Archivi delle etichette: immigrazione verso l’Europa

Tre Soldi – Radio 3 :: Lampedusa, un’isola tra due mondi (3a puntata)

Radio-documentario su Lampedusa, in onda dal 5 all’8 dicembre 2011 su Radio 3 Rai alle 19,40 [frequenze 93.7 oppure 98.4 in FM] nell’ambito della trasmissione «Tre Soldi». Le registrazioni sono state effettuate negli ultmimi giorni di agosto 2011.

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Puntata n°3 – 08 dicembre 2011
Gli operatori umanitari e il sistema di accoglienza

Lampedusa è uno dei territori italiani più vicini alle coste africane, anzi, dal punto di vista geologico appartiene alla placca continentale dell’Africa e non a quella europea. Leggi il resto dell’articolo

Tre Soldi – Radio 3 :: Lampedusa, un’isola tra due mondi (2a puntata)

Radio-documentario su Lampedusa, in onda dal 5 all’8 dicembre 2011 su Radio 3 Rai alle 19,40 [frequenze 93.7 oppure 98.4 in FM] nell’ambito della trasmissione «Tre Soldi». Le registrazioni sono state effettuate negli ultmimi giorni di agosto 2011.

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Puntata n°2 – 06 dicembre 2011
I giovani e il futuro dell’isola

Lampedusa è uno dei territori italiani più vicini alle coste africane, anzi, dal punto di vista geologico appartiene alla placca continentale dell’Africa e non a quella europea. Leggi il resto dell’articolo

Tre Soldi – Radio 3 :: Lampedusa, un’isola tra due mondi (1a puntata)

Radio-documentario su Lampedusa, in onda dal 5 all’8 dicembre 2011 su Radio 3 Rai alle 19,40 [frequenze 93.7 oppure 98.4 in FM] nell’ambito della trasmissione «Tre Soldi». Le registrazioni sono state effettuate negli ultmimi giorni di agosto 2011.

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Puntata n°1 – 05 dicembre 2011
Com’è cambiata la vita a Lampedusa

Lampedusa è uno dei territori italiani più vicini alle coste africane, anzi, dal punto di vista geologico appartiene alla placca continentale dell’Africa e non a quella europea. Leggi il resto dell’articolo

Lampedusa (8): Italia andata e ritorno. La storia di Tareke, mediatore

Tareke è un ragazzo eritreo che presta servizio come mediatore culturale per Save the children, una delle associazioni presenti dentro «Praesidum», il progetto finanziato dal Ministero dell’Interno italiano e dalla Commissione Europea per l’accoglienza e il primo orientamento dei migranti che arrivano in Europa sbarcando a Lampedusa. Dopo un primo anno al seguito di Medici Senza Frontiere, dal 2008 Tareke presta servizio con i minori, che sono l’ambito di intervento di Save the children. La sua è una storia particolare, perché alcuni anni fa Tareke ha fatto lo stesso viaggio che compiono le persone a cui oggi presta servizio di accoglienza. Questa sua esperienza, che lo avvicina ai migranti che oggi passano per Lampedusa, è in un certo senso la chiave di volta del suo lavoro.
«Quando la gente arriva a Lampedusa è spaventata, non sa cosa l’attende. Il nostro compito è quello di informarli su cosa gli sta accadendo, sul percorso che faranno in Italia», spiega Tareke, che aggiunge: «La figura del mediatore è fondamentale per questo motivo. L’operatore può essere bravissimo, ma se la persona che deve assistere non parla la sua lingua, viene da una cultura diversa, può accadere che non lo capisca a fondo. Qui interviene il mediatore». Leggi il resto dell’articolo

Lampedusa (7): Le condizioni igeniche e la detenzione. Intervista a Francesca Zuccato di MSF

Dal febbraio 2011 Medici senza frontiere è tornata ad operare su Lampedusa, per dare assistenza sanitaria ai migranti che sfidano la sorte per mare per raggiungere l’Europa. L’organizzazione aveva lasciato l’isola nel 2009, dopo l’accordo tra l’Italia e la Libia di Gheddafi che aveva portato alla politica dei respingimenti in mare. I respingimenti avevano avuto l’effetto di bloccare gli sbrachi, il che rendeva la presenza dei medici superflua; ma l’assenza di MSF da Lampedusa aveva una precisa motivazione: manifestare il dissenso dell’organizzazione verso la politica dell’Italia che negava protezione a quelle persone che ne avevano diritto.
Quella dello scorso anno non è la prima “assenza” dell’organizzazione dall’isola. Nel 2004 l’attività di MSF fu resa impraticabile a causa dei rapporti negativi che l’organizzazione aveva pubblicato sulle condizioni sanitarie nei centri di soccorso, ai quali aveva fatto seguito l’ostilità delle autorità italiane. Oggi MSF opera prevalentemente nell’ambito del primo soccorso, al molo, quando i migranti sbarcano sull’isola, e poi in ambito ambulatoriale presso i centri di Contrada Imbriacola e della base Loran, dove vengono indirizzati i minori non accompagnati, per continuare a seguire dal punto di vista sanitario chi ne ha necessità. I casi di particolare vulnerabilità e urgenza vengono segnalati per l’eventuale trasferimento verso strutture sanitarie più adeguate.
Ma non tutto è facile come sembra sulla carta. Operare in una situazione di grande tensione come quella dovuta agli sbarchi, e in contesti che hanno a che vedere con la limitazione della libertà, presenta molte difficoltà. Ce ne ha parlato Francesca Zuccato, che opera per MSF su Lampedusa.
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Lampedusa (6): Il Museo dei Migranti

Il museo dei migranti è ospitato da una piccola sala che si trova nel centro abitato di Lampedusa. Si tratta della sede di Askavusa (che significa “la scalza”), un’associazione di giovani lampedusani che da tempo lavorano sul tema dell’immigrazione. Tra le inizitive realizzate c’è un fesstival cinematografico, il «Lampedusa in festival», giunto alla sua terza edizione. Sull’ingresso della sede di Askavusa campeggia uno stancil che ritrae il volto di Peppino Impastato, un giovane siciliano ucciso dalla mafina nel 1978 perché aveva avuto il coraggio di denunciare la criminalità organizzata nei suoi programmi radiofonici.
Entrando, si accede a una stanza piena di una miriade di oggetti. Ancore, vestiti, motori di piccole barche sono accatastate negli angoli, mentre su una parete spiccano i colori fluorescenti di sei giubotti di salvataggio. Dal soffitto cala una foresta di scarpe scompagnate, scarponcini, ciabatte, perse dai migranti durante il loro viaggio verso l’italia. Più avanti, sulle mensole, tutto un paesaggio di piccoli ogetti fa mostra di sé: foto di familiari corrose dal sale, monete, corani e bibbie stropicciati per l’acqua che hanno preso, pacchetti vuoti di sigarette, lattine accartocciate e persino una guida dell’Italia in arabo, dalla cui copertina si affaccia la torre di Pisa.
È questo il museo dei migranti voluto dai ragazzi di Lampedusa. Un paesaggio di oggetti che parla di tante storie, tante provenienze, consunti da un viaggio difficile e rischioso. Tutti questi oggetti sono stati recuperati dall’associazione Askavusa in una delle due discariche delle barche, un posto che viene chiamato “cimiterio delle barche”, dove pescherecci e natanti con cui i migranti sfidano il Mediterraneo vengono ammassate, per poi essere abbandonate all’incuria e alle intemperie. Nel 2010 una parte di queste imbracazioni sono andate a fuoco a causa di un incendio, di cui è stata stabilita la natura dolosa, ma di cui non si conoscono né i mandanti né gli esecutori materiali. Leggi il resto dell’articolo

Lampedusa (5): L’inferno giuridico dei migranti. Intervista a Carmen Cordaro dell’ARCI

la Porta d'Europa

La Porta d’Europa, eretta sulla costa sud di Lampedusa, è un monumento dell’artista Mimmo Palladino dedicato ai migranti. Inaugurata nel 2008 la porta è già in pessime condizioni. Un destino profetico, perché dopo la traversata del mare in condizioni di fortuna, per i migranti non si aprono le porte del paradiso, ma quelle di un infermo burocratico. Con una sostanziale disparità di trattamento tra i nordafricani – considerati “migranti economici”, cioè in cerca di lavoro – e i subsahariani, in fuga da guerre e carestie. L’avvocato Carmen Cordaro, che si è occupata di presentare le domande d’asilo di centinaia di migranti, spiega così questo percorso a ostacoli: “A Lampedusa il centro di contrada Imbriacola è un CPSA (centro di primo soccorso e accoglienza). Qui la gente dovrebbe sostare per 48 ore, massimo 96, per poi essere trasferita in Italia. Lampedusa è attrezzata per questo tipo di permanenza, ma spesso i nordafricani ci restano di più, senza che venga notificato loro alcun provvedimento. Attendono in attesa di sapere la loro sorte. Va avanti così da molti mesi.”
Questa situazione è presumibilmente una delle cause di tensione che sta agitando il centro di Lampedusa e che ha portato alla protesta dei tunisini di agosto. Molti migranti tunisini conoscono la procedura di accoglienza perché hanno tentato il viaggio più volte, e allertano i loro connazionali. E poiché gli accordi tra il governo italiano e il nuovo governo tunisino prevede il rimpatrio immediato, sanno anche che avranno poche chance di restare in Italia o proseguire il loro viaggio verso l’Europa del nord. Leggi il resto dell’articolo

Lampedusa (4): Storie di migranti in fuga

I motivi che spingono la gente a imbarcarsi dalle coste dell’Africa per raggiungere Lampedusa sono tanti. C’è chi scappa da guerre, carestie, chi è in fuga da una situazione di anarchia o da un sistema sociale dove rischia la morte per qualche motivo. Ma anche chi è in fuga dalla disperazione di paesi in perenne crisi economica e sociale, dove non esiste un futuro. Queste, però, sono le motivazioni che troviamo scritte sui giornali, le cause generali che investono un intero popolo. Dietro ogni sbarco, invece, ci sono anche tante storie individuali, motivazioni personali e vicende familiari che spingono le persone a lasciare tutto quello che hanno e a intraprendere un viaggio dove rischiano più volte la morte per tentare la fortuna in Europa.
Dipende da dove si volge lo sguardo. Un esempio calzante ce lo racconta Laura Verduci di Terre des hommes, una delle associazioni umanitarie che si occupano in particolare di bambini e ragazzi minorenni. «Un ragazzino del Gambia arrivò da solo con uno sbarco di qualche tempo fa. Nel suo paese lavorava nei campi, perché il padre era morto quando lui era molto piccolo e la sua famiglia non aveva soldi. Ma un giorno un asino gli cade di peso addosso e gli rompe la gamba. Resta invalido, e così la madre, che è una donna già anziana per il suo paese, deve andare a lavorare lei. Dopo un po’ di tempo questa donna muore, e lui si mette in viaggio. Quando arriva a Lampedusa e gli chiediamo perché è venuto fin qui, lui spiega con estrema semplicità: ‘Perché ero rimasto da solo’».
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Lampedusa (3): La gestione degli arrivi e la violenza sulle donne. Intervista a Barbara Molinario dell’UNHCR

il cimitero delle barche

L’Unhcr – l’Alto commissariato per i rifigiati delle Nazioni Unite – è presente a Lampedusa dal 2006, nell’ambito di “Praesidum”. Questo termine latino dal sapore militare denomina un progetto multi-agenzia del ministero dell’interno italiano, al quale partecipano anche la Croce Rossa italiana, Save The Children e altre organizzazioni. Il progetto è stato voluto dal governo italiano per gestire l’arrivo dei migranti in Italia attraverso Lampedusa, dopo che i respingimenti di massa praticati nel 2005 avevano suscitato la protesta di tutte le associazioni umanitarie. L’obiettivo del governo era la gestione dei flussi di migranti. Barbara Molinaro, dell’Acnur, li definisce “flussi misti”, che nel gergo degli operatori significa la presenza, tra i migranti che arrivano in Italia, di persone che scappano da paesi in guerra, carestie o situazione di anarchia generalizzata – e che hanno diritto all’asilo – e quelli che definiscono “migranti economici”, cioè persone che vengono per lavorare. A queste persone l’Italia notifica il più delle volte un provvedimento di espulsione, e nel caso di paesi che hanno accordi bilaterali per favorire il rimpatrio – come Tunisia ed Egitto – questo provvedimento è praticamente automatico.
Barbara Molinario ci ha raccontato come si svolge il lavoro suo e dei suoi colleghi nell’ambito di “Praesidum”. «Il nostro lavoro principale è quello di informare chi arriva in Italia dei loro diritti, per poi occuparci delle richieste di asilo – spiega – Informiamo sul diritto e sulla procedura di richiesta». Leggi il resto dell’articolo

Lampedusa (2): Un dramma invisibile agli occhi del mondo

Il 29 agosto un gruppo di circa centocinquanta tunisini che si trovavano nel “Centro di prima accoglienza” di Lampedusa – la piccola isola italiana a poche ore di nave dalla costa tunisina – ha forzato la recinzione che separa il campo di contrada Imbriacola dal resto del paese e si è riversato per le strade. La maggior parte di questi ragazzi, tutti giovani e giovanissimi, si sono concentrati sul molo di Favaloro, dove hanno dato vita a una protesta gridando “Liberté liberté” e “Roma”, la città che vorrebbero raggiungere.
Nella concitazione della fuga qualche ragazzo ha provato ad allontanarsi, ma è stato subito raggiunto dalla polizia. E così, verso il tramonto, lungo il porto nuovo di Lampedusa era possibile vedere, in mezzo ai turisti di ritorno dalle escursioni in mare, diversi ragazzi tunisini scortati dai carabinieri. Sul molo di Favaloro la protesta è proseguita fino a notte fonda, lontano dagli occhi dei turisti che in un primo momento erano accorsi al molo, qualcuno anche per scattare qualche fotografia. Le forze dell’ordine hanno creato un cordone accessibile solo agli operatori delle Ong presenti sull’isola. Dopo la promessa di un rapido trasferimento in altri campi in Italia, sulla terra ferma, i tunisini sono rientrati nel campo.
Ad accendere la miccia della protesta è la notizia circolata tra i migranti tunisini che trenta di loro, prelevati quella mattina per essere portati in italiana, sono stati invece imbarcati su un aereo per Tunisi (senza passare per Palermo per la convalida dell’espulsione da parte delle autorità, come prevede la procedura). A quel punto la tensione, già alta in questi giorni di agosto, sale e sfocia prima in una rivolta all’interno del centro – con furiosi lanci di sassi e bottiglie – e poi nella fuga in massa e nella manifestazione sul molo. Leggi il resto dell’articolo

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