Archivi delle etichette: Arte
Muri sognanti. Intervista a Dem, Hitnes, Run, Allegra Corbo
L’edizione numero 40 del Festival di Santarcangelo, che si è svolta a luglio, ha dedicato uno spazio di tutto rilievo alla cosiddetta “street art”, l’arte di chi dipinge sui muri cittadini modificando la visione e l’ambiente circostante. Oggi il lavoro di alcuni degli artisti che si esprimo sui muri delle città è conosciuto e apprezzato in tutto il mondo, come quello di Blu o di Ericailcane (quest’ultimo tra il gruppo di artisti invitati). A Santarcangelo, che non è una metropoli ma un paese, la presenza di questi artisti invitati dal festival a riempire gli spazi del panorama urbano ha avuto un grande impatto ed è stata accolta con entusiasmo dalla gente. Giocando sul nome di Santarcngelo, gli artisti presenti al festival hanno realizzato immagini che si confrontano con tematiche del repertorio religioso, ovviamente alla loro maniera. Abbiamo raggiunto e parlato con alcuni di loro – Run, Dem, Hitnes e Allegra Corbo – per farci raccontare come è cambiata la street art e come si confronta oggi con lo spazio urbano. Leggi il resto dell’articolo
L’antimanuale per artisti. Le fantasticazioni di Cavazzoni
Cos’è il limbo delle fantasticazioni? È quello stato fantasmatico in cui galleggiano le idee artistiche prima di avere una forma, anzi, prima che qualcuno si faccia sedurre dall’idea che sia possibile mettersi a tavolino per poterle produrre, pensando magari di poterci ricavare qualche cosa. Ermanno Cavazzoni, autore del memorabile «Poema dei lunatici» ce ispirò Fellini, ci regala un delizioso manuale per galleggiare oltre le sabbie mobili in cui sembra essersi impantanata l’arte, sempre più muta e incapace di raccontare il modo perché sempre più ossessionata dal posizionamento – commerciale o di gradimento – che è in grado di ottenere. Metà prontuario e metà racconto, questo libro fa le pulci a quel desiderio di autorappresentazione che attanaglia il mondo odierno, che fa sì che si desideri “essere” uno scrittore, un artista, un attore, piuttosto che “voler fare arte” perché si ha un urgenza da seguire. Quell’ansia di realizzare e realizzarsi che Cavazzoni chiama “il colpo gobbo”, ovvero la speranza di guadagnarsi una fama e brillare, per poter spiccare sugli altri, “i concittadni anonimi”, avanzando senza sforzo nella gerarchia del mondo. Leggi il resto dell’articolo
Le responsabilità del Futurismo. Intervista a Gregorio Botta
Il 20 febbraio, centenario della pubblicazione del manifesto marinettiano e data simbolica scelta per la commemorazione del Futurismo da parte di istituzioni politiche e culturali, abbiamo raggiunto Gregorio Botta, che segue la scena dell’arte con il doppio sguardo di artista e di commentatore giornalistico, per chiedergli un’opinione su questo rinnovato interesse per un’avanguardia artistica che ha segnato la storia (non solo quella dell’arte) del nostro paese. Ma anche per farci raccontare il suo pensiero, controcorrente, su quella stagione dell’avanguardia.
Rispetto alla grande rivalutazione odierna dei futuristi, tu hai un’idea contro corrente. Ce la spieghi?
Il Futurismo è l’unica avanguardia dei primi del Novecento che da movimento culturale si è trasformato in un movimento di regime. Nella sua seconda fase i suoi principali esponenti abbracciano il fascismo. Marinetti, in particolare, diventa complice del regime mussoliniano. Mi sono domandato perché è successo a questo movimento e non alle altre avanguardie. Anche le altre avanguardie, come il Futurismo, hanno avuto un inizio esplosivo e dirompente. Poi alcune si sono esaurite, dissolvendosi; altre invece, pur mutando, hanno mantenuto una atteggiamento di critica dell’esistente. L’unico movimento che aderisce all’esistente è il Futurismo. La spiegazione che mi do è che il sistema di pensiero che c’era dietro il futurismo era debole, superficiale. Le ragioni ideali che lo muovevano erano poco consistenti, e di conseguenza ha avuto questa parabola. Leggi il resto dell’articolo
Lo Stato dell’Arte
L’arte ha a che vedere con l’utopia? La prima e più immediata risposta è sì, certamente, l’arte spesso immagina mondi altri, traccia prospettive per una migliore esistenza e convivenza tra gli uomini, e anche quando è impegnata a scavare nel marcio della realtà, l’arte parla ovviamente per antifrasi del suo superamento, e dunque di utopia. Ma volendo estendere il ragionamento, si può dire che l’arte stessa è già di per sé un concreto nonluogo (u-topos), una bolla spazio-temporale che si apre nel buio di una sala teatrale o di un museo, o che si materializza con le modalità impreviste della performance – e lo è tanto più quando forza le logiche e i tempi della produzione, realizzando se stessa anche in assenza di mezzi.
Sarà per questo che alcuni artisti europei hanno dato vita, in luoghi e tempi diversi, a delle utopie concrete, ragionando attorno al declino inesorabile dell’idea di nazione con lo scopo di dare vita a delle piccole entità statuali in grado di realizzare la loro personale utopia, e di essere al contempo esse stesse un progetto artistico. Leggi il resto dell’articolo
Nell’occhio del ciclone. Intervista a Francesco Cascino
Oggi la Cina è presente in ogni campo della ribalta internazionale, decisa a farsi riconoscere come un soggetto importante, oltre che potente, dalle altre potenze mondiali e trattare con loro da pari a pari. L’esempio più vicino a noi sono le prossime olimpiadi. Ma anche l’arte è diventata per la Cina una terra di conquista, e non poteva essere altrimenti, visto che l’arte contemporanea come pure la Cina contemporanea hanno costruito la loro esistenza – ovvero la loro visibilità sul palcoscenico internazionale – sulla simbiosi totalizzante con lo stesso elemento: il mercato. Leggi il resto dell’articolo
Le cattedrali nella monnezza
Più di vent’anni fa Gianni Vattimo, nella sua teoria della «fine della modernità» – che apriva la strada al post-moderno se non come epoca, sicuramente come categoria artistica – scorgeva come caratteristica dell’arte la tendenza ad uscire dai luoghi deputati alla sua fruizione. Ovvero cinema, musei, teatri.
Non che, in concreto, si trattasse di qualcosa di radicalmente nuovo: buona parte delle avanguardie di quel secolo morente non aveva fatto altro che teorizzare abbattimenti di quarte pareti e cortocircuiti tra la vita e l’arte. Tuttavia quella che si innescò fu una spinta salutare verso la contaminazione dei linguaggi e dei modi di vivere l’esperienza artistica, a cavallo tra percorribilità, ibridazione e fruizione più classica e “protetta”. Leggi il resto dell’articolo
Quel ludico oggetto del desiderio. Intervista a goldiechiari
Spericolata provocazione della morale pubblica? Post-femminismo dadaista? Zapatismo glamour? C’è un po’ di tutto questo e non solo nel lavoro di goldiechiari, ovvero Sara Goldschmied e Eleonora Chiari, duo artistico attivo tra Roma e Milano dal 1997. Ma nel cortocircuito di simboli sessuali al centro di «Enjoy» – il percorso istallativo proposto al parco di Santarcangelo durante la notte bianca – non c’è l’esposizione pruriginosa o compiacente della sfera erotica e, per antinomia, dei tabù sociali che ancora oggi, nell’anno di grazia 2007, sembra portarsi dietro. Quanto piuttosto una “ars ludica” che vede nell’interrelazione con l’esterno, il pubblico – o il suo simulacro che si riplasma in soggetto – il centro fondante del suo dispiegarsi. Leggi il resto dell’articolo
Leman: vogliamo poter sorridere. Intervista a Mehmet Çağçağ
Mehmet Çağçağ, oltre ad essere uno dei fondatori di «Leman» e autore di alcuni dei suoi personaggi più caratteristici, come il tassista Kozalak, è anche uno degli animatori del vero e proprio movimento che si è raccolto attorno alla rivista sui temi della modernizzazione civile: «‘Leman’ è un contributo al movimento di modernizzazione che attraversa tutta la Turchia», dice, raccontando una battaglia ventennale combattuta di settimana in settimana a colpi di matita.
«‘Leman’ è il simbolo della lotta che noi, ma non soltanto noi, stiamo facendo per ottenerle la Turchia che vogliamo, quella in cui vogliamo vivere. Che tipo di Turchia vogliamo? Una Turchia che riesce a tollerare le diversità, che non giudica le persone per i modi diversi di pensare. Una Turchia che rifiuta la discriminazione sessuale e lascia ad ognuno la libertà di pensare come meglio crede, senza incarcerare chi la pensa diversamente. Una Turchia dove i conservatori islamici non costringano le altre persone a vivere secondo i loro principi. Una Turchia che garantisca l’uguaglianza. Una Turchia che sorride». Leggi il resto dell’articolo
Risate turche. La satira di Leman
Komikazen, la rassegna di “fumetto di realtà” che si svolge annualmente a Ravenna, ha deciso di dedicare l’ultimo appuntamento, l’edizione 2007, a una rivista di satira che da vent’anni racconta con ironia pungente i vizi della società turca e della classe politica di un paese che, non solo geograficamente, si trova a cavallo tra Oriente ed Occidente. Dopo un esordio come rivista umoristica di nicchia, antifascista e libertaria, «Leman» è diventata un punto di riferimento del movimento di modernizzazione che da più parti scuote la società turca. Oggi «Leman» viene letta ogni settimana da almeno 150 mila persone in tutto il paese, da Istanbul a Diyarbakir, e raggiunge anche le regioni più remote, dove i tabù culturali e i rapporti feudali sono ancora molto forti.
A Ravenna è in corso una mostra sulle vignette satiriche di «Leman», che resterà aperta al pubblico fino a domenica 8 aprile. All’apertura della mostra, a inizio marzo, hanno partecipato alcuni dei principali disegnatori della rivista, tra cui i due fondatori, Mehmet Çağçağ e Tuncay Akgün. Leggi il resto dell’articolo
Cartoline dall’inferno. Due mostre sul carcere
Due mostre fotografiche, in due differenti città, raccontano con occhio attento ma senza retorica la realtà quotidiana della carceri italiane. La condizione dei detenuti in Italia, tra sovraffollamento e difficoltà strutturali, non è certo tra le migliori. Ma al di là delle condizioni materiali, è la disattenzione verso questo universo e le storie che lo compongono, fatte di donne e di uomini, a rendere ancora più netta e invalicabile la linea di confine che separa il “dentro” dal “fuori”.
Proprio la condizione delle detenute madri e dei loro bambini è al centro del lavoro di Giuseppe Aliprandi, «Sabati di libertà». La mostra, inaugurata il 17 febbraio scorso nell’aula magna del liceo Tito Livio di Padova [Riviera Tito Livio, 9], racconta gli angoli oscuri del carcere femminile romano di Rebibbia, dove vivono anche bambini al di sotto dei tre anni figli di detenute. Una realtà contraddittoria e sofferta, frutto della legge n. 663 del 1986, la legge Gozzino, che ha cercato un compromesso tra situazione detentiva e diritto dei figli di essere cresciuti dalla proprie madri. Leggi il resto dell’articolo












