L’anima della terra. Intervista al Gruppo Ygramul

indios-guaraniYgramul LeMilleMolte è un gruppo teatrale di Roma composto da attori di accademia e di strada, scenografi, disegnatori, musicisti autodidatti, grafici, scrittori, fumettisti e scultori. Ygramul si definisce «gruppo integrato di teatro e ricerca patafisica», dichiarando così un debito nei confronti della scienza delle soluzioni immaginarie di Alfred Jarry, e deve il nome alla creatura immaginata da Michael Ende ne «La storia infinita», composta da uno sciame di milioni di insetti.
Negli ultimi due mesi del 2003 lo sciame ha deciso di ronzare verso il Brasile, direzione Mato Grosso del Sud. Si tratta del secondo viaggio del gruppo, alla ricerca di uno scambio molto speciale con gli indigeni Guaraní e Kaiowá. Ygramul ha immaginato un teatro realmente utile alle popolazioni native. Il tutto, con l’aiuto dell’antropologa romana Silvia Zaccaria.
Il gruppo romano non è nuovo a esperienze di questo tipo, dopo i lavori con alcuni gruppi rom della capitale, con i senza fissa dimora della stazione Tiburtina e con i pazienti del Centro di salute mentale del Municipio IX. «Il teatro – dicono – è un grande strumento della politica, di quella vera, un potente mezzo di comunicazione e di convincimento. In Italia ultimamente si tenta di mascherare il potere politico del teatro, confinandolo ad un ruolo di intrattenimento. Non avremmo potuto lavorare slegati dall’idea che compivamo in Brasile dei gesti utili a cambiare la situazione, dalla campagna di sensibilizzazione contro le logiche razziste delle città verso i nativi, fino agli interventi nelle terre indigene con la consegna di medicinali, vestiti, materiali per le scuole e giocattoli, e la costruzione di strutture [pozzi, scuole, case]. Un ruolo importante è stato svolto da eventi come le feste, la parte più importante e difficile del progetto. Attraverso le feste abbiamo contribuito al rafforzamento della lotta del popolo indigeno».


In che senso «creare feste» ha contribuito alla lotta dei Guaraní e dei Kaiowá?

La festa in una terra indigena ha un forte senso di rafforzamento e di rinascita. I Guaraní e i Kaiowá che abbiamo incontrato provengono da una storia di violenze, ma soprattutto da un incontro con il «bianco» estremamente recente: fino a un secolo fa, la regione era un’enorme foresta, e in meno di cento anni l’invasione ha portato alla totale deforestazione, alla creazione di immense «fazendas», di sterminate culture di mais o disastrosi pascoli bovini, che eliminano ogni futura possibilità di ricrescita degli alberi e impoveriscono il terreno. Le popolazioni che abitavano da millenni la Grande Foresta sono state decimate da malattie e massacri. I superstiti di questo ecocidio sono stati chiusi in piccole riserve spoglie, ad osservare impotenti la trasformazione della loro terra, i fiumi che si svuotano del pesce, l’acqua che viene inquinata, piante e alberi che scompaiono.
Questa è un’estrema sintesi dei lunghi passaggi storici in cui potenti aziende brasiliane e centinaia di industrie estere [italiane, coreane, cinesi, americane] hanno stabilito «l’ordine e il progresso» delle città, a danno delle foreste e delle popolazioni native.
La violenza di questo processo, subita in modo tanto rapido, ha lasciato nei Guaraní Kaiowá un trauma insanabile. Violentati da una politica di evangelizzazione e di assoggettamento, guardano il «bianco» sempre con una certa sottomissione o con un senso di inadeguatezza e inferiorità, perdendo ogni giorno di più il ricordo delle loro antiche conoscenze magiche, religiose, sociali legate alla foresta.
Come molti altri popoli, vivono in una totale dipendenza dal governo. Le poche terre che l’autorità ha reso «riserve», seguendo l’idea gesuita delle «aldeias», in realtà potrebbero ospitare solo un decimo della popolazione, sono sovrappopolate, disorganizzate e povere. Nessuno possiede abbastanza terra da coltivare, non ci sono più alberi per cibarsi o per cacciare, e sono scomparse anche le piante con cui si costruivano le case e gli oggetti quotidiani. Le riserve si riempiono degli oggetti scartati dalle città, bidoni, secchi, teloni di plastica e vestiti vecchi.
Lo stato brasiliano tenta di sanare il danno investendo nella sanità e nelle strutture delle riserve, e spedisce mensilmente una cesta di alimenti che dovrebbe garantire la sussistenza alle famiglie. Ma cibo e incentivi sono ridicoli: ogni anno muoiono centinaia di bambini per denutrizione o per malattie curabili.
Tutto ciò che ruota attorno alle riserve perpetua una dipendenza da cui i nativi non riescono facilmente a emanciparsi, avendo perduto la loro primaria fonte di vita e di energia: la foresta. Ad esempio, la mancanza di materiali [foglie e legname particolari], e di soldi per acquistarli in altre regioni, ha reso molto rare le case di preghiera indigene, le grandi «Ongussu», dove sciamani, danzatori e «caciques» compiono i rituali di iniziazione, le cure, tengono riunioni religiose e politiche, le feste. Con le «Ongussu» sta sparendo anche la cultura degli antichi sciamani.
Si allentano i legami culturali come quelli familiari, e si diffondono forme di potere legate al denaro: prostituzione, commercio di droghe, alcol, pedofilia. La mancanza di sbocchi per il futuro e l’assenza totale di lavoro e impegno quotidiano spingono i ragazzi Guaraní Kaiowá verso una strada terribile: il suicidio, per impiccagione o da avvelenamento con fusti di sostanze agrotossiche, che sono un urlo per ottenere maggiori diritti, ma lascia nelle riserve uno spettro di debolezza e di tristezza.
In questo contesto abbiamo cercato di usare il teatro come una chiave di apertura, un mezzo di comunicazione che, seppur con un linguaggio occidentale, riporta alla mente le usanze Guaraní Kaiowá e invoglia alla ricostruzione. Ogni volta che il gruppo faceva ingresso in una «aldeia», con i suoi clowns, i mangiafuoco, i trampoli o i giullari, oppure raccontando una fiaba della lontana Europa [come «Alice nel paese delle meraviglie»] immetteva nei «caciques» e nei capi il desiderio di mostrare lo stesso dalla parte dei Guaraní Kaiowá, e di accogliere festosamente i nuovi venuti.
Questo abbraccio, sempre calorosissimo, avvicinava in maniera sincera indigeni e «bianchi», spezzando anni di razzismo. Nei dialoghi che abbiamo avuto con loro si leggeva un messaggio importante: «Se siamo interessanti e importanti per un paese così lontano come l’Italia, oltre il Mare, allora esistiamo!»
Così abbiamo festeggiato nelle terre di Bororó, Jaguapirú, Cerromarangatú, Amambai, Cokueí, Passo Pirajú, Takuara, Panambisinho e molte altre, portando materiali, ma soprattutto con le danze, i racconti di lotta e delle violenze, le preghiere collettive e le riunioni, anche dove non c’era neppure più una «Ongussu».

Da quello che raccontate, la lotta dei Guaraní Kaiowá si affievolisce.

La resistenza è realmente infiacchita dalla situazione di totale dipendenza, anche psicologica. Nonostante ciò, molti capi e «caciques» sono orgogliosi delle loro origini, e chiedono con forza l’autonomia e l’autodeterminazione. Dal 1980 ad oggi, molti indigeni si sono organizzati e hanno invaso le terre dei «fazenderos». Queste occupazioni, chiamate «retomadas», riportano ai Guaraní Kaiowá la speranza di un futuro, di avere terra da coltivare e soprattutto riportano il popolo alle sue origini. Le terre riconquistate sono sempre legate ad una storia, sono i «tekoha», i luoghi sacri dove sono stati sepolti gli avi Guaraní Kaiowá. Tuttavia, per riconquistare la terra occorre spostare un intero popolo, con anziani e bambini, con il rischio di morire di fame o di essere assassinati dai pistoleri pagati dai «fazenderos». Eppure, anche grazie a queste pratiche, i nativi hanno riottenuto diritti basilari, come quello di parlare la propria lingua.
La «retomada» non presenta alcuna caratteristica violenta: nonostante i Guaraní Kaiowá siano un popolo dalle origini guerriere, la riconquista della terra avviene con una sorta di lunga marcia, dove tutti i nativi, con gli anziani e i bambini in spalla, vestiti e truccati con simboli tradizionali, entrano nelle loro terre d’origine.
Oggi, fortunatamente, dopo diversi morti e molti scontri armati, la riconquista di un «tekoha» può essere riconosciuta dalla legge: quando una terra viene invasa, e il «fazendero» chiede che gli venga lasciata o che gli venga pagata, i nativi ne chiedono l’assegnazione, dimostrando che si tratta di un «tekoha». Ma spesso l’attenzione dei magistrati e dell’opinione pubblica si spegne, ed è allora che i pistoleri tornano a colpire, rapendo, stuprando e uccidendo.


Avete anche lavorato in una terra «retomada»…

Ygramul ha preferito lavorare nelle terre «retomade», come segnale politico, perché sono proprio le riconquiste ad avere più bisogni. La nostra presenza dava all’«aldeia retomada» una nuova energia: contemporaneamente, preoccupava i «fazenderos» e risvegliava l’interesse della legge e dell’opinione pubblica. Nel 2002 abbiamo a lungo parlato e danzato con uno straordinario capo Guaraní Kaiowá, Marcos Veron. Era, con il suo gruppo, accampato sul ciglio di una strada, e si preparava alla «retomada» di una terra chiamata Takuara.
Nel gennaio del 2003, Marcos Veron ha «retomado» la sua terra ed è stato assassinato, picchiato a morte dai pistoleri. Quest’anno abbiamo visistato la bellissima «aldeia» di Takuara, ora comandata dalla moglie di Marcos, donna Giulia, e dal loro figlio Ladjo.
Quella di Ladjo Veron è una figura molto interessante. È un indio occidentalizzato, che per molto tempo ha abbandonato gli accampamenti per andare a vivere nelle città. Lì si è laureato e ha lavorato come insegnante per i bambini. Ma l’incontro-scontro con le credenze e i modi di vivere occidentali non avviene sempre in modo non traumatico: molti ragazzi si suicidano o finiscono schiacciati dai meccanismi urbani.
Ladjo non solo ha compiuto il viaggio per allontanarsi dalla cultura Guaraní Kaiowá, ma vi ha anche fatto ritorno. La lotta per la riconquista della terra lo ha riavvicinato alla sua gente e a suo padre, fino a prenderne il posto. È singolare vedere come una persona come lui, colta e occidentalizzata, sia tornata a credere nei miti Guaraní e a curarsi con le piante, per mantenere viva la cultura del suo popolo. Ladjo ora parla della scienza e della cultura di stampo occidentale come di una tra le possibili forme di cultura, che ha perso il senso profondo del proprio percorso; mentre la cultura Guaraní, pur non adottando il progresso tecnologico occidentale, mantiene un senso originario, «magico», ed è quindi altrettanto ricca.
Tuttavia la pressione dei «fazenderos» prosegue, con le minacce, i pestaggi e gli stupri. È una lotta estrema, condotta senza armi, o forse con l’unica vera arma che i popoli nativi conoscono da sempre, un’arma magica e potentissima che si sta scontrando con la modernità: il tentativo di riportare l’anima dentro la terra che gli è stata tolta. Perché, per i Guaraní, la velocità con cui le loro terre sono state proiettate nel mito del progresso a tutti i costi, le rende «terre senza anima». Recuperare l’anima della Terra vuol dire in qualche modo recuperare anche se stessi.

[da Carta n°06/2004]

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