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L’hic et nunc negato di Andrea Cosentino

andrea cosentino - non qui non ora«Non qui, non ora». Suona come un manifesto il titolo del nuovo spettacolo di Andrea Cosentino, che è approdato al palcoscenico del Teatro Palladium di Roma in forma di studio, nell’ambito del festival Teatri di Vetro. Perché al centro della riflessione operata da Cosentino – ma anche di un certo grado di irrisione – c’è la contrapposizione tra arte contemporanea e teatro, tra performance e rappresentazione. Davvero due filosofie estetiche contrapposte? A dirlo non è lui, o una delle sue maschere dialettali che stanno partecipando a un’ipotetica performance in un ipotetico museo (il romano caustico, il presunto viterbese che parla un improbabile dialetto), ma Marina Abramovic in persona, una delle icone dello star system dell’arte contemporanea. È dalle sue parole che prende forma la contrapposizione tra l’hic-et-nunc della performance e l’altrove ipotetico della rappresentazione teatrale, dove la “verità” e la “vita” sarebbero automaticamente dalla parte della prima. Abramovic sintetizza questa “superiorità” dell’arte performativa con la seguente frase: “In teatro il coltello è finto e il sangue è ketchup, mentre nell’arte performativa il coltello è un vero coltello e il ketchup è sangue”. Una concezione che, tuttavia, ha trovato i suoi limiti nella parabola artistica della stessa Abramovic, che dopo aver sottoposto il proprio corpo a una serie di “iniezioni di realtà” per quarant’anni, sottoponendosi a ogni tipo di sperimentazione, si è resa conto – forse in modo un po’ tardivo – che per chi la sta a guardare tutto questo resta comunque spettacolo, intrattenimento. Si paga un biglietto e si guarda. E questo guardare non ti “cambia la vita” – come pretenderebbe il manuale del bravo artista performativo. Leggi il resto dell’articolo

L’irrompere della materia viva. «Bestiale improvviso» dei Santasangre

L’ultimo lavoro del collettivo romano Santasangre, «Bestiale improvviso_sovrapposizione di stato» ha debuttato ieri, aprendo la stagione 2012 del Teatro Palladium dove sarà in scena fino a domenica 29 gennaio. Un titolo programmatico, poiché quest’ultima tappa del percorso intrapreso dalla compagnia nel 2009 è proprio la sovrapposizione tra le precedenti tappe, «Framerate 0» e «Bestiale improvviso», incentrati in modo radicalmente diverso sul mutamento di stato, il primo attraverso l’istallazione di un’enorme lastra di ghiaccio, il secondo costruito attorno al linguaggio coreografico. Ma, come dice il poeta Tonino Guerra, uno più uno non dà sempre due, a volte dà un “uno più grosso”, come quando le gocce d’acqua si uniscono per formarne una più grande. Un’alchimia che è riuscita ai Santasangre – che preferiscono però richiamarsi alla meccanica quantistica, dove lo stato di un sistema è definito dalla sovrapposizione di tutti i suoi stati possibili. Perché quest’ultima opera è riuscita a sintetizzare la potenza delle immagini dei primi due lavori risolvendone le parti che apparivano irrisolte. Leggi il resto dell’articolo

Il falso nudo e crudo. Una riflessione attorno al concetto di vero in teatro

Rodrigo García ha portato al festival della Biennale di Venezia «Muerte y reencarnación en un cowboy», suscitando polemiche fin dai primi minuti dello spettacolo. I due attori in scena interagivano con una ventina di pulcini vivi, e quasi subito una quarantina di persone si sono alzate e se ne sono andate. In realtà ai pulcini non è accaduto nulla, a parte essere momentaneamente rinchiusi in una teca trasparente con al centro un gatto, ma senza possibilità di contatto. Insomma, nessun maltrattamento. A fine spettacolo però si sono presentati dei poliziotti per controllare, evidentemente allertati da chi era andato via. Forse quelle persone avevano in mente «Uccidere per mangiare» (Matar para comer), lo spettacolo in cui García fa bollire un astice vivo, come avviene nei ristoranti, e le polemiche che lo hanno seguito. In questo caso la questione è diversa, ma all’uscita dallo spettacolo in tanti si sono fermati a discutere del fatto se sia lecito o meno uccidere animali per un fine estetico o intellettuale.
La cosa che mi ha stupito è che una grande fetta di colleghi, critici, artisti, addetti ai lavori, pensava che fosse lecito farlo. Che in fondo, se si uccidono per mangiarli, gli animali possono anche essere immolati alla causa del teatro. Leggi il resto dell’articolo

Valle Occupato e Sale Dox occupano il Teatro Marinoni a Venezia

Dal centro di Roma al cuore di Venezia. Questa mattina gli occupanti del Teatro Valle hanno occupato il Teatro Marinoni, una sala in abbandono da molti anni che si trova in area Ospedale al Mare, nel lido di Venezia. Proprio mentre è in corso la Mostra del Cinema, che vede convergere nella città lagunare artisti da tutto il mondo. Assieme a quelli del Valle c’erano anche i ragazzi del S.a.l.e. Dox, spazio veneziano autogestito da artisti e studenti che si occupa di arte contemporanea e teatro, allestendo una programmazione alternativa a quella patinata e altisonante a cui è abituata Venezia. Insieme hanno dato vita a un’azione che rende davvero “virale” l’esperienza del Valle Occupato. Leggi il resto dell’articolo

In macerie l’amicizia tra Turchia e Armenia. Smantellata la Statua dell’umanità di Kars

La Statua dell’Umanità di Kars, che doveva celebrare l’amicizia tra il popolo turco e quello armeno, è stata definitivamente abbattuta a maggio, dopo tre anni di polemiche e senza mai essere stata definitivamente completata. Un atto allo stesso tempo concreto e simbolico, che dimostra come il riavvicinamento tra la Turchia e l’Armenia, gridato ai quattro venti dopo l’accordo del 2009 per la riapertura del confine, sia ancora lettera morta.
Kars si trova nell’estremo est della Turchia, a due passi dalla frontiera chiusa. È la città dove il premio Nobel turco Orhan Pamuk ha ambientato «Neve», un romanzo che racconta come lo spirito della Turchia contemporanea sia ancora oggi vittima di pulsioni opposte, una che guarda all’occidente e l’altra che si oppone alla perdita di identità che da questo deriva. A Kars, città dell’est povero, questo dilemma si vive quotidianamente, così come gli effetti della costruzione di un’identità nazionale turca che è sempre stata un nodo spinoso nei rapporti con la vicina Armenia: la frontiera chiusa nel 1993, a sostegno dell’Azerbaijan nella questione del Nagorno-Karabak, ha significato un impoverimento generale della zona, che viveva di scambi commerciali dei suoi prodotti tipici, come il formaggio.
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Al Valle occupato si discute di “cognitariato”

L’assemblea di venerdì scorso, 24 giugno, al Valle Occupato ha messo insieme le esperienze di settori diversi – cinema, teatro, letteratura, ma anche ricerca universitaria – per ragionare finalmente in modo unitario su quello che sta accadendo a chi lavora nel settore della conoscenza in Italia, e quindi per estensione all’identità culturale del nostro paese. Il quadro che è stato disegnato dagli interventi è a dir poco desolante; ma il fatto che ogni analisi e ogni esperienza raccontata andavano ad incastrarsi perfettamente con le altre, anche quando queste provenivano da settori diversi con logiche di lavoro diverse, ha al contrario funzionato da detonatore per il grande entusiasmo che si respirava in sala. Perché quello che da tempo è stato accennato sullo stato comatoso dell’Italia prendeva finalmente una forma chiara; perché i tanti problemi e vicoli ciechi discussi tra appartenenti a una certa categoria acquistavano di colpo una luce diversa e più chiara; e forse, aspetto più semplice ma non per questo secondario, perché ci si sentiva meno soli.
C’è chi li ha definito questa assemblea come un possibile start-up per degli Stati Generali della cultura. Forse è presto per dire se l’analisi complessa uscita dall’incontro avrà un seguito concreto, o se le realtà che vi hanno preso parte non ripiomberanno piuttosto nelle loro singolarità. Di certo, però, l’atmosfera che si respirava, oltre che di grande concitazione, era anche di grande entusiasmo. Leggi il resto dell’articolo

Montezemolo e il Valle Occupato. Due Italie a confronto

Chi è di scena a Roma? Due Italie diverse, che parlano di cultura.
Ieri, al Teatro Argentina il convegno «Cultura, orgoglio italiano», organizzato dalla fondazione di Luca Cordero di Montezemolo, Italia Futura, cercava di tracciare un’idea di impegno sociale delle imprese che levasse d’impaccio il settore pubblico – impoverito, farraginoso a causa della burocrazie, svuotato di idee e linfa vitale – passando la gestione del patrimonio storico-artistico-cultural-paesaggistico nelle mani dei privati, più dinamici, in cambio della visibilità che ne consegue, attraverso il meccanismo degli sgravi fiscali che in Europa funziona già da tempo. Insomma il modello Della Valle al Colosseo. Pochi metri più in là, al Teatro Valle occupato si parlava di cultura come bene comune, e come tale intangibile rispetto agli interessi privati.
Le due Italie, quella del Valle e quella dell’Argentina, parlano linguaggi differenti, hanno forme di discussioni differenti, vestono in modo differente. All’Argentina gente elegante, in giacca nonostante il caldo, partecipa a un convegno a inviti, con un moderatore e un maxischermo che riprende ogni cosa, e le parole d’ordine sono “imprenditori” e “investitori” al posto del mecenatismo, pubblico o privato che sia, che non comprenderebbe l’ipotesi di una messa a sistema (economico) del patrimonio culturale italiano. Al Valle la gente veste casual, in maglietta e pantalocini perché fa caldo, la forma di discussione è l’assemblea pubblica, e le parole d’ordine sono “accesso libero alla cultura”, “beni comuni”, “reddito di cittadinanza” declinato nell’accezione di “reddito di resistenza”, destinato cioè a tutti quelli che fanno esistere con il loro fare un’alternativa alla logica del profitto; dunque anche agli artisti. Al posto di Montezemolo, qui c’è un docente di diritto, il professor Ugo Mattei, che ha elaborato i quesiti referendari sull’acqua pubblica.
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Immaginario malato – Amina e il fascino della simulazione

Partiamo dai fatti. Amina è l’autrice di un blog molto seguito negli scorsi mesi, «A gay girl in Damascus». L’autrice siriana, donna, venticinquenne, lesbica, racconta le giornate di rivolta al regime di Assad, con grande interesse da parte dei media di tutto il mondo che riportano il suo punto di vista privilegiato. C’è un unico problema: Amina non esiste. A scrivere il blog è un uomo, statunitense, eterosessuale: Tom MacMaster.
Ovviamente si sono levate una serie di critiche da parte di veri attivisti siriani, che si sono sentiti danneggiati. MacMaster si è scusato e, dopo aver parlato al mondo grazie al suo personaggio fittizio, se è ora chiuso nel silenzio. Nel frattempo si è alzato un polverone sull’attendibilità dei blogger. Come se fosse la “fonte” della notizia a doversi autocertificare per vera: da che esiste il giornalismo come professione questo compito spetterebbe al giornalista, che in quanto professionista dovrebbe essere in grado di garantire l’attendibilità di ciò che pubblica. Sostenere, come ha fatto Il Giornale il 13 giugno scorso, che quanto accaduto “getta cattiva luce sulle forme di informazione dal basso”, è un evidente caso di scaricabarile.
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Disoccupate le strade dai sogni

Quello che segue è il testo dell’intervento che ho tenuto l’11 dicembre 2010 al convegno organizzato da Zoom Festival, presso il Teatro Studio di Scandicci. La sera prima ho riordinato gli appunti che avevo tirato giù per l’intervento, ma quando li ho riletti ho avuto un sussulto: ero stato chiamato a parlare del teatro che scende in piazza e il risultato della mia riflessione era piuttosto “conservatore”. Che mi succede? mi sono chiesto. E ho inviato le persone che partecipavano al convegno a darmi una mano a capirlo. Quell’invito è ancora valido.

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“Disoccupate le strade dai sogni
e regalateci le vostre parole”
(Claudio Lolli – «Incubo numero zero»)

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1. Quando Giancarlo Cauteruccio mi ha invitato a riflettere e a parlare del teatro che esce dai luoghi teatrali per andare nelle strade, sui tetti, nei luoghi non convenzionali – così come stanno facendo gli studenti e gli operai in queste settimane di protesta – ho pensato immediatamente agli anni Novanta. Sono gli anni in cui cominciavo ad occuparmi di teatro, a Roma partiva una stagione che si sarebbe definita all’inizio del decennio successivo, caratterizzata da un’effervescenza che impressionava soprattutto nei numeri: centinaia di compagnie e decine di spazi – occupati, privati, associativi – creavano una sorta di circuito indipendente che dava finalmente respiro a un mondo che non aveva accesso ai luoghi ufficiali e alle risorse pubbliche, sclerotizzate nelle logiche degli stabili e della commissione delle pubbliche amministrazioni. In questa polarità, che a Roma è schiacciante, non c’era posto per l’eccellenza e la sperimentazione.
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La caduta nell’umano – una conversazione con Attilio Scarpellini sui teatri degli anni Zero

Attilio Scarpellini è una figura particolare nel panorama culturale italiano, perché a fronte di una poliedricità di interessi – tratto ormai irrinunciabile tanto per gli artisti quanto per i commentatori – ha però sempre esercitato questa varietà di sguardo in un unico ambito: la critica. Ha cominciato a occuparsi di teatro dalla fine degli anni Novanta, sulle pagine di Diario, il settimanale fondato da Enrico Deaglio, dopo un’attività da critico letterario (ancora oggi è nella redazione di Nuovi Argomenti) e seguendo nei suoi ragionamenti un fil rouge che lo ha portato di recente a confrontarsi anche con l’arte contemporanea – in particolare nei quattro saggi raccolti nel volume «L’angelo rovesciato», pubblicato di recente da Edizioni Idea. La sua attività di osservatore della scena, e la curiosità per i fenomeni sommersi e per gli sconfinamenti disciplinari, lo rendono un testimone privilegiato di questo decennio appena concluso, i cosiddetti anni Zero, senza tuttavia esserne contiguo per età anagrafica e spirito generazionale – come è il caso di chi scrive. Per questo abbiamo fatto una lunga conversazione, a chiusura di questo 2010, per raccogliere da punti di vista diversi gli stimoli, gli interrogativi e in qualche caso le emozioni che hanno animato il nostro sguardo sulla scena di questi anni che, a fronte di un circuito ufficiale sempre più in crisi di risorse e di senso, hanno registrato un’effervescenza per molti inaspettata.

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