Archivi Categorie: Cinema & Tv

La prigionia teatrale di Aldo Morto. Maratona sugli anni di piombo

aldo-morto-54Prigioniero per 54 giorni, dal 16 marzo all’8 maggio. Se fossimo nel 1978 non ci sarebbero dubbi sull’identità della persona di cui si parla: Aldo Moro, il presidente della Democrazia Cristiana, sequestrato da un nucleo armato delle Brigate Rosse in una mattinata di fine inverno, e rinvenuto morto il 9 maggio, nel bagagliaio di una Renault 4 rossa parcheggiata in via Caetani. Ma siccome siamo nel 2013, a 35 anni di distanza da quel fatto che segnò come uno spartiacque la storia politica dell’Italia repubblicana, il prigioniero di cui si parla deve essere necessariamente un altro. E lo si vede da uno dei volantini, un vistoso fotomontaggio della famosa foto in cui Moro posa con l’espressione mesta sono una bandiera delle Brigate Rosse: al suo posto c’è un giovane attore che risponde al nome di Daniele Timpano. Leggi il resto dell’articolo

Morire per delle idee. «Hunger» di Steve McQueen

Il 5 maggio di  trentuno anni fa moriva Bobby Sands, attivista nordirlandese. A partire dal 1° marzo 1981 Sands iniziò uno sciopero della fame a oltranza che lo condusse alla morte dopo 66 giorni. In questo lasso di tempo, il 9 aprile, fu eletto membro del parlamento britannico, nel corso di elezioni suppletive. Subito dopo la legge fu cambiata, impedendo ai detenuti di candidarsi se non dopo cinque anni dal termine della pena. La morte di Sands e di altri nove detenuti dopo di lui suscitò un’ondata di sdegno in tutto il mondo nei confronti dell’intransigenza del governo Thatcher. Era, tra l’altro, la prima volta che un parlamentare veniva lasciato morire di inedia in una nazione occidentale.

Dotato di grande impatto visivo, «Hunger» del regista londinese Steve McQueen si muove lungo un crinale complesso, in bilico tra una crudezza affilata che a tratti rischia di diventare persino estetizzante. Evitiamo fraintendimenti: non c’è nessuna indulgenza o compiacenza, neppure in negativo, quando si affonda nel torbido della sofferenza fisica che è il tema centrale di questa pellicola. Semplicemente l’opera prima di McQueen (che data 2008 ed è arrivata solo ora in Italia, sull’onda del successo dell’opera seconda «Shame») non è un film politico in senso tradizionale. C’è da chiedersi d’altronde se avrebbe avuto senso a trent’anni di distanza – era il 1981 – parlare della vicenda di Bobby Sands in chiave di denuncia. Leggi il resto dell’articolo

Il potere della menzogna. Perdere la faccia di Menoventi

Il teatro incontra il cinema. Ovvero i Menoventi, giovane compagnia di Faenza tra le più interessanti del panorama di ricerca, incontrano Daniele Ciprì, cineasta geniale e anticonformista. Il risultato è un’opera, “Perdere la faccia” – di recente presentata all’Angelo Mai di Roma – piuttosto fuori dal comune, ma assolutamente in linea con la ricerca di questa compagnia, che attraverso registri diversi ha indagato il meccanismo della finzione e dell’illusione. “Perdere la faccia” è un congegno ad effetto che preferiamo non svelare, ma non si farà torto a chi legge se si omette la trama di quest’opera, perché il vero fulcro che essa pone allattenzione degli spettatori – un pubblico finalmente che ibrida i mondi del cinema e del teatro – è in fondo altrove. I Menoventi – ovveri Gianni Farina, Consuelo Battiston e Alessandro Miele – lo espicitano già nella presentazione che precede l’opera, che definiscono “un’occasione irripetibile” questo incontro artistico con Ciprì. Ma le parole e i particolari, come è tradizione di questa compagnia, non sono mai scelte a caso. Perché in realtà il cinema – e forse non solo quello – è piuttosto il contrario, l’emblema della ripetibilità, o della riproducibilità per usare un termine caro a Walter Benjamin. E questa riproducibilità, che secondo il filosofo berlinese è alla base della perdita di aurea dell’opera d’arte, è proprio uno dei temi portanti di “Perdere la faccia”, che nella reiterazione trova la chiave ironica per smontare il meccanismo dell’”evento irripetibile”, che è oggi l’unico format con cui ci viene proposto il gesto artistico: qualcosa a cui non si può rinunciare, perché non si ripeterà. Leggi il resto dell’articolo

Fino alla fine del mondo. Melancholia e L’ultimo terrestre

Cosa accomuna l’ultimo film di Lars Von Trier, “Melancholia”, e l’esordio di Gian Alfonso Pacinotti, in arte Gipi, “L’ultimo terrestre”? Forse poco. Il film del maestro danese racconta dello scontro tra il pianeta Terra e Melancholia, pianeta ramingo per lo spazio; un affresco allucinato e pittorico, in grado di raccontare lo sgomento e l’angoscia profonda che, secondo Von Trier, è il sottofondo ineludibile dell’esistenza umana. Gipi invece ritrae una provincia incattivita, così instupidita e ombelicale da non reagire più di tanto alla notizia dell’arrivo degli alieni. Un’umanità inferocita, per quanto dolente. L’esatto contrario di quanto avviene nella prima parte di “Melancholia”, dove il matrimonio alto borghese di Justine – con un banchetto stile “Festen” – è il teatro in cui i commensali sfoggiano sorrisi e discorsi vibranti di grande intensità, per poi scambiarsi bassezze e insulti una volta calata la maschera dell’etichetta. Leggi il resto dell’articolo

Zombi lenti vs zombi veloci. Una questione politica

[Immaginario malato n°7] – Da qualche settimana sta andando in onda la seconda stagione di «The walking dead», la serie tv sui non-morti, basata sull’omonimo fumetto di Robert Kirkman, che ha portato l’horror sul piccolo schermo. Curiosando un po’ su blog e forum, mi sono imbattutto in una vecchia diatriba per appassionati del genere: sono meglio gli zombi veloci o gli zombi lenti? Può sembrare un dibattito ozioso, per amatori, anche perché l’horror non è quasi mai stato un serio oggetto di studio per la critica cinematografica, che ha bollato il genere come puro divertissement adrenalinico. È un fatto però che lo zombi, nella versione che ne ha dato George Romero a partire dal 1968 – anno di uscita de «La notte dei morti viventi» – è entrato a far parte dell’immaginario collettivo. Osservare come cambia questo immaginario nel tempo, allora, non è qualcosa che si può relegare al solo cinema di genere.
I film di Romero sono, tra gli zombie movies, i più dichiaratamente politici. La scena dei cadaveri ambulanti che grattano con bramosia i vetri del centro commerciale zeppo di merci («Zombi», 1978), considerando quando è stata girata, può essere a buon diritto definita profetica. Ma altrettanto si può dire della «Terra dei morti viventi» (2005), dove una grande colonia di umani è riuscita a dare vita a una città fortificata e lì dentro ha ricreato un sistema identico a quello che esisteva prima della zombie apocalypse: un capitalismo sfrenato e verticista, una società profondamente diesguale che sarà la vera ragione della catastrofe che metterà a ferro e fuoco la cittadella. Leggi il resto dell’articolo

Valle Occupato e Sale Dox occupano il Teatro Marinoni a Venezia

Dal centro di Roma al cuore di Venezia. Questa mattina gli occupanti del Teatro Valle hanno occupato il Teatro Marinoni, una sala in abbandono da molti anni che si trova in area Ospedale al Mare, nel lido di Venezia. Proprio mentre è in corso la Mostra del Cinema, che vede convergere nella città lagunare artisti da tutto il mondo. Assieme a quelli del Valle c’erano anche i ragazzi del S.a.l.e. Dox, spazio veneziano autogestito da artisti e studenti che si occupa di arte contemporanea e teatro, allestendo una programmazione alternativa a quella patinata e altisonante a cui è abituata Venezia. Insieme hanno dato vita a un’azione che rende davvero “virale” l’esperienza del Valle Occupato. Leggi il resto dell’articolo

Al Valle occupato si discute di “cognitariato”

L’assemblea di venerdì scorso, 24 giugno, al Valle Occupato ha messo insieme le esperienze di settori diversi – cinema, teatro, letteratura, ma anche ricerca universitaria – per ragionare finalmente in modo unitario su quello che sta accadendo a chi lavora nel settore della conoscenza in Italia, e quindi per estensione all’identità culturale del nostro paese. Il quadro che è stato disegnato dagli interventi è a dir poco desolante; ma il fatto che ogni analisi e ogni esperienza raccontata andavano ad incastrarsi perfettamente con le altre, anche quando queste provenivano da settori diversi con logiche di lavoro diverse, ha al contrario funzionato da detonatore per il grande entusiasmo che si respirava in sala. Perché quello che da tempo è stato accennato sullo stato comatoso dell’Italia prendeva finalmente una forma chiara; perché i tanti problemi e vicoli ciechi discussi tra appartenenti a una certa categoria acquistavano di colpo una luce diversa e più chiara; e forse, aspetto più semplice ma non per questo secondario, perché ci si sentiva meno soli.
C’è chi li ha definito questa assemblea come un possibile start-up per degli Stati Generali della cultura. Forse è presto per dire se l’analisi complessa uscita dall’incontro avrà un seguito concreto, o se le realtà che vi hanno preso parte non ripiomberanno piuttosto nelle loro singolarità. Di certo, però, l’atmosfera che si respirava, oltre che di grande concitazione, era anche di grande entusiasmo. Leggi il resto dell’articolo

Delude «Se non ci sono altre domande» di Paolo Virzì

La tradizione greca, diversamente da quella cristiana, aveva una concezione dell’aldilà piuttosto plumbea: nel regno delle ombre le anime dei morti si struggevano ricordando la vita terrena. Paolo Virzì, nel suo «Se non ci sono altre domande» – in scena al Teatro Eliseo di Roma fino al 15 maggio, per ben due mesi di programmazione – ne propone una persino più angosciante: un talk show televisivo. Lo spettacolo si apre con l’anonimo impiegato Michele Cozzolino [Silvio Orlando] che viene portato di peso in uno strano studio televisivo dove tutti – giornalisti, conduttori, pubblico da casa che invia messaggi a ripetizione – sembrano conoscere ogni particolare della sua vita privata, e ansiosamente ne chiede conto all’ignaro protagonista.
Non ce ne vorranno i lettori se raccontiamo il dispositivo narrativo che il regista livornese, autore anche del testo, usa nella sua pièce: il meccanismo è svelato dopo appena venti minuti. Il resto delle due ore e quaranta dello spettacolo è dedicato a ricostruire la vita esplicitamente mediocre di Cozzolino, impiegato di medio livello frustrato, che ancora si porta dietro i rimpianti per un amore mai realizzato, che ha sposato una donna che non ama ma il cui padre lo ha fatto sistemare, che ha una relazione extraconiugale piuttosto bizzarra e – poiché è bene non farsi mancare nulla – persino un romanzo incompiuto nel cassetto. Leggi il resto dell’articolo

Fare arte a Tehran. Intervista ad Amirali Navaee

un fotograma da "Saba in the wind"

Amirali Navaee è un ragazzo alto e spigliato, con una perenne espressione sorridente sul volto. Inconfondibile con il suo cappello modello borsalino in testa, nei giorni del festival Fadjr di Teheran, la più grande manifestazione di teatro e di cinema della capitale iraniana, lo si incontra come tanti altri artisti nei caffè della capitale, a discutere dell’opera dei suoi coetanei e dei maestri più affermarti. Anche Amirali è un artista, per la precisione un filmaker. Ha realizzato diverse opere video e alcuni cortometraggi che sono stati proiettati anche in Europa, alla Biennale di Venezia e più di recente alla Berlinale. In Italia è stato ospite del festival Es.Terni, in Umbria, dove ha realizzato una videoistallazione intitolata «Saba in the wind», ispirata alla tradizione sufi, e ha presentato un cortometraggio dal titolo «My atomic beloved». Ambientato in una Teheran deserta dodici ore prima che una bomba atomica distrugga la città, il film racconta di un ragazzo che si aggira per la capitale iraniana in cerca della sua ex fidanzata, mentre tutto a torno la gente cerca di mettersi in salvo. Leggi il resto dell’articolo

Vero o Fiction. Intervista a Ascanio Celestini

celestini 4Per quattro anni Bella Ciao, il festival di Ascanio Celestini, ha animato una parte di Roma spesso dimenticata dalle politiche culturali, quella tra la via Tuscolana e i Castelli Romani, sconfinando in una dimensione metropolitana che non fa nemmeno più parte, dal punto di vista amministrativo, della capitale, ma che è unita alla città da chi la vive e la percorre in un flusso stratificato che oscilla tra centro e periferia. In questo territorio così particolare sono passate, grazie al festival, storie di lavoro, di memoria, di migranti, ma anche musica e teatro di sperimentazione.
Ora che il festival non c’è più (per quest’anno) Ascanio riparte da Frascati non per dare vita ad una manifestazione sostitutiva, ma per ragionare su come oggi l’arte racconta la realtà, sul senso che mette in campo e sui linguaggi che utilizza, e su cosa significa farlo in un periodo storico come questo. «Tempo reale» è infatti una tre giorni di convegno – ma in serata andranno in scena anche spettacoli e concerti – che si svolge dal 22 al 24 maggio, proprio con lo scopo di riflettere sul presente. Delle arti, della politica, della nostra capacità di comprendere quello che ci succede attorno. Leggi il resto dell’articolo

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