Una ciurma tra le correnti

È una serata di metà luglio stranamente fresca e ventilata, con grosse nuvole all’orizzonte e una luce da tardo pomeriggio, particolarmente intensa, che taglia di netto i palazzi sullo sfondo. Palazzi dall’aria austera, con le sbarre alle finestre, che ci guardano torvi come nuvole di pioggia. Ma restano distanti, mentre il campo sportivo della Casa di reclusione di Rebibbia, si trasforma pian piano in un’immensa goletta dal legno mangiato dalla salsedine, e traghetta un pubblico eterogeneo di magistrati e di parenti dei detenuti, di operatori sociali e di amministratori pubblici, lungo un mare immaginario. È il mare dei pirati e delle loro storie, a sud della vita normale, della morale pubblica, a sud di ogni nord imposto, perduto o semplicemente non condiviso.
«Correnti. Storie di pirati a Sud» è il nuovo lavoro della compagnia “Stabile Assai” della Casa di reclusione di Rebibbia. Un’esperienza di teatro in carcere che viene da lontano: i primi timidi passi risalgono addirittura agli inizi degli anni Ottanta. Più di vent’anni. Timidi perché, se li paragoniamo a questa ultima produzione che ha portato in scena più di settanta detenuti, la crescita è più che evidente, anche in termini di quantità. I “ragazzi” in scena erano per la precisione settantaquattro, cosa mai accaduta prima, con buona pace del direttore del carcere che si era raccomandato di fermarsi a settanta. Ma la voglia di raggiungere questo piccolo record – come ha ricordato l’educatore Antonio Turco alla fine della rappresentazione – era grande. Più che altro per via dell’entusiasmo che molti hanno messo in questo progetto, dai più giovani fino al nutrito gruppo degli anziani, forse meno attivi nello spettacolo, ma sicuramente altrettanto belli da vedere.
E quello del “bello da vedere”, del lato artistico ed estetico del loro percorso teatrale, è un aspetto che Riccardo Vannuccini [regista e autore dei testi] e i ragazzi della compagnia “Stabile Assai” hanno ben presente, e anzi, su questo puntano molto. Può apparire come una cosa scontata, ma in realtà non lo è. Benché il teatro in carcere sia ormai una realtà per certi versi consolidata [sembra siano più di cento le esperienze di questo tipo in tutta Italia], molte volte – specie all’esterno – si pensa a questo tipo di attività come a “qualcosa da far fare” ai detenuti per tenerli occupati. Il teatro, tuttavia, non si esaurisce affatto nel presentare al pubblico un prodotto, sia pure ben confezionato, e nel prendere gli applausi. Il teatro è soprattutto un percorso, è stabilire una relazione con l’altro, è un intreccio indistricabile di riflessione e sentimento comunicati all’esterno con un linguaggio che attinge al lato oscuro di ognuno di noi, quello da cui si sprigiona la creatività. Questo, nel lavoro presentato dalla compagnia “Strabile Assai”, è un elemento sempre visibile, sempre in primo piano.
“Correnti” ci racconta la storia frammentaria di una ciurma di pirati, composta da un’umanità varia e disperata, che vede nel mare la sola possibilità di sopravvivenza, e prega la Madonna di fargli incrociare una nave piana di ogni ben di dio, un porto pieno di belle donne e di tenere lontano la peste e il colera. Chi è salito su quella nave ha alle spalle un destino incerto o beffardo: chi si è imbarcato per fame, chi per disperazione, chi per sete d’avventura e chi per sfuggire ai debiti o alla legge. C’è persino un filosofo che si imbarca per vedere da vicino quel mondo di criminali “che vende beni e servizi alla società legittima”, spartendosi il bottino degli assalti con le autorità, per guadagnarsi il diritto di razziare le navi degli altri. Ognuno viene da una storia diversa, da una vita diversa, da una diversa disperazione, ma tutti vanno incontro allo stesso destino portato dal rollio delle onde, fatto di mare che non finisce mai e di terra che non viene più a vista.
Le storie, i dialoghi, i pensieri si cercano e si trovano con i ritmi e le canzoni d’epoca, suonate dal gruppo musicale “Terapia d’urto” della Casa di reclusione, e accompagnate dalla voce di Anna Nacci. Un’intrecciarsi di musiche e storie, che sembrano venire avanti in ordine sparso, accavallarsi come le onde del mare, ma nel loro incontrarsi creano un’atmosfera di grande intensità.
Il tempo del racconto è un tempo espanso, dilatato, che parla della Napoli del Seicento e dei suoi corsari, a metà tra l’illegalità e l’accordo con un’autorità che lucra sul lavoro sporco degli altri, uomini confinati dalla sorte e dalla società su una nave che guarda alle vastità marine come all’unica speranza che resta, ma anche come a una prigione, dalla quale è possibile fuggire solo nel vago sogno di un approdo in un qualunque porto, dal quale poi si dovrà nuovamente partire. Ma, contemporaneamente, è un tempo che parla di noi e dei nostri giorni, che vede apparire angeli azzurri con la maglia Napoli, marinai che si chiedono se non si sono già incontrati al “bagno Rebibbia”, e il filosofo che con puntiglio ci fa notare come “l’affermazione delle politiche neoconservatrici ha segnato in molti paesi il tramonto dell’assistenzialismo penale del dopoguerra. Chi commette un crimine non è più considerato un soggetto da rieducare, ma un individuo che ha compiuto in piena responsabilità le proprie azioni, che deve essere semplicemente neutralizzato”.
La terra e il mare diventano così una metafora costante, perennemente evocati nelle belle scene corali in cui le coreografie fanno confondere i corpi dei pirati con onde immaginarie, tra alberi di navi fatti con scale di legno e vele e vessilli disegnati da lunghe lenzuola bianche e drappi neri, che oscillano furiosamente come furioso a tratti è il destino, sballottati dalla forza dell’acqua che arriva a secchiate [questa volta non metaforiche] a scuotere i corpi dei marinai. Un mare implorato e temuto, che ci parla della condizione di detenzione; tensione irrisolta in cui la consolazione arriva da una voce di donna, che sussurra che in mezzo al mare non si è mai partiti e non si deve andare da nessuna parte, ma solo aspettare che “il tempo a venire diventi il tempo passato”. Ci s’imbarca per fuggire o sopravivvere, e ci si ritrova in una prigione a cielo aperto, che non può che inspirare il desiderio di un porto, di una vita normale sulla terra ferma, nella speranza di trovare il proprio spazio in quel mondo in cui, al momento di imbarcarsi, un posto sembrava non esserci.

[visto a Roma, casa di reclusione di Rebibbia, 13 luglio 2004]

[da Carta n°29/2004]

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