«Le città invisibili» del Teatro delle Apparizioni

tda-cittaUn viaggio lungo, appassionante, conduce lo spettatore attraverso le città di Eufemia ed Armilla. Un viaggio ai confini di territori inesplorati, che rievocano echi letterari, ma allo stesso tempo aprono mondi inediti tutti da esplorare. Un viaggio in cui i confini si flettono e lasciano passare forme e visioni che prendono forza direttamente dall’inconscio. Un viaggio, dunque, come diceva Pessoa, in cui il viaggio è il viaggiatore stesso.
Questo è l’itinerario dei sensi che ci propone il Teatro delle Apparizioni nelle sue “Città invisibili”, ispirate all’opera di Italo Calvino (in questa versione in scena al Rialto di Roma le città sono soltanto due, Armilla ed Eufemia, ma lo spettacolo ne prevede sei). Come ci riesce? Riducendo al silenzio il più dittatoriale dei cinque sensi che posside l’odierno homo videns, la vista appunto. E facendo perdere così lo spettatore nell’intricato percorso che gli altri quattro sensi gli propongono. Sta a lui trovare la via, che non può che essere radicalmente personale. Anche per questo lo spettacolo è per uno spettatore alla volta, che viene accompagnato fino alle porte della città e lì bendato. Il resto è un viaggio lungo e ricchissimo che avviene in uno spezio di tre metri per tre. Ma è come percorrere continenti, attraversare oceani, abbandonarsi all’ira o alla generosità dei venti.
Per compiere questo viaggio lo spettatore è chiamato non soltanto a rompere i confini che lo relegano nella parte passiva della scena, ma è stimolato anche reinventare gli spazi, a immaginare i percorsi, a sentire sulla propria pelle che il confine non è altro che una linea sulla carta, e che ciò è al di qua della linea è irrimediabilmente in contatto con ciò che è al di là. Così l’attore e lo spettatore, lungo un viaggio che è un continuo costruire, un continuo incontrarsi, un continuo cercarsi.

[visto a Roma, Rialto Santambrogio, 27 aprile 2004]

[da http://www.carta.org]

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