Archivi delle etichette: letteratura

Fahrenheit – Radio 3 :: «Il realismo è l’impossibile» di Walter Siti

Faccia a Faccia con WALTER SITI
autore di «IL REALISMO È L’IMPOSSIBILE» (Nottetempo, 2013)

Walter Siti - Il realismo è l'impossibile

Walter Siti scriveva in suo articolo per La Stampa: “Il realismo è un inganno per far credere vero ciò che non esiste; se può trovare spazio nel Nuovo Orizzonte è solo giocando a rimpiattino con gli specchietti dell’informazione, svelando a sorpresa risvolti della realtà che la realtà non sa nemmeno di avere”. Ora è tornato sul tema in maniera più diffusa in un pamphlet in parte saggio, in parte dichiarazione di poetica, dall’evocativo titolo «Il realismo è l’impossibile». “Perché la realtà non si dispiega ragionevolmente davanti a noi, ma ci coglie di sorpresa, a tradimento. Con un dettaglio inatteso nega la favola e ci convince di un intero mondo da esplorare. Cosi, il realismo fa lo stesso effetto della magia, dona a chi guarda il piacere di ingannarsi”. Leggi il resto dell’articolo

La morte di Saramago e le lezioni del Novecento

I «Quaderni di Lanzarote», di recente pubblicati da Einaudi, sono una sorta di diario pubblico che José Saramago tenne tra il 1993 e il 1997 raccontando di viaggi, incontri, riflessioni sulla politica, sulla religione, sui suoi stessi romanzi, e coglie un momento assai particolare della vita e dell’opera del premio Nobel portoghese scomparso lo scorso 18 giugno. Saramago si trasferì a Lanzarote, dove resterà fino alla morte, proprio nel 1993, in seguito alle polemiche suscitate in patria da uno dei suoi romanzi più famosi e importanti, «Il vangelo secondo Gesù Cristo» (in Italia tradotto «il vangelo secondo Gesù»). È il ritratto di un Cristo umano, che sa provare una pietà assai più intensa dalla sua posizione di uomo mortale di quanto sia in grado di provarne il Dio biblico, vendicativo e iroso, e stretto a un patto scellerato a Satana, sua controparte nell’ordine costituito, suo gemello opposto se è vero che la dinamica del potere ha necessariamente bisogno di un opposto in cui specchiarsi e celebrarsi. Leggi il resto dell’articolo

La tigre e il gerarca

Il vecchio proverbio indiano, secondo cui chi cavalca la tigre non potrà più scendere se vuole domarla, fornisce lo spunto, il rovello (e perfino il titolo) da cui gemmano gli interrogativi attorno ai quali Lorenzo Pavolini – autore e protagonista di questo straordinario romanzo di memorie che è «Accanto alla tigre», da poco uscito per Fandango libri – porta avanti la sua riflessione, intreccio illuminante di storia patria, contemporaneità e biografia. Al centro della vicenda c’è la pesante eredità che grava nel cognome di Lorenzo, nipote di Alessandro Pavolini, noto gerarca e segretario del partito fascista repubblicano a Salò. La storia prende il via dalla singolare esperienza di Lorenzo che apprende del nonno sui libri di storia, alle medie, quando vede le foto dei cadaveri appesi a piazzale Loreto e leggendo il cartello con la scritta “Pavolini” intuisce immediatamente che si tratta di lui. Fino ad allora la sua famiglia aveva detto a Lorenzo che il nonno, mai conosciuto, era morto in guerra e nulla di più. Inizia così un viaggio personale attraverso le reticenze dei suoi parenti, ma anche nelle ricostruzioni della storiografia ufficiale, per capire il senso di una scelta così estrema come quella che ha condotto Alessandro Pavolini alla fucilazione a Dongo. Leggi il resto dell’articolo

Saramago rilegge il mito di Caino

José Saramago torna, vent’anni dopo il «Vangelo secondo Gesù», a confrontarsi con la religione e gli archetipi che stanno alla base della cultura occidentale, stavolta affrontando la parte più arcaica del mito biblico, quella comune alle tre grandi religioni monoteiste, l’antico testamento. «Caino», racconto lungo di recente pubblicato da Feltrinelli, non è certamente a livello del suo predecessore, ma rispetto all’ultima produzione del nobel portoghese segna un momento di grande invenzione letteraria e di potenza allegorica. Sì, perché se l’approccio di Saramago è fortemente ateo e polemico, nel raccontare di un dio violento e “maligno” che non si fa problemi a chiedere in sacrificio ad Abramo il figlio Isacco, o che stermina con noncuranza le popolazioni di Sodoma e Gomorra, dove pure dovevano esserci dei bambini, dunque innocenti; tuttavia lo scrittore portoghese non rinuncia a fare ciò in chiave allegorica, riferendosi alla religione fuori dal mito e dalla spiritualità per inserirla nel quadro, più secolarizzato, del suo rapporto con il potere. Leggi il resto dell’articolo

L’ossessione del ricordo nel museo di Pamuk

pamuk-museoLa Istanbul degli anni Settanta è al centro de «Il museo dell’innocenza», l’ultimo romanzo di Orhan Pamuk. La metropoli turca nel libro è vista attraverso la lente della passione di Kemal per la sua bella cugina Füsun. Un rapporto scandaloso ma appassionante, per il quale il ragazzo non sa rinunciare alla sua vita nella Istanbul bene, fatta di cocktail a base di champagne importato illegalmente, che gli si schiude grazie alla fidanzata Sibel. Equilibrio impossibile quello tra i due mondi e le due relazioni, destinato a infrangersi con fragore, gettando Kemal in una nuova esistenza, dove tutto è cambiato. Ma non la sua passione per Füsun, della quale l’uomo comincia a conservare ogni oggetto che la riguarda e la può evocare, costruendo via via il suo personale museo, edificato sulla propria ossessione amorosa… Una nota: «Il museo dell’innocenza» esiste davvero, anche fuori della carta stampata: Pamuk lo ha realizzato a Istanbul, esponendovi gli ottantatre oggetti descritti nel libro, che quando non è stato possibile recuperare “d’epoca” sono stati ricreati da un gruppo di artigiani. Leggi il resto dell’articolo

L’antimanuale per artisti. Le fantasticazioni di Cavazzoni

Cos’è il limbo delle fantasticazioni? È quello stato fantasmatico in cui galleggiano le idee artistiche prima di avere una forma, anzi, prima che qualcuno si faccia sedurre dall’idea che sia possibile mettersi a tavolino per poterle produrre, pensando magari di poterci ricavare qualche cosa. Ermanno Cavazzoni, autore del memorabile «Poema dei lunatici» ce ispirò Fellini, ci regala un delizioso manuale per galleggiare oltre le sabbie mobili in cui sembra essersi impantanata l’arte, sempre più muta e incapace di raccontare il modo perché sempre più ossessionata dal posizionamento – commerciale o di gradimento – che è in grado di ottenere. Metà prontuario e metà racconto, questo libro fa le pulci a quel desiderio di autorappresentazione che attanaglia il mondo odierno, che fa sì che si desideri “essere” uno scrittore, un artista, un attore, piuttosto che “voler fare arte” perché si ha un urgenza da seguire. Quell’ansia di realizzare e realizzarsi che Cavazzoni chiama “il colpo gobbo”, ovvero la speranza di guadagnarsi una fama e brillare, per poter spiccare sugli altri, “i concittadni anonimi”, avanzando senza sforzo nella gerarchia del mondo. Leggi il resto dell’articolo

La fatalità clandestina di Capossela

Capossela ci riprova, ma stavolta è in compagnia. La matrice letteraria, il piglio da scrittore che trasuda dalle canzoni di uno dei maggiori cantautori italiani si prende il suo spazio per diventare libro. Anche qui, come in «Non si muore tutte le mattine», è la cosmogonia di Vinicio a fare sfondo e materia verbale, ma stavolta dall’altra parte della pagina c’è Vincenzo Costantino Cinaski («Ciàina», per chi ricorda le scorribande furiose del primo Capossela lungo la notte che se n’è andata…), e le cose prendono un respiro diverso. Perché è attraverso le parole di uno dei personaggi di racconti e canzoni che salta fuori dalla dimensione della storia e racconta il capossela-mondo (da cui viene, per quel che lo conosciamo) e ce parlarce autonomamente, dal suo punto di vista. Non è la prima volta che avviene nella storia della letteratura: luoghi, non solo fisici, che diventano immaginari proprio per la loro grande (iper)realtà e diversi autori che né alimentano l’esistenza parallela, quella sulla carta, fatta di memorie, racconti, ricordi, iperboli. Leggi il resto dell’articolo

La corsa di Murakami

Sembra che Bruce Chatwin ritenesse che camminare contribuisca a rendere migliore il mondo. Murakami, scrittore apprezzatissimo in buona parte del pianeta, ha invece una passione del tutto particolare per la corsa. Particolare perché è strettamente connessa col mestiere di scrittore. Siamo nel 1981 e Murakami ha appena chiuso il jazz bar che gli ha dato da mangiare per sette anni, perché vuole dedicarsi completamente alla scrittura. Ma scrivere è un’attività sedentaria, così per mantenere un equilibrio Murakami decide di dedicarsi giornalmente alla corsa. Giusto un diversivo per tenersi in forma? Niente affatto, perché «scrivere è pericoloso», osserva lo scrittore, perché mette a contatto con la parte più oscura di sé: la corsa permette di scaricare le tossine accumulate, scorie tanto fisiche quanto spirituali, che la corsa al pari di un mantra è in grado di dissolvere. Leggi il resto dell’articolo

Fosse e la melancolia di Hertervig

Jon Fosse è conosciuto soprattutto come autore di teatro, anzi, come il massimo esponente del teatro norvegese di questi anni. Ma la sua opera comincia come narratore: in patria ha pubblicato molti romanzi, saggi e libri per l’infanzia. Con «Melancholia», un dittico pubblicato a metà degli anni novanta, Fosse mette a fuoco l’esperienza umana e il travagli spirituale di Lars Hertervig, uno dei più grandi pittori norvegesi dell’Ottocento, morto suicida dopo essere stato internato nell’ospedale psichiatrico di Gaustad, dal quale fuggì per poi vivere di elemosina. L’incapacità di adattarsi alle regole sociali e una spiccata propensione per la fuga dal razionale – che si riverbera nei motivi semi-fantastici del suo lavoro – ne fanno una figura particolare e sofferta, a cui la scrittura di Fosse, a volte sincopata e a volte irruente e copiosa, offre il suo omaggio caricandola dei toni lividi e contratti a cui il teatro dell’autore norvegese ci ha abituati. Leggi il resto dell’articolo

Se a esordire sono i nonni

Per i giovani ci sono ministeri e assessorati dedicati, che sfornano contributi a sostegno della creatività under 35 (perché nel frattempo la categoria “giovane” si è piuttosto espansa). Ma dopo cosa succede? Flaiano diceva che nella carriera di uno scrittore, dopo un esordio da “giovane promessa” e prima di divenire un “venerabile maestro” si profilava un lungo limbo in cui non si è altro che il solito… nessuno. Certo è che le fasce sociali, etniche e d’età poco dovrebbero aver a che spartire col talento letterario; eppure sembra che pubblicare “il meglio di…” resti l’unico modo sicuro per vendere un libro che non sia di un autore conosciuto. C’è poco da stupirsene: nella società dell’autorappresentazione spettacolarizzata, si ha cittadinanza solo se la propria biografia è testimonianza di una condizione. E se la “fascia” in questione ha poco appeal? Se stride terribilmente con la fame di “nuovo” che alimenta il bulimico mercato editoriale? Se lo sono chiesti a Transeuropa, editore fuori dagli schemi che ha deciso di lanciare provocatoriamente un bando per ultra 65enni. Leggi il resto dell’articolo

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