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Lampedusa (7): Le condizioni igeniche e la detenzione. Intervista a Francesca Zuccato di MSF
Dal febbraio 2011 Medici senza frontiere è tornata ad operare su Lampedusa, per dare assistenza sanitaria ai migranti che sfidano la sorte per mare per raggiungere l’Europa. L’organizzazione aveva lasciato l’isola nel 2009, dopo l’accordo tra l’Italia e la Libia di Gheddafi che aveva portato alla politica dei respingimenti in mare. I respingimenti avevano avuto l’effetto di bloccare gli sbrachi, il che rendeva la presenza dei medici superflua; ma l’assenza di MSF da Lampedusa aveva una precisa motivazione: manifestare il dissenso dell’organizzazione verso la politica dell’Italia che negava protezione a quelle persone che ne avevano diritto.
Quella dello scorso anno non è la prima “assenza” dell’organizzazione dall’isola. Nel 2004 l’attività di MSF fu resa impraticabile a causa dei rapporti negativi che l’organizzazione aveva pubblicato sulle condizioni sanitarie nei centri di soccorso, ai quali aveva fatto seguito l’ostilità delle autorità italiane. Oggi MSF opera prevalentemente nell’ambito del primo soccorso, al molo, quando i migranti sbarcano sull’isola, e poi in ambito ambulatoriale presso i centri di Contrada Imbriacola e della base Loran, dove vengono indirizzati i minori non accompagnati, per continuare a seguire dal punto di vista sanitario chi ne ha necessità. I casi di particolare vulnerabilità e urgenza vengono segnalati per l’eventuale trasferimento verso strutture sanitarie più adeguate.
Ma non tutto è facile come sembra sulla carta. Operare in una situazione di grande tensione come quella dovuta agli sbarchi, e in contesti che hanno a che vedere con la limitazione della libertà, presenta molte difficoltà. Ce ne ha parlato Francesca Zuccato, che opera per MSF su Lampedusa.
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Lampedusa (5): L’inferno giuridico dei migranti. Intervista a Carmen Cordaro dell’ARCI
La Porta d’Europa, eretta sulla costa sud di Lampedusa, è un monumento dell’artista Mimmo Palladino dedicato ai migranti. Inaugurata nel 2008 la porta è già in pessime condizioni. Un destino profetico, perché dopo la traversata del mare in condizioni di fortuna, per i migranti non si aprono le porte del paradiso, ma quelle di un infermo burocratico. Con una sostanziale disparità di trattamento tra i nordafricani – considerati “migranti economici”, cioè in cerca di lavoro – e i subsahariani, in fuga da guerre e carestie. L’avvocato Carmen Cordaro, che si è occupata di presentare le domande d’asilo di centinaia di migranti, spiega così questo percorso a ostacoli: “A Lampedusa il centro di contrada Imbriacola è un CPSA (centro di primo soccorso e accoglienza). Qui la gente dovrebbe sostare per 48 ore, massimo 96, per poi essere trasferita in Italia. Lampedusa è attrezzata per questo tipo di permanenza, ma spesso i nordafricani ci restano di più, senza che venga notificato loro alcun provvedimento. Attendono in attesa di sapere la loro sorte. Va avanti così da molti mesi.”
Questa situazione è presumibilmente una delle cause di tensione che sta agitando il centro di Lampedusa e che ha portato alla protesta dei tunisini di agosto. Molti migranti tunisini conoscono la procedura di accoglienza perché hanno tentato il viaggio più volte, e allertano i loro connazionali. E poiché gli accordi tra il governo italiano e il nuovo governo tunisino prevede il rimpatrio immediato, sanno anche che avranno poche chance di restare in Italia o proseguire il loro viaggio verso l’Europa del nord. Leggi il resto dell’articolo
Lampedusa (4): Storie di migranti in fuga
I motivi che spingono la gente a imbarcarsi dalle coste dell’Africa per raggiungere Lampedusa sono tanti. C’è chi scappa da guerre, carestie, chi è in fuga da una situazione di anarchia o da un sistema sociale dove rischia la morte per qualche motivo. Ma anche chi è in fuga dalla disperazione di paesi in perenne crisi economica e sociale, dove non esiste un futuro. Queste, però, sono le motivazioni che troviamo scritte sui giornali, le cause generali che investono un intero popolo. Dietro ogni sbarco, invece, ci sono anche tante storie individuali, motivazioni personali e vicende familiari che spingono le persone a lasciare tutto quello che hanno e a intraprendere un viaggio dove rischiano più volte la morte per tentare la fortuna in Europa.
Dipende da dove si volge lo sguardo. Un esempio calzante ce lo racconta Laura Verduci di Terre des hommes, una delle associazioni umanitarie che si occupano in particolare di bambini e ragazzi minorenni. «Un ragazzino del Gambia arrivò da solo con uno sbarco di qualche tempo fa. Nel suo paese lavorava nei campi, perché il padre era morto quando lui era molto piccolo e la sua famiglia non aveva soldi. Ma un giorno un asino gli cade di peso addosso e gli rompe la gamba. Resta invalido, e così la madre, che è una donna già anziana per il suo paese, deve andare a lavorare lei. Dopo un po’ di tempo questa donna muore, e lui si mette in viaggio. Quando arriva a Lampedusa e gli chiediamo perché è venuto fin qui, lui spiega con estrema semplicità: ‘Perché ero rimasto da solo’».
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Lampedusa (2): Un dramma invisibile agli occhi del mondo
Il 29 agosto un gruppo di circa centocinquanta tunisini che si trovavano nel “Centro di prima accoglienza” di Lampedusa – la piccola isola italiana a poche ore di nave dalla costa tunisina – ha forzato la recinzione che separa il campo di contrada Imbriacola dal resto del paese e si è riversato per le strade. La maggior parte di questi ragazzi, tutti giovani e giovanissimi, si sono concentrati sul molo di Favaloro, dove hanno dato vita a una protesta gridando “Liberté liberté” e “Roma”, la città che vorrebbero raggiungere.
Nella concitazione della fuga qualche ragazzo ha provato ad allontanarsi, ma è stato subito raggiunto dalla polizia. E così, verso il tramonto, lungo il porto nuovo di Lampedusa era possibile vedere, in mezzo ai turisti di ritorno dalle escursioni in mare, diversi ragazzi tunisini scortati dai carabinieri. Sul molo di Favaloro la protesta è proseguita fino a notte fonda, lontano dagli occhi dei turisti che in un primo momento erano accorsi al molo, qualcuno anche per scattare qualche fotografia. Le forze dell’ordine hanno creato un cordone accessibile solo agli operatori delle Ong presenti sull’isola. Dopo la promessa di un rapido trasferimento in altri campi in Italia, sulla terra ferma, i tunisini sono rientrati nel campo.
Ad accendere la miccia della protesta è la notizia circolata tra i migranti tunisini che trenta di loro, prelevati quella mattina per essere portati in italiana, sono stati invece imbarcati su un aereo per Tunisi (senza passare per Palermo per la convalida dell’espulsione da parte delle autorità, come prevede la procedura). A quel punto la tensione, già alta in questi giorni di agosto, sale e sfocia prima in una rivolta all’interno del centro – con furiosi lanci di sassi e bottiglie – e poi nella fuga in massa e nella manifestazione sul molo. Leggi il resto dell’articolo
Lampedusa (1): Tra primavera araba e autunno europeo
Lampedusa è l’isola più a sud dell’Italia, più vicina alle coste della Tunisia che alla Sicilia, perché il piccolo arcipelago di cui fa parte – le isole Pelagie – da un punto di vista geologico appartiene all’Africa, anche se è da sempre territorio italiano. È questa vicinanza ad aver trasformato Lampedusa nella porta d’Europa, il punto di accesso verso l’Italia per i migranti che sfidano la sorte per mare. Terra di pescatori, Lampedusa ha conosciuto un relativo benessere non molti anni fa, grazie al turismo degli stessi italiani: l’isola è infatti un gioello in mezzo al mediterraneo, con un clima mite che permette di godersi il mare praticamente sei mesi l’anno.
Oggi però Lampedusa è nota in tutto il mondo soprattutto per la questione dell’emigrazione verso l’Europa. Il fenomeno è cominciato negli anni novanta, quando la gente arrivava da sola sulle coste dell’isola ed erano gli stessi lampedusani ad aiutare chi sbarcava. Poi i flussi sono cresciuti sempre di più. È intervenuto il governo italiano, dapprima creando un centro d’appoggio presso l’aeroporto, infine istituendo il CSPA (centro di prima accoglienza e soccorso), che si trova a Contrada Imbriacola, nel centro abitato dell’isola. Nel mezzo c’è stata la fase dei respingimenti a mare, che ha interrotto gli sbarchi, ma è stato condannato dal mondo intero: gli accordi con Gheddafi e gli altri paesi del Nord Africa, che permettevano i repingimenti di massa, erano una palese violazione del diritto internazionale e italiano. Tra le varie cose, era impossibile stabilire chi avesse diritto d’asilo in Europa e chi no, perché non si valutava più caso per caso. Leggi il resto dell’articolo
















