Incontro con Joan Jara

Due settimane fa [Carta n°35] abbiamo parlato di «Homenaje a una sonrisa», il lavoro di Chiloe e Silvia Balducci [artisti italiani, ma che si definiscono cileni di adozione] in ricordo di Victor Jara, il cantautore cileno ucciso durante il golpe militare di Pinochet. Non a caso la presentazione del cd è avvenuta venerdì 26 e sabato 27 settembre, in prossimità del trentennale di quest’altra triste ricorrenza che cade di 11 settembre, anche se meno pubblicizzata di quella americana. E in prossimità della presunta data di morte di Victor, il 16 settembre. I Chiloe avevano scelto proprio quella data per presentare il loro lavoro, ma con piacere hanno posticipato il tutto quando hanno saputo che Joan Jara, la moglie di Victor, avrebbe volentieri partecipato alla conferenza stampa di presentazione. Il lavoro del gruppo italiano, infatti, ha colpito Joan tanto da decidere di attraversare l’oceano e partecipare alla presentazione, grazie anche all’aiuto di Patricia Rivadeneira, addetta culturale dell’ambasciata cilena, che ha contribuito a trasformare questo incontro in un evento per ricordare – anche in Italia – il golpe di trent’anni fa e la morte di un artista autenticamente popolare come Victor Jara.
Joan è una signora dallo sguardo limpido e forte. Gli occhi azzurri e la particolare tonalità di grigio dei suoi capelli rivelano subito la sua nazionalità: Joan è infatti inglese, ma ha trascorso la maggior parte della sua vita in Cile. Artista lei stessa – danzatrice per l’esattezza – dopo la morte del marito ha portato avanti molte battaglie per il Cile, dando vita alla fondazione Victor Jara, ma ha anche continuato a occuparsi di danza contemporanea, divenendone un emblema nazionale in Cile.
Quella che riportiamo qui di seguito è una sorta di conversazione collettiva, composta dalle domande della gente che ha partecipato alla conferenza, interessata a conoscere di più sul Cile e sull’attività della fondazione Victor Jara, e dalle risposte di Joan, sempre tese a far sì che ciò che lei e migliaia di altre persone hanno dovuto subire in quegli anni non venga dimenticato.

«Sono molto felice di aver accettato l’invito a partecipare alla presentazione del cd dei Chiloe – racconta Joan Jara – che cade nel trentennale del golpe e dell’assassinio di Victor. La fondazione Victor Jara ha il compito importante di conservare la memoria storica: fino al 1990 la figura di Victor Jara era quasi un tabù per i media e gli opinionisti dei giornali. Victor era in primo luogo un regista teatrale, ma aveva studiato la musica popolare: per lui la chitarra era la sua compagna, lo aiutava a narrare l’impegno sociale e civile per cambiare il mondo. La figura di Victor può oggi essere un esempio per la gioventù, un messaggio di amore tra gli esseri umani. Le sue canzoni, che parlano di popolo, di repressioni, ecc… sono a tutt’oggi un messaggio valido, perché paradossalmente il mondo non è ancora cambiato più di tanto, ci sono ancora ingiustizie ovunque, e le canzoni di Victor possono ancora spingere chi le ascolta a cercare di cambiarlo. Io ancora adesso mi commuovo nel sentire certe sue canzoni.
Da diversi anni c’era la proposta di cambiare il nome dello stadio del Cile in stadio Victor Jara. Ciò è avvenuto questo 12 settembre. Si tratta di un evento importante per la trasmissione della memoria storica. Quel posto ha visto la morte di Victor e la sofferenza di tanta gente, era stato trasformato in un campo di concentramento durante i giorni del golpe. Era diventato un simbolo. Nella notte dell’11 settembre di quest’anno è stato realizzato un grande disegno murale – scelto da una giuria popolare – che ricorda Victor. Manca ancora molto affinché si sappia tutto su ciò che è successo in quei giorni, e soprattutto manca ancora molto affinché si giunga ad ottenere giustizia. Tuttavia eventi come questo possono aiutare a non dimenticare.

A che punto sono i processi?
È una domanda difficile. C’erano delle leggi sull’immunità che bloccavano tutto, anche se le associazioni dei parenti delle vittime hanno lavorato molto e ancora lo fanno per portare alla luce le responsabilità. Il governo si è messo un po’ da parte nella ricerca della verità, lasciando il compito ai tribunali. C’è una commissione specifica che indaga sulla morte di Victor, perché viene considerato un caso particolare – anche se io non sono d’accordo, perché tutte le persone sono uguali e hanno patito tutti grandi sofferenze – e questa commissione è alla ricerca dell’ufficiale che materialmente uccise Victor.
Il trentennale del golpe che ricorre quest’anno ha segnato un grande passo in avanti, perché è stata palpabile la “voglia di sapere” del popolo cileno.
Patricia [adetta culturale dell’ambasciata del Cile]: La strada dei processi è lunga e tortuosa – ci dice – ma questa voglia di sapere è palpabile e ci aiuterà. Appena finita la dittatura non c’era una repressione di fatto, ma c’era il terrore e l’autocensura: se eri troppo di sinistra potevi perdere il lavoro, essere ostracizzato, marginalizzato… invece adesso al governo c’è un socialista, che occupa il posto che fu di Allende, pur con tutti i distinguo con il socialismo di allora. Sono dei passi in avanti straordinari. E lo è anche la copertura mediatica data al trentennale: anche molti giornalisti che si autocensuravano – perché la stampa era completamente in mano alla destra più conservatrice, e in larga parte lo è ancora – hanno dato moltissima rilevanza all’argomento, e ciò è stato possibile solamente grazie alla voglia di sapere del popolo cileno, non certo per volontà dei giornalisti”.

Perché una donna che non è cilena è tornata in Cile dopo quello che ha passato lì, per lavorare a sviluppare la democrazia e la memoria storica di quel paese?

All’inizio c’era la voglia di lasciarmi tutto alle spalle e riprendermi quella vita che si era spezzata con la morte di Victor: avrei voluto cercare un posto dove ricostruirmi una vita e viverla, dove poter essere di nuovo io, Joan, non la moglie di Victor Jara. Però dopo aver vissuto il golpe militare e la tragedia cilena, dopo la morte di Victor, non mi era davvero possibile andarmene a Londra e vivere come una qualunque signora britannica: dovevo fare qualcosa.

La fondazione è aiutata dallo Stato?
Per il momento no, ci aiuta Victor. Però da poco è stato istituito un ministero della cultura, che speriamo possa aiutare noi e molte altre importanti realtà cilene.

Da inglese, come hai vissuto la reazione europea, dei popoli e dei governi, al golpe di Pinochet?
Da lì ho potuto vedere che molte ambasciate hanno aperto le porte per accogliere chi ne aveva bisogno: hanno salvato tanta gente. L’unica ambasciata europea che non l’ha fatto è stata quella britannica. La reazione delle istituzioni non è stata delle migliori, ma i governi si cambiano, mentre tantissima gente in Inghilterra e in tutta l’Europa ha manifestato solidarietà al popolo cileno, e ha sostenuto i rifugiati e fatto pressione sui propri governi. Tantissima gente che ha contribuito a far sì che ciò che è accaduto in Cile non venga dimenticato, e sia di esempio per le generazioni future.

[da http://www.carta.org]

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