Archivi delle etichette: drammaturgia italiana

«Due passi sono» di Carullo Minasi

Carullo Minasi - due passi sonoSe con questo spettacolo, intitolato «Due passi sono», il duo siciliano composto da Cristiana Minasi e Giuseppe Carullo si sono imposti all’attenzione delle scene un motivo c’è. Sta in parte nella scrittura, capace di reiventare la lezione beckettiana per condirla di leggerezza, giocando il dialogo di una coppia incapace di uscire dalla stanza in cui sono autoreclusi come se si trattasse di un quotidiano rarefatto, a metà tra la fiaba e il fumetto. E di fumetto si può parlare a ragion veduta per questo spettacolo: non solo per la scenografia essenziale condita da un buffo fiore il cui gambo si snoda fino a un metro d’altezza; e nemmeno soltanto per l’andamento veloce e caustico delle scene, che ogni tanto si disperdono in considerazioni di carattere para-filosofico, procedendo come altrettante “strip” fumettistiche. A completare il quadro c’è la fisicità minuta dei due performer, in grado di incarnare senza sforzo l’ossimoro di un testo che presenta al contempo levità e profondità. Come è appunto, guarda caso, nelle fiabe. Un riferimento non tanto all’atmosfera – di “fiabesco” non c’è nulla – ma al finale romantico e all’allegoria tutta particolare delle favole, che la fisicità al contempo antica e infantile di Cristiana Minasi e Giuseppe Carullo sa materializzare mirabilmente sulle assi del palcoscenico.

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«Il Guaritore» di Santeramo con uno straordinario Sinisi

Michele Sinisi – Il Guaritore (santeramo)Al Teatro Valle occupato si è tenuta la prima romana di uno spettacolo molto atteso, «Il guaritore», testo vincitore del Premio Riccione 2011 e messo in scena da Teatro Minimo con la regia di Leo Muscato (in scena fino al 19 gennaio). Il personaggio inventato dalla penna di Michele Santeramo non è un “santone”, un truffatore. È anzi un uomo stanco, malato a sua volta, che nonostante sia attaccato a una flebo continua a scolarsi una grappa di cui no riesce nemmeno a sentire il sapore. Con l’aiuto di suo fratello (Gianluca delle Fontane), mette in scena il momento della “guarigione”, dove attraverso una particolarissima formula cerca di “curare” le vite malate della gente. Come? Incrociando le loro storie. Come dicevamo, il guaritore (Michele Santeramo) non è un mago né un medico, ma sa ascoltare le storie, coglierne le storture e – evocando lo spirito della guarigione, che sembra essere più uno “spirito della parola” – finalmente scioglierle. Già il coraggio di pronunciare la propria malattia, che è sempre una malattia esistenziale, è un passo verso la guarigione. Che si scioglie, nel caso raccontato sulla scena, nel modo più semplice possibile: mettendo in relazione due dolori opposti. Sono i dolori di due donne (Simonetta Damato e Paola Fresa), una incinta che non vuole quel bambino che le cresce in pancia e che “la mangia dall’interno”, e un’altra che non può avere figli. Non sa che non può averli per via di un infortunio, tenutole nascosto, del marito boxer – un divertente e bravissimo Vittorio Continelli, che saltando come un grillo da una parte all’altra della panca dà vita al personaggio più surreale e “un po’ suonato dello spettacolo. La soluzione è semplice: il bambino passi dall’una all’altra. Leggi il resto dell’articolo

Autori. Il catalogo è questo? Un’indagine informale sulla drammaturgia italiana

A cosa pensiamo quando parliamo di drammaturgia italiana? La domanda ce la siamo posti, all’interno della redazione dei Quaderni, per più di una ragione. Da un lato la scelta di questa rivista di dedicare uno spazio di approfondimento fisso alla “parola a teatro”, che nei decenni scorsi sembrava essere rappresentata esclusivamente dalla tradizione sui palchi ufficiali e al contempo aver consumato un divorzio definitivo dalla scena cosiddetta di ricerca. Oggi invece si parla insistentemente di nuove drammaturgie. Qualcosa sta cambiando? Può darsi, ma di certo il ruolo del testo nel teatro contemporaneo è ancora tutto da reinventare, sia per l’autorevolezza perduta degli autori rispetto al grande pubblico (cosa vera in Italia, ma non ad esempio in Inghilterra), sia perché oggi la drammaturgia di parola è qualcosa di più ampio della semplice idea di copione.
Il Teatro di Roma, in occasione di questa stagione che attraversa il 150° anniversario dell’unità d’Italia, ha scelto non a caso di puntare su Pirandello, con Gabriele Lavia che ha puntato su un testo meno conosciuto come «Tutto per bene». A cento anni di distanza il nome del premio nobel per la letteratura è ancora l’unico nome (assieme forse a quello di Eduardo De Filippo che però è assai più connotato geograficamente) ad essere riconosciuto universalmente – e cioè anche da chi a teatro non ci va – come esponente di una drammaturgia nazionale. Ma un solo nome equivale a nessun nome. Leggi il resto dell’articolo

Tra Wilcock e Tim Burton. Il Teatro dei Dis-occupati

È una felice intuizione quella del Teatro dei Dis-occupati, che nello studio di «Sotto chiave» – di recente in scena al Cantiere di Roma – hanno arrangiato “Elisabetta e Limone” di Juan Rodolfo Wilcock, testo luminoso e pieno di guizzi linguistici scritto negli anni Sessanta, trattandolo quasi come un lavoro da teatro ragazzi. Incredibile a dirsi, ma i segni del tempo che questa piéce a cavallo tra teatro dell’assurdo e comicità surreale, nel solco di quello stile difficilmente classificabile che caratterizzava l’autore argentino scomparso nel 1978 e oggi ingiustamente dimenticato, sembrano svanire.
«Sotto chiave» si apre sulla camera da letto della signorina Elisabetta (Monica Crotti), la “tomba” in cui questa donna un po’ tocca, che prega invocando la “santa repubblica”, si è rinchiusa. Limone (Massimo Cusato), un evaso in cerca di rifugio, si infila dentro di soppiatto, ma finirà per incatenarsi – letteralmente – alla folle logica della signorina. Ridotto in catene da lei, quasi fosse un animale pericoloso, riuscirà a convincerla a lasciarlo andare; ma constatando di non aver un posto dove andare, farà ritorno dalla eccentrica ma tutto sommato accogliente signorina. Leggi il resto dell’articolo

Ambigue realtà all’italiana

L’ultimo lavoro di Teatro Minimo, «Sequestro all’italiana» (in scena al Teatro Orologio di Roma fino al 20 dicembre) parte da una drammaturgia originale di Michele Santeramo, arrivata finalista all’ultima edizione del Premio Riccione. La ricetta che mescola atmosfere meridionali con una scrittura dal sapore vagamente pinteriano, ossatura di diversi lavori del drammaturgo pugliese, restituisce un’idea di dilatazione della realtà, del tempo, che lungi dall’esiliarsi nell’astrazione ci racconta molto dei tempi in cui viviamo, delle relazioni tra le persone e dell’attitudine tutta italica a grattare sempre il fondo delle tragedie fino a rovesciarle in farsa.
Andriano e Ottavio (Michele Sinisi e Vittorio Continelli) sequestrano una classe di bambini. Sono costretti a farlo, a causa della situazione (imprecisata) in cui si trovano, poiché questo è l’unico modo – secondo loro – di conferire con il sindaco. Leggi il resto dell’articolo

Lucia Calamaro. Oltre l’ombra della vergogna

«La mia vergogna c’era prima di me, io ci sono solo caduta dentro». Su questa sentenza folgorante, apice di un’impressionante tassonomia dell’insicurezza umana, si apre «Magick», scritto e diretto da Lucia Calamaro, un’autobiografia della vergogna che pescando nel profondamente intimo riesce ad essere profondamente universale. Perché la vergogna d’esser guardati per essere giudicati – nell’aspetto fisico come nello spirito, che sul corpo lascia i suoi segni – è qualcosa che monta grazie a uno sforzo collettivo, evocata dalle ansie combinate della famiglia italica, ovattato ricettacolo di ogni angoscia irrisolta del proprio “io” che prende giorno dopo giorno le fattezze dell’“altro” (madre, padre, figlia). Leggi il resto dell’articolo

Sulla scrittura di Lucia Calamaro

Lucia Calamaro è un’artista “fuori formato” anche per la galassia, già di per sé vasta e multiforme, del panorama di ricerca romano e italiano. La sua formazione ha radici all’estero, e questo aspetto ha certamente avuto un ruolo nel percorso di Malebolge, la compagnia da lei fondata: l’estrema libertà e la caparbietà con cui ha costruito una cifra precisa del suo fare teatro né è la testimonianza più visibile.
Uno dei tasselli principali del lavoro di Malebolge è la scrittura di Lucia Calamaro, autrice e regista. Una scrittura, si potrebbe dire, che prosegue “a cerchi concentrici”. Le parole dei suoi personaggi, come i personaggi stessi, sembrano essere lì un po’ per caso, senza un vero perché. Si guadagnano spazio quasi chiedendo scusa, oppure prorompendo in una determinata quanto del tutto arbitraria richiesta di attenzione – atteggiamento classico degli “esclusi” che vogliono farsi ascoltare. E poi esplodono. Personaggi e parole. Lanciato il sasso – immagine verbale e immaginario poetico – si espandono, crescono, prorompono “a ondate”, e poi, quando finalmente sembra che debbano giungere a un culmine, un apice di senso, semplicemente si sgonfiano, si ritirano, si acquietano, quasi ancora una volta chiedendo scusa. Svaniscono pian piano nel buio, nell’indistinto da cui erano sbucati. Leggi il resto dell’articolo

Il teatro senza corpo

senzacorpoSenza corpo. È così che si presentano sulla pagina gli otto testi teatrali raccolti da Debora Pietrobono per Minimum Fax nel volume omonimo [272 pp, 12,50 euro], in una particolare tappa del Best Off che la casa editrice propone ogni gennaio (raccogliendo il meglio della narrativa off), tutto dedicato all’autoralità della scena contemporanea. Senza corpo, perché chi ha avuto la fortuna di vedere gli spettacoli da cui sono tratte le parole del volume – alcune delle perle di queste ultime stagioni – sa quanto contino i corpi e le voci degli attori che le hanno interpretate oltre (nella metà dei casi) a scriverle. Corpi che giustamente Pietrobono descrive come “eccentrici, ammalati, squilibrati”, che riescono così bene a comunicarci senza ansia di mimesis, ma con lo slancio dell’illuminazione poetica, il disagio profondamente “corporeo” dei nostri giorni. Leggi il resto dell’articolo

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