Affari di Stadio

Dieci a zero. È questo il primo risultato dei campionati europei di calcio. Non stiamo parlando della «seleção» di Figo e compagni, ma del gigantismo architettonico [e dei suoi danni ambientali] che in Portogallo sembra diventato una fissazione nazionale. Dieci sono gli stadi nuovi o seminuovi che ospiteranno la fase finale del campionato, inaugurati quasi tutti tra l’estate e l’autunno dello scorso anno. Dieci stadi per otto città, Lisbona e Porto ne hanno due a testa, contro i sei dell’edizione 2000 in Belgio e Olanda.
A rigor di cronaca, va detto che solo in cinque casi si è trattato di costruire dal nulla, con l’«assist» della politica che ha fatto e disfatto i piani regolatori a piacimento. Altri cinque impianti hanno «soltanto» subito un consistente ammodernamento. Il tutto dentro un business gigantesco per un paese come il Portogallo, che nel 2003 ha toccato punte di disoccupazione del 7 per cento, mentre l’inflazione, dopo l’impennata per l’ingresso dell’euro, si è attestata attorno al 3 per cento.
Gli investimenti diretti sono stati di quasi 600 milioni di euro, ma se si aggiunge l’indotto, in particolare le infrastrutture, la cifra dovrebbe lievitare fino al miliardo. Di questi, circa 400 milioni sono serviti a costruire i cinque nuovi impianti e al restyling dei rimanenti. Soltanto il nuovo stadio da Luz, quello del mitico Benfica, è costato 133 milioni. Avrà una capienza di 65 mila posti e ospiterà la finale della competizione. Se a questo si aggiunge che il calcio, secondo uno studio del settimanale «Visão», è un’indu
stria che produce da sola lo 0,5 percento del Pil, occupando a tempo pieno più di 20 mila persone in un paese che conta meno di 10 milioni di abitanti, ci si rende subito conto di come molti abbiano guardato agli Europei come a un’occasione irrinunciabile per dare una boccata d’ossigeno all’agonizzante economia portoghese. Un’economia che versa in una crisi quadriennale, che è ormai difficile giustificare semplicemente con una congiuntura internazionale negativa.
Ecco che allora diventa più chiaro perché la terra lusitana si è tuffata in un’orgia di calcio e di progetti faraonici, che ha cercato di distogliere l’attenzione dai problemi economici interni con una pioggia di investimenti. Fin qui nulla di strano, per un paese in cui «a bola», il pallone, è la seconda religione dopo il cattolicesimo e il prodotto portoghese più conosciuto all’estero dopo il vinho do Porto.

Cattedrali nel deserto

Il Portogallo non è nuovo a operazioni di questo tipo: negli ultimi anni si è distinto per la costruzione di opere imponenti, affidate ad architetti di fama internazionale come Calatrava. Ma mai era stata così evidente, come nel caso degli Europei, la sproporzione tra ciò che è stato realizzato e quella che era l’effettiva necessità.
Basti pensare allo stadio Algarve di Faro, nel sud del paese, un impianto in grado di ospitare 30 mila persone che verrà utilizzato per appena tre partite, dopo le quali sarà una cattedrale nel deserto, visto che la squadra cittadina, il Farense, non è nemmeno nella «primeira liga», la serie A portoghese. Ma anche per le squadre della prima divisione, con le eccezioni di Porto, Benfica e Sporting Lisboa, le cose non andranno diversamente, visto che gli incontri vantano una media di soli cinquemila spettatori.
D’altra parte, la cosa era facilmente prevedibile dando una rapida occhiata alle cifre della fase finale degli europei, che durerà appena tre settimane: sedici squadre per trentuno incontri. Per così poco, dieci stadi nuovi, tutti da almeno 30 mila posti, sono decisamente troppi. E infatti, nella maggior parte dei casi, verranno utilizzati per giocare due o tre partite. Anche perché lo stadio da Luz e il José Alvalade di Lisbona e lo stadio Dragão di Porto ospiteranno da soli 15 incontri. Degli altri sette impianti, soltanto il Bessa XXI, il secondo impianto di Porto, e l’Algarve ne ospiteranno tre.

Lezioni di piano regolatore
Le polemiche non sono mancate, ma più che gli sprechi hanno riguardato l’accessibilità di un simile giocattolo da parte del cittadino portoghese medio. Il calcio d’inizio lo ha dato il quotidiano di centrodestra Diario das Noticias, che ha calcolato quanto dovrebbe spendere un tifoso che volesse seguire le partite della nazionale fino alla finale [sempre che ci arrivi]: 310 euro soltanto in biglietti, quelli più economici, in un paese in cui il minimo sindacale si aggira attorno ai 350 euro. Il comitato organizzatore punta più al tifoso-turista che al supporter interno, per raggiungere un obiettivo che prevede ricavi doppi rispetto agli investimenti.
C’è chi ha sostenuto una diversa idea per gli investimenti sugli Europei. «Le sinistre hanno chiesto un intervento più oculato e rispettoso dell’ambiente», ci racconta Ricardo Robles del Bloque de esquerda, «per Lisbona, ad esempio, avevamo chiesto al sindaco e alla giunta municipale di valutare la possibilità di costruire un solo stadio per le due squadre principali della città, Benfica e Sporting, così come accade a Roma e Milano. Non ci hanno ascoltato». Nella capitale ci sono ben quattro impianti, tutti con capienza superiore ai 30 mila posti: l’imponente stadio da Luz, di proprietà del Benfica; il José Alvalade per lo Sporting; lo stadio Nacionál, costruito negli anni ‘40 per gli eventi del regime, e lo stadio di Restelo a Belém, dove gioca il Belenense, la terza squadra cittadina.
«In questa fase, il paese punta molto sulle grandi opere», continua Ricardo, «ma l’ottica non è diversa da quella di qualche decennio fa: sembrano opere di regime. Basta pensare al ponte Vasco da Gama, una costruzione imponente che serve un traffico molto inferiore a quello per cui era stato progettato». Il Vasco da Gama è forse il vero simbolo di questa tendenza: è stato costruito con una curvatura sul finale, perché potesse essere il ponte più lungo di Europa [17 km].
«Gli enormi investimenti potevano essere usati diversamente: sempre restando nel campo dello sport, ad esempio, si potevano finanziare tutte le attività che non navigano nelle buone acque del calcio, piuttosto che realizzare opere faraoniche, che, dopo il 4 luglio, saranno inutili».

Aree verdi cittadine
A Lisbona, la scelta di demolire i due vecchi stadi per costruirne due nuovi si è scontrata con quanto era previsto nel piano regolatore cittadino. «L’abbattimento dei due stadi era previsto, ma la ricostruzione di altri due impianti no. Come trovare la cubatura mancante? Sottraendola alle aree verdi, naturalmente. E come giustificare questa manovra? In modo a dir poco fantasioso: i campi del Benfica e dello Sporting sono stati accatastati come aree verdi cittadine», con buona pace degli abitanti delle periferie in cui si trovano gli stadi, che non hanno spazi dove far giocare i ragazzi o rilassarsi la domenica.
«Non c’è solo il problema degli sprechi, dietro una manifestazione come questa», dice Sandra Oliveira di Cores do Globo, l’associazione lisboeta per il commercio equo [vedi Carta n°5]. «Le multinazionali di abbigliamento e articoli sportivi, che forniscono i palloni e gli equipaggiamenti delle squadre, attuano un sistematico sfruttamento del lavoro minorile e dei lavoratori in genere, nelle fabbriche del sud del mondo. Non riconoscono le garanzie minime di sicurezza e ostacolano la formazione dei sindacati».
Dal 1996, la Fifa ha deciso di adottare un ‘codice di condotta’ che vieta l’utilizzo di prodotti del lavoro infantile; la stessa cosa ha fatto la Uefa nel 2000. Il comitato organizzatore di Euro 2004 ha ignorato quel codice. È per questo che il Coordinamento portoghese del commercio equo [Cpcj], ha lanciato la campagna «Jogo limpo» [gioco pulito], alla quale hanno aderito nomi di rilevanza nazionale come il calciatore Paulo Sousa, che ha fatto da testimonial. Si rivolge a diversi soggetti dell’industria, della politica e della società civile per costruire assieme un’alternativa.

Giochiamo pulito

«I destinatari principali sono le industrie, che dovrebbero adottare un codice etico: messa al bando del lavoro minorile, riconoscimento degli standard lavorativi internazionali, salari dignitosi, garanzia delle condizioni igieniche e di sicurezza, riconoscimento delle problematiche femminili [come la maternità] e del diritto di associazione e contrattazione sindacale. Trasparenza e pianificazione dell’impatto sociale e ambientale da parte delle imprese sono nodi centrali affinché le misure possano essere effettive».
Ma la campagna si rivolge anche ai governi e alle organizzazioni sovranazionali, chiedendo il rispetto dei diritti, alle organizzazioni sportive, che devono riformare le strategie di marketing, e ai consumatori. L’8 maggio, giornata mondiale del commercio equo, la Cpcj ha organizzato sedici iniziative in otto città. Lo slogan era «Marque um golo contra o trabalho infantil», segna un gol contro il lavoro minorile. Tra conferenze e partite, sono stati coinvolti politici, sportivi, Ong, sindacati e tanti bambini, felici di giocare con i testimonial della campagna. Jogo limpo, «un modo allegro per sensibilizzare le persone», ha l’appoggio dell’Unicef e della Confederazione nazionale contro il lavoro minorile. Si può aderire su http://www.oikos.pt, cliccando sulla sezione «Jogo limpo» e sul link «Quero agir», voglio agire.

[da Carta n°23/2004]

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