Breve viaggio in Bosnia

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Mostar

Le macchine sostano incolonnate lungo la statale. Di fronte a noi dei soldati in mimetica si aggirano tra i veicoli. Hanno in mano dei fucili, ma l’espressione è bonaria e persino un po’ annoiata. Una vecchia zingara passa tra le macchine in sosta, agitando una tazza di metallo con dentro delle monete. Chiede l’elemosina, con l’accortezza di farlo lontano dai controlli. Ogni tanto sorride, oppure semplicemente spalanca la bocca per proseguire con la sua litania, e così facendo rivela un sorriso di appena due denti. Non è sola, ci sono diverse donne più giovani con lei, e la loro presenza sembra stonare con il rigore che ci si aspetta di trovare a un posto di blocco militare. Ma questo, per l’appunto, non è un posto di blocco. Si tratta semplicemente della frontiera tra la Croazia e la Bosnia Erzegovina, appena dopo la cittadina di Metković. Non c’è una vera stazione edificata e di stanza ci sono i militari di leva. Nonostante l’apparenza “minacciosa” si tratta in realtà di un posto di frontiera assai trafficato, che si passa velocemente e senza lungaggini burocratiche. Da qui, infatti, transitano quotidianamente diversi pullman di pellegrini diretti a Međugorje, che effettuano principalmente visite giornaliere. Nonostante la guerra civile nell’ex-Jugoslavia sia finita da oltre otto anni, ancora molti stranieri faticano a immaginare la Bosnia come un posto dove soggiornare. La maggior parte preferisce viaggi organizzati, magari soggiornando sulla costa croata che, durante l’estate, brulica di turisti italiani ed europei.

La guerra in Bosnia è stata, per la mia generazione, il dramma bellico per eccellenza. Era un conflitto atroce, il primo che si verificava durante quel periodo – il liceo – che segna di solito l’inizio della propria coscienza politica. E, a differenza della guerra del Golfo, si svolgeva a due passi da casa nostra, dall’altra parte dell’Adriatico, in luoghi che molti italiani conoscevano bene. Per questo, passando in macchina per luoghi e città sentiti molte volte nei telegiornali l’emozione tra me e Stefano è palpabile. Con Stefano ci siamo dati appuntamento in Croazia, da dove lui ha deciso di deviare dalla sua vacanza di mare per un viaggio in Bosnia. La curiosità nella nostra generazione per quella guerra e quei luoghi è una costante, anche se quello che stiamo cercando è forse l’esatto opposto dell’eco che quei luoghi si portano dietro: lo scorrere della vita, la quotidianità, la rinascita dopo la distruzione.

Arrivo a Mostar

Ma già dal punto di vista geografico la Bosnia ci propone una cesura netta. Seguendo il corso della Neretva, che si insinua lungo un tracciato di canyon montuosi sempre più impervi, della calura marina della costa croata non resta nulla. Il clima si fa piovoso e ogni tanto dalle curve della strada si scorge uno strapiombo mozzafiato, da dove scintilla il turchese cupo della Neretva, intenso eppure adombrato dal brutto tempo. Non stupisce che questa regione sia una meta importante per gli appassionati di canoa e kayak. Il sole spunta di nuovo poco prima di entrare a Mostar, che ci accoglie con una visione che ci toglie il fiato. Senza rendercene conto ci immettiamo nel grande boulevard che durante la guerra segnava la “linea del fuoco”: alla nostra destra e alla nostra sinistra si estendono decine di palazzi sventrati, bruciati, con le pareti abbattute e crivellati di pallottole. La vista è raggelante e nella macchina cala di colpo il silenzio, anche se la luce dorata del sole che si avvia al tramonto regala agli scheletri degli edifici qualcosa di pacifico, di quasi irreale, che mitiga l’aria lugubre delle facciate.

La linea del boulevard, che scorre parallela al fiume, era il punto dove gli scontri a fuoco erano più intensi e separava nettamente la città vecchia, musulmana, da Mostar Ovest, in mano ai croati. La prima fase della guerra, nel 1992, era stata condotta dalle truppe serbe e montenegrine per il controllo della città. Quando queste si ritirarono iniziò uno scontro feroce tra bosniaci e croati che si concluse nel 1994. Solo due anni più tardi, però, fu ripristinata la libera circolazione tra le due parti della città. Eppure, anche se sono passati otto anni e la vita civile e commerciale è ripresa a pieno ritmo, questa strada fantasma resta una cesura palpabile, una ferita visibile e aperta.

Svoltiamo verso destra, in direzione della città vecchia, dove non fatichiamo a trovare un uomo che con fare gioviale si offre di affittarci una camera. Avrà sui quarantacinque anni, i capelli ricci e biondi, quasi slavati, e due folti baffi. Sembra uscito da un film tedesco degli anni sessanta e, come ci spiega poco dopo mostrandoci le camere, non abbiamo sbagliato di molto. “Ho lavorato molti anni in Germania e anche il periodo della guerra l’ho passato lì – ci spiega, parlandoci in un inglese approssimativo, zeppo di termini tedeschi. «In Germania si lavora bene e io ho messo da parte un po’ di soldi. Voglio costruire qualcosa». Il suo “qualcosa” è una locanda, la versione sviluppata della casa ben ristrutturata dove ci fa soggiornare. I lavori li ha fatti lui, è convinto che a breve Mostar diventerà una meta di turismo, o meglio, tornerà ad esserlo. Per i cittadini jugoslavi, a differenza che in altri paesi socialisti, emigrare per lavoro non era un problema. Da questo punto di vista la Germania è sempre stato il polo attrattivo per eccellenza. Gli effetti si vedono ancora oggi: la moneta bosniaca si chiama “marco convertibile”, così definita perché il suo valore è stato agganciato al marco tedesco nel 1998, rapporto uno a uno. Con l’avvento dell’euro il marco bosniaco è stato agganciato alla nuova valuta, pur mantenendo la sua denominazione.

Lo Stari Most

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veduta dello Stari Most

Quando usciamo a fare due passi è quasi buio. È una notte d’estate piacevole e molto tranquilla. Di fronte alla nostra casa un minareto illuminato taglia il panorama in due. Ripensiamo all’atmosfera scintillante di Dubrovnik che ci siamo lasciati alle spalle, che sembra ormai lontana anni luce. L’antica Ragusa, con le sue strade scintillanti di pietra bianca e brulicanti di turisti sembra già aver relegato ad un passato remoto la guerra degli anni Novanta. Del bombardamento serbo del 1992 non resta quasi nulla, solo alcune tegole dei tetti di colore diverso. Quel bombardamento aveva fatto tremare il mondo per la possibile perdita di un patrimonio architettonico unico, protetto dall’Unesco, che è valso a Dubrovnik l’appellativo di “Perla dell’Adriatico”.

A Mostar le cose sono andate molto peggio. Qui la guerra per il controllo della città è stata violenta, fratricida e vissuta dall’interno. La città ne porta ancora tutte le cicatrici e soprattutto ha vissuto uno degli episodi più traumatici dal punto di vista simbolico: la distruzione dello Stari Most, il vecchio ponte medievale del XVI secolo. Stari Most significa semplicemente “ponte vecchio”, ma lo Stari Most è per antonomasia quello di Mostar, che dà il nome alla città, simbolo della Jugoslavia ottomana e gioiello architettonico dell’epoca. Il 9 novembre del 1993, dopo due giorni quasi ininterrotti di colpi di mortaio, il ponte fu distrutto dalle forze croate. Non che la zona ovest della città non abbia perduto importanti riferimenti architettonici e culturali, come il vecchio monastero cristiano che si trova nella zona ovest. Ma colpire il ponte era come colpire l’anima della città stessa. Non si trattava nemmeno di un obiettivo strettamente strategico, perché lo Stari Most si trovava all’interno della zona controllata dalle truppe bosniaco-musulmane. Si trattava però di un potente obiettivo simbolico. E difatti gli effetti psicologici del crollo hanno subito valicato i confini nazionali e la distruzione dello Stari Most è divenuta uno dei simboli universali della guerra in Bosnia. Le immagini dell’antica struttura di pietra che collassa nella Neretva si sono rimpallate nelle tv di tutto il mondo e a quasi un decennio di distanza sono ancora vive anche nella mia mente.

La mattina seguente splende un bel sole agostano e ci addentriamo quasi subito nel cuore della città vecchia, che dista poche centinaia di metri dalla nostra abitazione. Percorrendo la via principale che costeggia un’antica moschea, accanto al quale sorge un moderno centro per il turismo, si arriva all’imbocco della Stari Most. E il ponte è lì, splendente. È stato ricostruito seguendo il disegno originario e nemmeno due settimane fa, il 22 luglio 2004, è stato inaugurato. Alcuni turisti fanno avanti e indietro con curiosità, affacciandosi più volte a guardare la considerevole altezza che li separa dalla Neretva: circa 25 metri. Di sotto il letto del fiume ha un colore così intenso che assomiglia a un serpente intarsiato nella pietra turchese. Un ragazzo che indossa solo un paio di pantaloncini azzurri si fa largo a piedi nudi tra il piccolo capannello di turisti. Ha il fisico asciutto e nodoso, i capelli biondi ossigenati, la pelle abbronzata. Si arrampica sul parapetto del ponte, nel punto più alto, dove le due curve si congiungono dell’arco si congiungono. Scavalca la protezione e guarda più volte in basso, verso l’acqua. Poi, senza emettere un suono, quasi di improvviso fa un passo in avanti e si lascia cadere nel fiume. Riemerge dopo alcuni secondi e con poche bracciate si porta sulla riva destra del fiume, dove è stata costruita una piattaforma di legno sulle rocce che i ragazzini stanno usando per tuffarsi nel fiume. Viene accolto dalle risate dei bambini che hanno pochi anni meno di lui, che ne dimostra non più di diciotto. Qualcuno, sul ponte, accenna ad un applauso e subito un altro ragazzo si prepara per il suo tuffo a candela.

Il tuffo nella Neretva è una vecchia tradizione che i cittadini di Mostar rivendicano con orgoglio. Appena giunti in città i primi murales che abbiamo in contrato non sono né scritte politiche né disegni commemorativi, ma il disegno di un uomo che si tuffa a volo d’angelo dallo Stari Most. Su una delle due estremità del ponte spicca lo stendardo bianco di un’associazione che raccoglie i tuffatori di Mostar: lo stemma è una stilizzazione del ponte e di un uomo che si lancia nel vuoto. Un uomo di mezza età che indossa una polo bianca con il logo del “klub” ci spiega, con orgoglio: «Il ponte è stato riscostruito con le pietre originali, recuperate dal letto del fiume. Si tratta proprio delle stesse pietre, dello stesso ponte». Ha uno sguardo soddisfatto, fiducioso, e anche se comunichiamo a fatica la sua espressione sembra dirci che, con il ponte, anche la speranza del futuro è tornata ad affacciarsi a Mostar.

Segnali di vita

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La sede dell’Energopetrol bombardata

La strada che attraversa lo Stari Most è stata interamente ristrutturata e brilla di vernice fresca, splendente come il ponte. Ci sono diversi negozietti che sperano in un’imminente ripresa del turismo. Un ragazzo, annoiato, in una piccola bottega di manufatti artigianali che ricordano l’epoca ottomana, legge un albo di Dylan Dog in croato. Sul lato ovest rispetto al ponte c’è una vecchia moschea, anch’essa ristrutturata, con un minareto scintillante. Eppure questo simbolo del ritorno alla vita e alla quotidianità stride ferocemente con il resto della città. Giunti alla fine del percorso, che si sviluppa per qualche centinaio di metri, di colpo ci si rituffa nella distruzione. È una cesura netta, come disegnata: dove finisce il tratto ristrutturato di colpo si interrompe anche la vernice, i muri tornano scrostati e crivellati di pallottole. Basta un passo e dal biancore si passa al grigio, come uscire dal set di un film. Ancora dieci metri e già affiorano i segni dei colpi di mortaio. Eppure, anche se questa piccola strada sembra un artificio calato in una realtà di distruzione, per i mostarini è il segnale tangibile della vita che ritorna.

Nel lato Est della città una strada commerciale raggruppa negozi e qualche locale alla moda. Nel mezzo, le vestigia delle antiche architetture, una madrasa, la scuola coranica, e ancora una moschea. Palazzi ridipinti e palazzi distrutti si affiancano l’un l’altro. Fanno pensare al sorriso sdentato di un vecchio. Più lontano ci imbattiamo in una struttura di cemento, massiccia, di architettura sovietica, collassata al centro a causa dei bombardamenti. Una persona a cui chiediamo spiegazioni ci racconta che si tratta di un mercato: un orrore comune per una guerra che ha fatto della popolazione civile un bersaglio continuo. I luoghi della vita quotidiana erano possibili “target” al pari dei palazzi del potere politico ed economico. A questa seconda categoria appartiene il palazzo della Energopetrol, la compagnia petrolifera bosniaca, o meglio il suo scheletro. Oggi svetta lugubre, sventrato dai mortai. Eppure la vita che torna lambisce anche gli scheletri: le mura ad altezza strada sono piene di graffiti coloratissimi e in alto, sotto il vecchio logo penzolante, svetta una scritta luminosa “Happy new year”, residuo dei festeggiamenti di capodanno.

Ci fermiamo a un caffè per bere qualcosa di fresco. Ne troviamo uno adiacente a un piccolo cimitero islamico. Nella cultura ottomana spesso i cimiteri si trovano accanto alle moschee e sono come giardini all’interno delle città, che nel frattempo gli crescono attorno. Guardando questo piccolo fazzoletto di terra pieno di cippi funerari, ornato da una piccola e bella cinta muraria, penso di trovarmi a un cimitero storico. Entrandoci dentro mi accorgo dell’errore. Le tombe, saranno poco più di un centinaio, riportano tutte lo stesso anno e mese di morte: ottobre 1993.

Mostar, tuttavia, non sembra più pensare alla guerra. O almeno, non tutti i suoi abitati. Gli adolescenti hanno le stesse facce che trovi in qualunque parte del mondo, annoiate mentre lavorano nel negozio del padre, divertite mentre ridono in un caffè con gli amici, entusiaste quando la sera si ritrovano in uno dei pochi locali notturni della città. Uno di questi si trova in pieno centro, attaccato alla moschea che costeggia lo Stari Most. Sentire la musica alta qui, in questo squarcio di medioevo ottomano, vedere la gente sciamare nel locale e più in là, appoggiato con la mano a un minareto, un ragazzo che vomita perché ha bevuto troppo, è un’immagine che rende in un colpo solo il contrasto tra antico e moderno, la stratificazione di culture e, in definitiva, la complessità su cui è fondato questo paese.

Tramonto e alba

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Manifesto per l’ingresso della Bosnia nell’UE

In definitiva a Mostar sembra che convivano due città, quella che si sta risvegliando e quella che ha visto il tramonto dell’ex Jugoslavia. Le macerie della guerra e i colori della ricostruzione. Le facce dei giovani, che sembrano spensierati come i giovani di ogni parte del monto, e le facce segnate dei quarantenni, una generazione falcidiata dalla guerra civile. Opposti che si compenetrano, come le culture croata e bosniaca. È difficile capire quasi sia stata la molla che ha cercato di tagliare di netto questa realtà che oggi, nonostante la tragedia degli anni Novanta, sembra comunque fatta di un intreccio inestricabile di culture. Camminando verso il boulevard mi raggiungono le note di una canzone di Fabrizio de André, che esce da un piccolo spaccio. Non c’è nessun italiano, come avevo pensato all’inizio, solo un ragazzo che conosce i nostri cantautori. L’Italia, così vicina, appena dall’altra parte dell’Adriatico, mi torna di colpo alla mente e capisco un po’ di più il perché la guerra in Bosnia abbia avuto un’eco così grande nel nostro Paese.

Un ragazzo ci invita a salire le scale di un palazzo distrutto. “C’è un bel bar sul tetto”, ci spiega. Anche se la cosa ha dell’incredibile lo seguiamo, aggirando il palazzo che si trova ad uno degli incroci principali. Il boulevard resta a suo modo spettrale, la parte di Mostar più restia ad essere di nuovo abitata, quella più incancrenita delle ferite del recente passato. Di fronte a noi c’è un bel palazzo in stile orientale, completamente crivellato di pallottole, ancora addobbato per i festeggiamenti del capodanno. Giriamo l’angolo e prima dell’ingresso ci imbattiamo in una parete cieca, completamente dipinta. Sopra c’è disegnato il panorama dello Stari Most in forma stilizzata, dove le parti Est e Ovest della città sono raffigurate come dei labirinti. Nei rispettivi labirinti sono spersi due pallini rossi, che rappresentano le due anime della città. Il disegno è ripetuto tre volte e alla fine della sequenza assistiamo all’incontro dei due pallini al centro del ponte ricostruito. Sotto, la scritta “Mostar 2004”.

Il palazzo in cui ci avventuriamo deve essere ancora pericolante, ma questo non sembra creare nessun fastidio al ragazzino che ci accompagna. Quando usciamo dalla tromba delle scale, direttamente sulla terrazza che si trova sul tetto del palazzo, la vista è mozzafiato. La luce, prossima alla sera, è carica come sanno esserlo i tramonti di agosto, e dipingono di colori caldi l’intero boulevard. Per la prima volta gli scheletri dei palazzi della linea di fuoco mi appaiono in qualche modo belli. Forse persino poetici. È come se avessero recuperato le fattezze che avevano prima della guerra, inondati come sono della luce intensa delle ultime ore del giorno. Ci sediamo al tavolo di plastica di un bar improvvisato. Il posto è frequentato da ragazzi giovani, universitari e probabilmente qualche artista, sembra il classico locale cool e un po’ underground in cui è facile imbattersi nelle capitali europee come Berlino. Atterrato come un disco volante sul tetto di un palazzo in rovina.

Sarajevo

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Sarajevo

La strada tra Mostar e Sarajevo è un percorso piacevole che compiamo quasi in solitaria, attraversando tratti piovosi. Quando arriviamo nella capitale della Bosnia, però, brilla il sole. Benché l’assedio della città sia stato uno dei fatti più cruenti della guerra, Sarajevo non è un teatro di macerie come la città che ci siamo lasciati alle spalle. Ci sono palazzi distrutti, chiaramente. E segni inequivocabili sui muri. Tuttavia quel fascino di città fatta di mescolanze tra antico e moderno, che ha fatto di Sarajevo una delle città più belle dei Balcani, resta inviolato. Nonostante questo la prima cosa che vediamo svettare è la sede del parlamento distrutta dalle bombe serbe: un palazzo di oltre venti piani, segnato dai colpi e dalle lingue nere sopra le finestre, residui dell’incendio. È come un monolite nel mezzo della città.

Dopo aver parcheggiato la macchina ci addentriamo nei vicoli di Baščaršija, dove troviamo una pensione. Baščaršija è la zona ottomana della città vecchia, costruita nel quindicesimo secolo, e aveva la funzione di mercato. Funzione che, in chiave turistica, conserva tutt’ora: botteghe di artigianato vario, caffè e luoghi per mangiare si rincorrono lungo i vicoli fino ad addossarsi alla moschea. L’ingresso della moschea, come molti luoghi di culto divenuti anche meta turistica, riporta un cartello con una dozzina di divieti, dal divieto di fare troppo rumore a quello di entrare con vestiti succinti. Il più curioso riguarda il divieto di portare armi da fuoco, segnalato da un kalashnikov cerchiato e sbarrato.

Accanto alla moschea c’è un piccolo caffè che serve da mangiare. Immancabili i ćevapčići e il burek, ovvero polpettine di carne speziata e quello che potremmo definire una sorta di rustico, residui della cucina ottomana nella tradizione balcanica, ma niente birra visto che siamo a ridosso di un luogo di culto. Un signore sulla quarantina attacca bottone con noi. «Prima della guerra era diverso, si facevano certe cose con più disinvoltura. Bere, per esempio. Poi di colpo anche chi non credeva, o chi credeva solo superficialmente, di colpo si è ricordato di essere musulmano. Anche i religiosi sono diventati più insistenti: vogliono che la gente rispetti di più le tradizioni dell’Islam. Ma il vero motivo sono gli arabi. Quelli portano i soldi, ricostruiscono le moschee o le fanno nuove di zecca, ma chiedono agli imam di far rispettare la religione in modo più severo. Vogliono che in Bosnia ci sia un’Islam come il loro. Ma da noi è sempre stato diverso». Anche Ivan, il ragazzo alto e magrissimo che gestisce il caffè, annuisce. La Bosnia resta un luogo di mille contraddizioni e tre ragazze giovanissime che ci passano davanti ce lo ricordano. Sono vestite alla moda, una in modo particolare, con molto trucco, e si tengo tutte e tre a braccetto. Quella di mezzo porta il velo, e mentre ride le si illuminano due occhi azzurrissimi.

Musiche balcaniche

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Baščaršija

Ivan ha lunghi capelli biondi che tiene legati in una coda e un evidente passato da “metallaro” di cui ci racconta divertito. La scena musicale di Sarajevo era molto divertente prima della guerra, ci spiega. Solo dopo essere tornati più volte scopriamo che il suo vero nome non è Ivan, ma Ibrahim. Avrà trent’anni o poco meno. Lavora al caffè per mantenersi, ma spera di trovare qualcos’altro, magari in campo musicale, chissà. Era quello che sperava di fare prima della guerra. «Con antri due amici avevamo aperto un posto, un po’ fuori, sopra le colline. Era un posto dove si faceva musica rock e alla gente piaceva, speravamo di farci dei soldi. Con la fine della Jugoslavia, beh, immaginavamo che si sarebbero aperte un sacco di possibilità. Poi c’è stata la guerra ed è finita lì. Uno dei miei amici è morto, l’altro non so che fine abbia fatto, credo se ne sia andato via, non lo sento più».

Quella di Ivan è una storia come tante, di vite interrotte dal conflitto, con un prima e un dopo ben marcati. Lui ne parla con disinvoltura e senza enfasi, come di un fatto abituale. E riattacca con la musica, la sua passione. Ci spiega che esistono molti gruppi che suonano, in giro per locali, a Sarajevo. Noi in Italia conosciamo soltanto le musiche tradizionali e le loro rivisitazioni, alla Goran Bregović, per intenderci. Ma qui, mi spiega, ai ragazzi piace di più sperimentare sonorità diverse: qualcuno resta legato al punk e al rock, altri mescolano la musica balcanica con altri generi più contemporanei. Quella sera stessa in un locale ci imbattiamo in un gruppo che suona un melange di ska, punk e turbo folk. A un certo punto, quasi come se avessero capito che degli italiani sono entrati nel locale, attaccano con una versione elettrificata di “Bandiera Rossa”, invertendo ogni tanto le parole della canzone, pronunciate in un italiano incerto.

Torniamo da locale con Houda e una sua amica, due ragazze francesi che hanno preso alloggio nella nostra stessa pensione. Anche Houda, che è di origine marocchina, è venuta in Bosnia per dare un volto alle cose che ha letto sui giornali, alla guerra e al rapporto di questa popolazione con l’Islam. Per lei, che si professa radicale e femminista, la complessità della stratificazione delle identità – quella legata alle radici e quella legata alla modernità – è un aspetto importantissimo. Una volta arrivati pensiamo di proseguire la discussione in camera, visto che al pensione non possiede che un misero ingresso dove il proprietario dorme di sbieco, appoggiato al bancone, come per impedire col suo fisico corpulento l’accesso ad eventuali intrusi. Quando capisce che c’è qualcuno si sveglia intontito, poi ci riconosce e ci sorride. “Cosa?”, sembra domandarci in una lingua che non capiamo quando ci dirigiamo verso un’unica stanza. E ci sbarra il passo. Non c’è verso di spiegargli che stiamo conversando e non c’è nulla di male. Gli uomini vanno con gli uomini e le donne con le donne, non c’è deroga possibile sotto il suo tetto, niente mescolanze. Così, rassegnati, ce ne andiamo a dormire ripromettendoci di continuare a chiacchierare la mattina dopo a colazione.

Uno sguardo al futuro

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Biblioteca nazionale bosniaca

Nel centro di Sarajevo è il festival di cinema, nato nel 1995 quando l’assedio della città era ancora in corso e giunto ora alla sua decima edizione. Col tempo si è trasformato in uno degli appuntamenti più importanti dell’est Europa, frequentato da cineasti di tutto il mondo, e vanta una bella sezione di film documentari. La kermesse si svolge tutta in pochi isolati, dove si concentrano alberghi e teatri per la proiezione. Passare le transenne che bloccano il traffico è come fare un salto spazio-temporale: di colpo si è proiettati in un’atmosfera da festival internazionale, la gente è vestita alla moda e parla prevalentemente inglese. Di giorno nessuno sembra avere voglia di mettere il naso fuori dal perimetro, probabilmente a causa del poco tempo che queste manifestazioni lasciano a chi ci lavora, col risultato di aver creato però una sorta di bolla attorno al festival, per lo più stridente con la realtà di una città che deve ancora finire di curare le sue ferite più visibili.

Una di queste è certamente la biblioteca di Sarajevo, dove è in corso una mostra dell’artista greco Jannis Kounellis. L’incendio e la parziale distruzione della biblioteca è stato uno degli eventi più traumatici dell’assedio, perché in questo edificio dalla foggia particolarissima erano costudite le tracce più antiche della scrittura bosniaca. Vale a dire, l’identità più intima di una cultura. Migliaia di testi contenuti lì dentro sono andati distrutti, alcuni di questi perduti per sempre. Oggi la grande sala d’ingresso dell’edificio, che ha una disposizione circolare, è stata restaurata e l’istallazione di Kounellis ha riempito per intero con libri e tessuti gli archi che portano nelle zone retrostanti. Dalle scalinate di legno che stanno sostituendo quelle crollate, però, è possibile vedere ancora i segni della distruzione e del fuoco.

Uscendo lì assieme a uno sparuto gruppo di turisti, mi viene in mente una pubblicità che avevo notato per strada a Mostar, dove due bambini spingono insieme la sagoma della Bosnia per farla incastrare, come la tessera di un puzzle, al suo posto nella mappa dell’Unione Europea. Sopra l’immagine c’è una scritta, “Zajedno je lakše”, che vuol dire “insieme è più facile”. Di colpo mi rendo conto che la cosa più assurda e spiazzante che ho trovato in Bosnia non sono le tracce della guerra, gli edifici distrutti o i racconti della gente. La cosa più spiazzante è l’idea che, dopo un conflitto così sanguinoso, il destino più ovvio che toccherà alle piccole nazioni emerse dall’esplosione della Jugoslavia è quello di trovarsi nuovamente unite in seno all’Unione Europea. La dimostrazione più beffarda dell’inutilità della guerra.

Torno da Ivan, o Ibrahim, per parlarne con lui mentre mangio qualcosa a fine serata. Lui scuote la testa. “Con la guerra succedono molte cose assurde”, dice, con quel tono grave soltanto a metà che usa lui e che non mi fa capire se è davvero convinto di ciò che dice o se c’è dell’ironia nelle sue parole. E prosegue spiegandomi come, certe volte, all’assurdità delle situazioni in cui ti trovi puoi rispondere soltanto in modo altrettanto assurdo. Per farmi capire meglio mi racconta una storia: “Hai visto quel palazzo in fondo alla strada? Beh, quello è l’ufficio postale. Visto che si trova fuori dalle vie del centro le sue pareti sono ben visibili così, durante la guerra, un soldato ha pensato bene di scriverci sopra a grandi caratteri “Questa è Serbia”. Durante l’assedio un ragazzo, sfidando il fuoco dei cecchini che lì era molto pericoloso, è andato fino all’edificio per scriverci sotto con lo spray “No, questa è la Posta”. Ecco, alle volte si sopravvive anche così».

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