Poca scienza e poca comunicazione

Finalmente al via l’anno accademico alla facoltà di Scienze della comunicazione di Roma. Dopo il blocco delle immatricolazioni e quello delle lezioni, sembrava che quest’anno i corsi di laurea non riuscissero a vedere la luce. Invece la situazione si è sbloccata, ma in questo nuovo anno – come si legge su un volantino che in questi giorni gira in facoltà – «di nuovo c’è poco davvero».
Sotto accusa la mancanza di spazi, problema di vecchia data per Scienze della comunicazione, che attualmente distribuisce i suoi studenti tra i cinema in affitto e le sedi più disparate. Situazione diventata cronica da quando, nel 1999, è stato abolito il numero chiuso che limitava le iscrizioni, senza però risolvere il problema della sede. Perciò l’indirizzo è sempre in via Salaria 113, in condominio con Sociologia.
«A parte qualche passeggiata tra un cinema e un altro, i disagi non erano grandissimi» scrive uno studente in una e-mail giunta in redazione, «Il vero dramma è arrivato con l’introduzione delle lauree triennali e la conseguente nuova impennata delle immatricolazioni: ora i cinema non ci bastano più, la facoltà è costretta ad affittare aule in altri edifici come l’ex caserma Sani e il liceo Tasso, fuori mano rispetto alla sede, e seguire le lezioni e dare gli esami è diventato un inferno».

Scienze della comunicazione ha ormai 15.000 iscritti ed è la facoltà che più di tutte contribuisce alle casse dell’ateneo. «Ma il rettorato glissa sul problema – continua lo studente – e non conclude le trattative per acquistare strutture che pure sarebbero perfette, come l’ex edificio delle Poste, a due passi dalla città universitaria».
Il problema degli spazi interessa l’intera Sapienza e in molti si sono mobilitati, ma il rettore replica di aver fatto quanto si poteva. Risposta che non accontenta gli studenti che, dopo l’assemblea del 30 ottobre, hanno dato vita a un corteo con blocco del traffico in via Goito, nei pressi di uno stabile abbandonato, per mostrare come gli spazi inutilizzati della città possano essere vitali. «Il problema degli spazi è direttamente connesso a quello dei diritti, e al diritto di cittadinanza in particolare – spiega Andrea, di Minerva rossa – Studiare in una città significa viverci, e non è possibile farlo decentemente in queste condizioni».

Ma lo spazio non è l’unica emergenza a Scienze della comunicazione. C’è anche il problema che ai 15 mila iscritti corrispondono appena sessanta professori di ruolo. E il ricorso massiccio ai professori a contratto [un centinaio] è l’unica risposta fornita dall’università, che oltretutto se la cava con stipendi a dir poco ridicoli. Buona parte del lavoro in più va dunque a finire sulle spalle di assistenti dottorandi. Il tutto, aggravato da una immobilità desolante della didattica: «Gli esami del nuovo ordinamento sono identici ai vecchi, soltanto spezzati in più segmenti e riconfezionati con nomi altisonanti. Mentre i nuovi manuali sono poco più del riassunto dei vecchi» dice un assistente. Una sua collega aggiunge: «Il problema, per noi, non riguarda solo il lavoro di cattedra, ma anche le ricerche commissionate ai dipartimenti. I dottorandi sono costretti a lavorarci per il loro ‘valore formativo’, ma non prendono un euro: i soldi stanziati per il rilevamento e l’elaborazione dei dati restano in mano ai dipartimenti».
Anche gli studenti si lamentano. «La riforma prevedeva commissioni paritetiche composte da professori e studenti per adeguare gli insegnamenti – continua Andrea – ma non sono mai state attivate. I professori hanno agito per conto proprio, il più delle volte spezzettando semplicemente i vecchi programmi, ora più esigui e meno approfonditi».

C’è inoltre da aggiungere che La Sapienza è stata tra le prime università – la prima nel Lazio – ad abolire i corsi post-laurea per sostituirli con master in collaborazione con le aziende, dai costi ben più elevati, per i quali non sono previsti borse di studio basate sul reddito. «Non si può ancora valutare se questi master mantengano davvero quello che promettono, cioè professionalizzazione e inserimento nel mondo del lavoro. Tuttavia, l’impressione è che siano una sorta di parcheggio che serve a irrobustire il curriculum in attesa di un’occupazione».
Tra tutti questi problemi, c’è anche chi tenta di creare «dal basso» una soluzione alternativa. Il laboratorio di autoformazione organizzato lo scorso anno da Sapienza Pirata è un buon esempio. Il gruppo di Primavalle «Spegni la tv» ha tenuto lezioni sulle telestreet e sulle micro-fm. Il laboratorio è stato ospitato dalla cattedra di Storia della radio e della televisione, ottenendo così il riconoscimento del credito formativo per i frequentanti.

«C’è chi ci ha criticato per questa scelta ‘collaborativa’ – racconta Davide – ma abbiamo deciso di ‘sporcarci le mani’, piuttosto che criticare la riforma senza fare nulla di concreto. È vero che il riassetto della didattica ha portato a una superficialità di contenuti che finge soltanto di entrare in connessione con le esigenze del mercato. Ma è anche vero che con il laboratorio siamo riusciti a mostrare alcuni problemi strutturali della didattica, che è soltanto teorica. Chi ha frequentato il laboratorio è entrato in contatto con la pratica e la strumentazione delle microemittenti».

L’impostazione didattica, secondo i ragazzi del laboratorio, tende a eludere la questione del controllo dell’informazione e si ocupa quasi esclusivamente delle teorie «integrate». Per questo è importante spostare l’attenzione, ad esempio sull’esperienza delle telestreet, che ha suscitato grande interesse tra gli studenti. «La parte pratica del laboratorio si è svolta allo Strike – continua Davide – ed è stata interessante la reazione degli studenti: molti di loro non erano mai stati in un posto occupato, fruiscono l’università come un supermercato dove entrare, prendere ciò che gli serve e uscire. L’esperienza dell’autoformazione ha rappresentato nel concreto un’alternativa, legando l’apprendimento alla socializzazione e alla riflessione condivisa».
E quest’anno si riuscirà a fare altrettanto? Per il momento i ragazzi del laboratorio sono ancora in trattativa, ma non sarà l’assenza del credito formativo a fermali.

[da Carta 41-2003]

copertina Carta 41-2003

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