La notte nera

Ci eravamo preparati per uscire con meticolosa lentezza. Sospettavamo che ci sarebbe stato un fiume di gente da attraversare, perciò era meglio prendersela calma. A mezzanotte eravamo a Campo de’ Fiori, e quello in cui ci imbattemmo era ben al di sopra dei nostri incubi peggiori. Solo per attraversare la piazza mi ci volle un’ora. Mi ero perso più volte le persone con cui ero venuto, mentre mi imbattevo in un’infinità di altre che non vedevo da tempo. Anche i cellulari davano segni di cedimento. Questa storia della notte bianca l’avevano pubblicizzata proprio bene, non c’è che dire, in giro c’era gente di tutte le età che voleva entrare in tutti i posti possibili, e naturalmente nessuno aveva rinunciato ad avvicinarsi il più possibile con l’auto, e tutti, ma proprio tutti, erano incollati al telefonino in cerca di qualcuno che si era perso o si doveva incontrare.

Cercammo invano di metterci in fila per entrare a palazzo Farnese. Dopo aver rinunciato constatavo con frustrazione che anche per andare al bagno o per una birra le attese non erano da meno. I bar del centro erano miracolosamente assurti al grado di night club, e vendevano bibite più o meno alcoliche a prezzi esorbitanti. Ma a nessuno importava troppo. A parte il clima, sembrava di essere alla semana grande di Bilbao o qualcosa di simile, e tanto bastava ad accendere gli animi. Il brusio ininterrotto della gente ci accompagnava ovunque, assieme ad aromi familiari che i più aspiravano in tranquillità, dando un tocco mediorientale alla serata. Che si fosse giunti a una legalizzazione di fatto? Forse era così, forse no: ciò che era certo è che la legge sulla tolleranza zero, spacciata minacciosamente dai pulpiti catodici solo poche ore prima, era piacevolmente lontana.

E un’altra cosa certa era la gente. Gente ovunque, che camminava in tutte le direzioni, affascinata dalla calca e dalle luci della città, vanitosamente orgogliosa di questa notte in bianco gemellata con quella parigina. Si sentivano per la strada voci destrorse che commentavano che Veltroni su queste cose ci sapeva fare. Di sicuro adesso si stava sfregando le mani per la contentezza. Spettacoli, esposizioni, letture e concerti erano un po’ ovunque, tutto era a disposizione di tutti, ma quasi tutto era inavvicinabile per via della gran folla. Sentivo qualcuno mugugnare per l’organizzazione: “Ma perché non hanno chiuso l’anello ferroviario?” si chiedeva una coppia di vecchietti. Anch’io cominciavo un po’ a stufarmi di tutta quella calca, ma che cavolo: una volta che sei in ballo…

Si era formato nel frattempo un gruppo eterogeneo, fatto di amici di amici, e ci spostavamo a fatica perché era un’impresa ardua mettersi d’accordo e non perdersi nessuno. L’idea di andarcene alle belle arti fu di una mia amica, e tutti l’accettarono di buon grado perché speravamo di trovare meno gente e una razione d’aria pro capite un po’ più abbondante. Così fu. Passeggiavamo per i corridoi del palazzo di via ripetta imbattendoci in gente ed opere improbabili, finché non cominciò a piovere. Un tempismo perfetto per una notte così. La gente cominciò a riversarsi dentro, sedendosi un po’ ovunque e aspettando che spiovesse, ma era chiaro che non sarebbe successo tanto presto.

E poco dopo la ciliegina sulla torta: era saltata la luce. Sulle prime pensavamo che fosse un modo per farci capire che stavano chiudendo, ma erano appena le tre o giù di lì. Poi qualcuno si affacciò e ci disse che si trattava di un black out. Dai cellulari che squillavano in continuazione apprendemmo che non era un fatto isolato, ma riguardava tutta la città. E fuori pioveva sempre più forte. L’odore della pioggia e del sudore cominciò a invadere l’androne del palazzo. Io mi ero messo sulla soglia, e da lì guardavo svogliatamente un po’ dentro e un po’ fuori. In molti avevano rinunciato a trovare un modo per andarsene, e si erano messi a fraternizzare con qualche fragranza esotica di sottofondo. Qualche temerario, ogni tanto, tentava la sorte gettandosi a correre a capofitto nella pioggia, e sguazzava nelle pozzanghere finché il nero della notte non se lo inghiottiva.

Dopo un po’ lo facemmo anche noi. Mica potevamo restare lì tutta la notte. Correvamo come matti verso piazza augusto imperatore, ma la pioggia era troppa e alla fine ci siamo rifugiati sotto i portici. C’era molta gente lì sotto, che chiacchierava divertita della situazione. La pioggia, il black out… Qualcuno malignava che Veltroni in quel momento si stava mangiando le mani, e c’era chi si già figurava i titoli dei giornali: “La notte bianca diventa la notte nera”. Proseguimmo per i vicoli del centro, dove il buio era davvero impressionante. Non si vedeva praticamente nulla, incrociavamo voci ed intuivamo i movimenti di chi ci veniva incontro, ma l’unica cosa che si riusciva a vedere erano dei cupi triangoli di cielo nuvoloso, su in altro tra un tetto e l’altro. Una prospettiva suggestiva, e immancabilmente c’era chi si domandava se le notti, nel medioevo, non dovessero essere state proprio così.

Non lo erano. Non solo per le differenze architettoniche, ma per le vetrine che – incredibilmente – erano sempre più accese, mano a mano che ci avvicinavamo alla piazza del parlamento. Non si vedeva quasi a un palmo dal naso, ma le luci dei generatori illuminavano fiocamente i vestiti appesi e i manichini senza testa, che come fantasmi silenziosi ci accompagnavano lungo il tragitto. Sembrava quasi che ci scrutassero incuriositi da dentro le vetrine. La suggestione durò soltanto un attimo, perché la pioggia cominciò a cadere di brutto, e quindi via, di volata fino al pantheon. Sotto le colonne c’era moltissima gente ad aspettare che spiovesse, oppure a passare la notte così, tra una sigaretta e l’altra, perché non sapevano dove andare. C’era chi veniva da fuori, e molti dicevano che gli autobus erano talmente colmi di gente che non facevano salire, e non si fermavano nemmeno più. Si erano fatte le quattro passate, tanto valeva aspettare mattino.

Di lì a poco si diffuse la notizia che il black out riguardava tutta l’Italia. Qualcuno gridava all’attentato, altri più realisticamente, pensavano che i francesi – invidiosi – ci avessero tagliato la corrente. Come apprendemmo più tardi era l’ipotesi più vicina alla realtà. Altri ancora si immaginavano che Veltroni il giorno dopo, per mettere una pezza alla situazione, avrebbe dichiarato che in realtà si era trattato di una performance collettiva, e che tutto era stato accuratamente progettato in anticipo. E in effetti guardare una Roma immersa in quel buio irreale da sotto le colonne del pantheon si stava rivelando davvero suggestivo.

Nel frattempo all’odore di pioggia si era mischiata nell’aria una strana eccitazione che scuoteva un po’ tutti. Qualcuno urlava senza un perché, e qualcun altro gli rispondeva. Poi a qualcuno venne un’idea semplice quanto bizzarra. Il display rotondo di un cellulare proiettò una luce blu elettrico sul monumento: con quel buio pesto era piuttosto visibile, e il cono di luce prendeva tutta l’ampiezza del portone d’ingresso. Il tipo cominciò a giocare con le ombre cinesi. C’è stato un boato di approvazione. Da più parti cominciarono ad applaudire con sempre maggiore entusiasmo gli animali che si avvicendavano sul muro. Poi qualcuno cercò di intonare una canzone, e altri cominciarono ad andargli dietro. Incominciammo a domandarci se per caso non ci fosse una chitarra in giro.

In quel momento si levò dal buio una musica ritmata e travolgente, e tutti cominciarono a domandarsi cosa stava accadendo. Come spuntando dal nulla una banda si era messa a suonare, lì, sotto le colonne del pantheon: dodici, forse quindici persone avevano tirato fuori trombe e clarini, sassofoni e tamburi e in men che non si dica avevano cominciato a suonare una musica dal sapore balcanico, radunando attorno a sé tutta la gente e il loro entusiasmo. In tanti ballavano come rapiti da quella sorpresa inaspettata, e battevano le mani tenendo il tempo. Quando la canzone finì la gente applaudiva e gridava, eccitata dalla bravura dei musicisti e da quella festa inaspettata, che era nata spontanea dal naufragio nel buio delle performance istituzionali. La contingenza e l’imprevisto regalava una magia particolare a quello che stava succedendo, che era quanto di più teatrale mi era capitato di vedere fino a quel momento. Un “evento” nel vero senso della parola.

La musica proseguì a ripetizione, i ritmi si alternavano, quelli più jazzati a quelli di sapore ebraico, quelli più lenti a quelli più danzerecci. L’acustica era perfetta, e rendeva quel concerto ancora più incredibile. La luce gialla a intermittenza di un camion per le pulizie stradali cominciò a illuminare la gente e i musicisti. I display variopinti dei telefonini facevano il resto. A un certo punto la banda attaccò quasi sommessamente un ritmo che tutti avevano subito riconosciuto. Le note di “bella ciao” attraversarono la notte romana riempiendo piazza della rotonda, e ci mettemmo tutti a cantarne a squarciagola le parole. La mente di qualcuno andò alle recenti uscite mussoliniane del presidente del consiglio, e cominciò a dire ad alta voce “Lo vedi quali sono i valori su cui si fonda questo cazzo di paese!”. Quando la canzone terminò la gente, spontaneamente, la riattaccò di nuovo, questa volta soltanto con la voce. La musica si aggiunse sul finale.

Meno rapidamente di com’era arrivato, il buio se ne stava andando, ma la cosa ci coglieva comunque di sorpresa: erano le sei e cominciava a schiarire, se così si può dire, visto che la pioggia non aveva intenzione di smettere. I musicisti pian piano cominciarono a rimettere gli strumenti nel fodero. Qualcuno andò a chiedere chi fossero, e se facevano parte dell’organizzazione della serata. “No – rispose uno dei ragazzi – ci andava solo di uscire e suonare un po’. Siamo la Titubanda. Facciamo le prove in un centro sociale sulla prenestina, se volete venire a sentirci…”. Nel frattempo la pioggia si era fatta meno insistente, e piccoli gruppi di persone cominciavano a incamminarsi per cercare un autobus o qualcosa di simile. Così com’era venuta quella nottata se ne stava andando, disfacendosi alle prime luci del giorno. Ce ne restava però ancora tutto il sapore in bocca e la sensazione attaccata alla pelle. Poi altra gente cominciò a dirigersi verso torre argentina, alle fermate degli autobus. Lo facemmo anche noi.

[da http://www.carta.org]

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