«Caccia ‘l drago» di Daniele Timpano

timpano-dragoLe favole vanno strappate ai bambini. In questo modo perentorio Amnesia Vivace presenta questo suo lavoro basato sull’opera di Tolkien, una “fabula in musica” per pianoforte e voce. Un’idea bizzarra, eccentrica? Una provocazione? O un modo concreto di guardare a un genere che riteniamo conosciuto, di esclusivo appannaggio dell’infanzia o comunque innoquo? La risposta ce la dà Daniele Timpano fin da subito, cominciando lo spettacolo con una voce destrutturata e assai poco comunicativa, al contrario del linguaggio piano delle fiabe. In una scena che ha ben poco a che vedere con i panorami fantasy delle epopee tolkieniane. Una “fabula” spogliata dei suoi canoni, dunque, della quale Timpano si reimpadronisce per svelarne il potenziale irrequieto, inusitato.
D’altronde chi guarda oltre la forma della fiaba, sa perfettamente che dietro i suoi toni (neanche troppo) rassicuranti, si nascondono lati oscuri di ogni tipo. Basti pensare all’atmosfera ‘noir’ di molte fiabe dei fratelli Grimm, o ai toni apertamente paurosi di molte favole popolari. Le fiabe sono fatte per spaventare i bambini, non per addormentarli. E spesso non smettono di farlo neppure quando il bambino è cresciuto.
La scena spoglia e claustrofobica, tutt’altro che medievaleggiante, ricorda per stessa ammissione di Amnesia Vivace la stanza-cranio di Beckett in “Finale di partita”. Un accostamento inusitato, tanto più potente in quanto del tutto ingiustificato. Cosa c’entra Beckett con Tolkien? Ci si chiede nella presentazione, e la risposta è “nulla”. Ed è proprio su questa arbitrarietà, questa illogicità del rimando che si fonda la destrutturazione delle epopee tolkieniane da parte di Timpano. Un ambiente angusto contro regni sterminati, un unico affabulatore contro eserciti e popolazioni rurali. E una comicità allucinata che scaturisce da proprio dal potenziale irrequieto della “fabula”, da questa sua destrutturazione, dalla manipolazione oggetti e situazioni nell’atto stesso di raccontarli.
Ma Timpano si spinge anche oltre: la storia, divisa in cinque segmenti intervallati da altrettanti bicchieri d’acqua, si interrompe al terzo capitolo. Le luci si accendono, e Timpano, proprio sul finale, abdica al suo ruolo di affabulatore e riassume al pubblico gli ultimi due capitoli, come se stesse raccontando uno spettacolo visto. E poi niente. L’ultima beffa? Timpano, ricordando che nella sua prima versione lo spettacolo giungeva davvero ad una conclusione, si giustifica dicendo che in questa veste gli piace di più. E noi, sballottati tra la sua formidabile vis comica, una scena sospesa e una fiaba irrequieta, non possiamo fare altro che credergli, nonostante quello che ci lascia sulle labbra sia indubbiamente un riso di incredulità.

[visto a Roma, Rialto Santambrogio, 30 maggio 2004]

[da http://www.carta.org]

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