Il cittadino under

Per fare una ricerca sull’associazionismo giovanile da dove si parte? Dai giovani ovviamente, potremmo rispondere non senza una certa ironia. Dovuta al fatto che, quando noi [il gruppo che ha lavorato a questo progetto] ci siamo dati questa ovvia risposta, ci siamo ben presto resi conto che parlare di «giovani» è molto più complicato di quanto non si pensi.
Per esempio, ci sono attività che possono sembrare più «giovani» di altre, nonostante chi le porta avanti abbia un’età «ragguardevole». Fino a che punto questo può influenzare il giudizio su chi o cosa è «giovane»? Un gruppo di quarantenni che fa musica in un centro sociale, ad esempio, è più o meno «giovane» di un gruppo di ventenni che frequenta un coro di musica sacra? E fino a che età si può definire «giovane» una persona? «Siamo un gruppo di giovani quarantenni…», mi è capitato di sentire. Non siamo allo «splendido quarantenne» di Nanni Moretti, ma il problema non è da sottovalutare.
A ben guardare, quella di giovane è una categoria scivolosa. Sicuramente non così circoscritta come potrebbe sembrare a una prima occhiata.
Sarà che la percezione dell’età giovanile si è socialmente dilatata; sarà che tra lavori precari e affitti alle stelle i giovani di Roma e provincia – così come i loro connazionali – hanno grande difficoltà a rendersi indipendenti e «scelgono» di restare a casa dei genitori. Comunque sia, ci è sembrato evidente che non si poteva relegare la nostra «indagine» esclusivamente al mondo dell’adolescenza e della post-adolescenza. D’altronde quest’ultimo termine, come tutto ciò che comincia per «post», è fluttuante e magmatico, cosa che rende meglio di ogni altra spiegazione la complessità di questa faccenda.
Quello che ci è sembrato evidente è che, da un lato, quella di «giovane» è una condizione legata anche alle possibilità materiali di passare concretamente [cioè economicamente] all’età adulta. Dall’altro lato, però, in una società «giovanilista» come la nostra  un altro aspetto cruciale è costituito dalle «aspettative». Molte realtà associative, nonostante siano costituite da persone ampiamente in zona «anta», cercano strenuamente di restare all’interno del mondo giovanile, perché a quello si rivolgono.

Giovani a vita?
Perciò, dopo aver fissato a 35 anni la soglia massima d’età della nostra indagine, tutte queste considerazioni ci hanno portato ad affidarci a un criterio forse poco «scientifico», ma sicuramente più adatto a rendere conto di una realtà così complessa: il buon senso.
C’è un proverbio polacco che il papa ha citato durante una delle sue giornate della gioventù, che dice: chi sta in mezzo ai giovani resta giovane a sua volta. Un’ottima filosofia di vita, che però ci porta diritti a un’altra problematica con la quale abbiamo dovuto fare i conti: come considerare tutte quelle realtà che coinvolgono giovani, ma anche ultrequarantenni? O ancora, come considerare tutte quelle associazioni [la maggioranza nel mondo sportivo] gestite da pochi signori di mezza età, ma frequentate quasi esclusivamente da giovani? Anche in questo caso, ai criteri generali abbiamo dovuto unire un minimo di elasticità, tenendo in considerazione contesti, prospettive e alternative.
Nel caso delle associazioni «miste», composte cioè sia da giovani che da adulti, le cose sono state subito più semplici. Le cosiddette «associazioni miste» riguardano soprattutto persone in una fascia di età compresa tra i 25 e i 45 anni, che decidono di mettersi insieme il più delle volte in maniera paritaria. È normale che il limite dei trentacinque anni imposto dalla ricerca non possa funzionare come un’accetta per separare i giovani dagli adulti; ci siamo perciò attenuti al criterio della «prevalenza», prendendo in considerazione quelle realtà dove è presente una percentuale rilevante di giovani.
Ci sono poi le associazioni gestite da adulti, ma con un’utenza quasi esclusivamente giovanile. È il caso di molti impianti sportivi, ma anche di compagnie teatrali, scuole di musica o associazioni di volontariato. All’interno di queste associazioni, i giovani coinvolti hanno uno scarso potere decisionale; il più delle volte non fanno altro che usufruire un’offerta pensata e gestita da altri. Tuttavia, spesso queste strutture costituiscono una concreta opportunità di aggregazione per i giovani, che lì si incontrano e muovono i loro primi passi nelle attività che hanno scelto di intraprendere. In questo caso, abbiamo deciso di includere solo quelle che costituiscono una reale opportunità, escludendo quelle esclusivamente commerciali.

I gruppi informali
Un discorso a parte merita il volontariato, che il più delle volte dipende da strutture più grandi a livello nazionale. In questo campo, abbiamo dapprima deciso di inserire solamente le realtà costituite prevalentemente da volontari giovani, poiché sono indicative di un impegno sociale e di un modo di aggregarsi che non potrebbe vivere in strutture completamente indipendenti. Tuttavia, proseguendo con l’indagine, abbiamo creduto giusto inserire anche le strutture di volontariato gestite da adulti ma pensate per i giovani diversamente abili: in diverse parti del territorio provinciale, infatti, queste strutture sono per molti di loro una delle poche possibilità di aggregazione.
Un’altra cosa che ci è sembrata chiara è che avremmo dovuto basarci sul concetto di «aggregazione» più che su quello di «associazione», perché, per molte realtà giovanili, avere un riconoscimento legale è poco più di un optional. Anzi, in parecchi casi le realtà più interessanti cercano di sfuggire alla catalogazione istituzionale, e si costituiscono in associazioni solo quando hanno bisogno di finanziamenti per mandare avanti una particolare attività. Scovare i gruppi informali e tenerne conto al pari delle associazioni riconosciute è stato perciò il valore aggiunto di questa ricerca. Tuttavia, «scovare» queste realtà non è così semplice: per alcune, quelle più organizzate, è bastato girare per i luoghi di incontro tipicamente informali come i centri sociali; per altre, invece, è servito il passaparola delle reti di associazioni. In questo modo siamo venuti in contatto con alcune delle realtà più interessanti.
Andando avanti con l’indagine, ci siamo trovati davanti a una realtà molto più ricca e variegata di quello che immaginavamo. Chiaramente, occorre fare alcune distinzioni: Roma città è ovviamente più fitta di realtà associative, mentre in alcuni paesi del territorio provinciale, alla domanda «cosa fate nel vostro tempo libero?», molti ragazzi hanno risposto: «e che dovemo fa’? Andiamo a Roma». Esistono però molte altre zone, dai Castelli ai comuni lungo la via Flaminia, che hanno rivelato un’effervescenza notevole.
Ciò che manca il più delle volte – a Roma come in provincia – sono le strutture adatte a svolgere le proprie attività, e l’attenzione necessaria a dare un senso a tutte le energie messe in campo, sia che si faccia arte o che si operi nel sociale. «Speriamo che con questo lavoro che fate si smuova qualcosa», ci hanno detto molti ragazzi.

[da Carta n°17/2004 – inserto]

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