Padre Zanotelli: «Allarghiamo questa rete»

La seconda assemblea nazionale della rete Lilliput si è aperta con l’intervento di padre Alex Zanotelli. La tre giorni – dal 21 al 23 novembre – è stata ospitata dall’Astra occupato, all’insegna di un dialogo con il movimento per il diritto alla casa: nonostante le differenti storie e prassi che caratterizzano Lilliput e Action, il tema dell’antiliberismo e della costruzione di un’alternativa dal basso costituiscono un concreto punto di contatto e discussione.

Per i lillipuziani questa assemblea nazionale, più che un punto di arrivo, è stato un punto di partenza: la partenza verso nuove iniziative che permettano alla «società civile» di farsi soggetto promotore di progetti su temi come pace, ambiente, finanza etica. L’intervento di Zanotelli, pur partendo dal grave momento storico che stiamo vivendo, ha posto l’accento proprio su questo tema. «La situazione attuale – ha detto – è di una gravità estrema: partecipare all’intervento in Iraq significa per i paesi occidentali cacciarsi in un vespaio dal quale è davvero difficile uscire, quello dello scontro di civiltà, di religione. La guerra all’Iraq è stata letta dai paesi musulmani come l’attacco dell’occidente cattolico all’Islam. Il rischio di “crociata” è enorme, e se si attiverà davvero uno scontro tra religioni uscirne sarà un processo lungo e complicatissimo».

Per arginare una simile situazione occorre, secondo Zanotelli, lo sforzo e la mobilitazione di tutta la società civile. La campagna delle bandiere di pace che Lilliput ha portato avanti è stata, in questo senso, un’iniziativa particolarmente importante, in grado di suscitare un’emozione enorme attorno al tema della guerra. «Si è trattato di un’iniziativa bellissima, dai risultati straordinari. Si è riusciti a dire un forte “no” alla guerra. Anche la presa di posizione del papa e di molti cardinali ha significato molto, perché si è chiarito senza ombra di dubbio che si tratta di una guerra ingiusta e illegale, di una guerra di occupazione intrapresa per interessi economici. Basti pensare al fatto che gli arsenali di armi chimiche [il «causus belli»] non sono stati trovati, e ormai non se ne parla neanche più».

La risonanza della campagna è stata di carattere mondiale, tanto che – racconta padre Alex – «negli Stati uniti sono sbalorditi da quello che si sta costruendo dal basso qui in Italia. Sono stato a Chicago poco tempo fa, invitato da missionari comboniani, e tutti erano entusiasti della straordinaria risposta della società civile alla guerra». Ma non si può dormire sugli allori, nonostante i risultati raggiunti. Lo dimostra il precipitare degli eventi, la «guerra al terrorismo» che viene da più parti rilanciata come l’unica soluzione possibile.

«In un momento delicato come questo – continua Zanotelli – dobbiamo essere in grado di rilanciare una campagna pari o maggiore a quella delle bandiere di pace. Ma occorre non fermarsi qui, studiare modi per essere incisivi anche nei momenti di emergenza come quello attuale. Ribadire il “no” alla guerra della società civile, prendere le distanze dallo scontro tra religioni e civiltà è ora quanto mai necessario e urgente. Le campagne hanno una loro importanza, ma anche un loro respiro, che non si adatta alle emergenze. È importante invece dare un forte segnale politico anche in momenti come questo».

Giungendo a parlare della specificità di Lilliput padre Alex sottolinea il punto di forza maggiore, che risiede nell’essere una realtà di rete. Se Lilliput fosse una semplice associazione potrebbe forse portare avanti delle iniziative interessanti, ma inevitabilmente tenderebbe a chiudersi e le sue azioni sarebbero autoreferenziali. «Invece è essenziale che la rete si allarghi sempre di più, che coinvolga un numero di realtà sempre maggiore. Se la rete è il nostro punto di forza, allora dobbiamo rilanciare la rete, renderla più forte e capillare».

Nella riflessione di Zanotelli un ruolo importante è la società civile, che è quella che nel concreto costituisce il movimento dei movimenti. La definizione di no global o new global sta stretta a padre Alex e a molti altri, perché si tratta di definizioni che tendono a ridurre la portata di qualcosa che è fluido e in continua ridefinizione. C’è chi ha proposto il nome di «società civile organizzata», oppure – ispirandosi all’esperienza indiana – «living democracy». In Italia abbiamo uno degli ultimi esempi di formazioni partitiche che pretendono di penetrare la società civile e di caratterizzarla in ogni suo aspetto. Nella maggioranza dei casi i partiti si relazionano ai gruppi di pressione, mentre è la società civile che – mobilitandosi – porta avanti le proprie tematiche ed esprime i propri dissensi, influenzando l’agenda dei governi. Fino a diventare soggetto politico.

«Proprio questo deve essere il passo successivo: la società civile deve farsi soggetto politico senza diventare un partito. Deve influenzare le priorità dei governi, disegnare delle linee di intervento che il mondo politico non più più rifiutarsi di prendere in considerazione». Ma anche senza arrivare a creare una struttura partitica, secondo Zanotelli sarà necessario individuare dei rappresentanti in grado di esprimere le richieste che la società civile esprime sull’ambiente, la cultura, l’acqua, la santità, ecc.; in una parola, in grado di esprimerne l’indirizzo politico.

«Durante un covengno – racconta padre Alex – Massimo D’Alema mi ha ribadito che sono i partiti a dover fare politica e rappresentare la società civile. Io gli ho fatto notare che è proprio perché i partiti non svolgono più questo compito adeguatamente che la società civile si mobilita. E in questo momento i partiti non sono più in grado di rispodere alle esigenze della società e a darne una rappresentanza adeguata, perché sono ormai schiavi dei poteri forti e non riescono a sfuggire alle logiche istituzionali».

Concludendo il suo intervento Zanotelli ha sottolineato come sia necessario oggi più che mai, alla soglia di uno scontro tra civiltà che le società civili del sud e del nord del mondo non vogliono, agire sull’immaginario e sulla cultura. «Finché il profitto sarà l’unico valore a cui si ispirano le azioni degli uomini e dei governi, la vita umana continuerà a essere calpestata. Dobbiamo rovesciare questa cultura e promuoverne un’altra, quella della vita. La vita deve essere un valore superiore, deve essere considerata una risorsa. A parole tutti condividono questa necessità, ma la realtà dei fatti la contraddice costantemente. Ogni giorno si fanno soldi calpestando la vita, e quasi a nessuno sembra – ormai – che si tratti di un prezzo troppo grande. Quello che noi adesso dobbiamo fare e ribaltare questo stato di cose».

[da http://www.carta.org]

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