solo l’alto o il basso, la destra o la sinistra. Con queste regole e questa visione imposta, una terza dimensione non è contemplata.
Tornando al viaggio, il risultato è che tutto fa un passo indietro: si andava verso sempre minori controlli, oggi ce ne sono sempre di più. Sembra impossibile, ma anche dieci anni fa tante cose sembravano impossibili e sono accadute. Chi mai avrebbe pensato che si sarebbe riparlato di tagliamenti di teste o di torture in carcere? Non è che prima non avvenissero, ma ora stanno avvenendo con una «frequentazione domestica» tale che le renderà, prima o poi, solo alcune delle cose brutte della vita, non più qualcosa di impensabile. Il mondo dell’orrore si sta riaccreditando come un mondo che «purtroppo esiste». Sono sicuro che se oggi si parla della Shoà si pensa a una cosa terribile, ma qualcuno potrebbe pensare che «in fondo è brutta come quelle che stiamo vivendo»… Dieci anni fa pensavamo che erano cose che non sarebbero più successe.
Limitare il viaggio, la possibilità di conoscere storie e persone diverse, è un altro sorriso che ti tolgono. Ognuno deve stare a casa sua. Il mondo occidentale dell’egemonia economica e delle multinazionali ha capito che per continuare a comandare deve inasprirsi nei confronti di un altro mondo, povero e iperpopolato, che vuole venire verso di te per godere di parte della tua immensa fortuna. Oggi, perciò, la dimensione della guerra è esistenziale: o schiacci o sei schiacciato. È inscritta nel Dna del neoliberismo, in cui, paradossalmente, tanto più le merci circolano liberamente, tanto meno le persone possono farlo.

Rovesciando una provocazione di una tua canzone: bisogna essere cretini per essere allegri, oggi come oggi?

Fortunatamente tutti noi, nonostante il momento tragico che viviamo, riusciamo ad avere il guizzo della sopravvivenza, e anche della felicità, in alcuni momenti. Magari riusciamo a fare l’amore e ad essere felici anche in un momento terribile. Questo è il regalo crudele che la vita consente. Finché non sei all’epilogo, trovi sempre la capacità di astrarti, che non significa ignorare o dimenticare, ma alleggerire alcuni momenti, senza essere davvero «cretini». Chi fa musica, come noi, ha un ruolo speciale, in questa oscillazione, ma non un ruolo pubblico, perché l’unico modo di vivere davvero questa cosa è non dichiararsi portavoce di alcunché. Ognuno, nella vita, respira l’aria e la rimette a modo suo; io faccio altrettanto, e magari alle volte si creano delle sintonie.

Sta per cominciare l’ottava edizione di «Stradarolo». Ce ne parli?

Quest’anno parte con il progetto «Passi»: sono arrivate scarpe da tutti i paesi del mondo. Sotto alcune di esse verrà illustrata la loro storia. Scarpe lungo un filo, che viaggiano come se fosse una filovia, che saltano da un lampione all’altro, da una finestra all’altra, da un muro all’altro di Zagarolo e Genezzano, i comuni che ospitano il festival. Lungo questa filovia avvengono degli interventi artistici. La scarpa deformata è una carta di identità, un odore, un colore, un’impronta che non è ripetibile. Hanno scritto sopra la storia di chi le ha indossate, chiunque esso sia, il viaggio che ha fatto, anche se è semplicemente il viaggio di un bambino del Maghreb dalla sua scuola a casa. Ci sono stivali che sono stati portati a Baghdad, oppure scarpe di persone che portano l’acqua in paesi nordafricani. Ci sono storie strane e storie banali, ma tutte sono le impronte irripetibili di una vita, di un percorso. È sempre il movimento alla base di tutto.

[da Carta n°35/2008]

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